da IL SOLE 24 ORE SANITA'

workershires

Un milione di operatori sanitari in meno entro il 2020. Fino a 2 milioni, nel lungo periodo, se si considerano l'assistenza a lungo termine e il personale ausiliario. Risultato: una coperta sempre più corta che lascerebbe inevaso circa il 15% totale del bisogno di assistenza.

Parte - anche - da questi numeri (snocciolati dalla Commissione europea con il suo "Staff Working Document on an Action Plan for the Eu Health") l'allarme lanciato dal rapporto elaborato nell'ambito del progetto "Health workers 4all", iniziativa della società civile (finanziata dall'Ue) che mira a contribuire - spiegano da Amref Italia che ne è capofila - allo sviluppo di personale sanitario in un'ottica di sostenibilità in tutto il mondo.

L'impatto combinato della crisi, dei pensionamenti, di nuove dinamiche o di blocchi al turnover fa sì che quasi tutti gli Stati Ue, è l'assunto, fronteggino in questo momento una mancanza critica di personale, che coinvolge alcune professioni-chiave: entro il 2020 la percentuale di medici europei che vanno in pensione dovrebbe raggiungere il 3,25 e gli infermieri tenderebbero ad allinearsi a questo trend, considerato che attualmente la loro età media è tra i 41 e i 45 anni.

L'incremento del livello del turnover, dovuto a salari bassi e a condizioni di lavoro insoddisfacenti, contribuisce a uno "spopolamento" che solo in parte e sempre meno (per la perdita di appeal dell'Europa) è compensato dalle assunzioni di personale extra comunitario. Tanto più che, in controtendenza rispetto al Codice di condotta Oms, secondo una prospettiva deontologica le migrazioni di sanità pubblica dovrebbero essere incentivate guardando all'impatto della mobilità internazionale e della fuga di cervelli sui sistemi sanitari dei paesi d'origine.

L'impatto della crisi. Tra il 2009 e 2011 la spesa pubblica per la Sanità in molti Paesi è diminuita: salari dei dipendenti, stipendi e indennità rappresentano circa il 42,3% della spesa pubblica in sanità nei 18 Paesi dell'Area Europa dellì'Oms, si ricorda nella sintesi al report, e le politiche di molti Paesi si sono quindi concentrate sul congelamento o sul taglio degli stipendi.

Regno Unito, Slovenia e Danimarca hanno scelto la prima via; Cipro, Irlanda, Lituania, Portogallo e Romania la seconda. Per non parlare di sclete di più ampio respiro, come le chiusure, le fusioni e le centralizzazioni realizzate per esigenze di cassa immediata e registrate in Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Danimarca, Islanda, Kirghizistan, lettonia, Lituania, Moldavia, Portogallo, Romania, Scozia, Serbia, Slovacchia, Spagna, Tagikistan, Ucraina, Regno Unito. La stessa Italia, storica terra d'arrivo per infermieri professionisti fino a qualche tempo fa, nei primi anni 2000 è diventata Paese di fuga sia per il nursing che per la classe medica. Come l'Ungheria, da cui quasi mille medici l'anno fanno la valigia per trasferirsi in un altro Paese Ue.

Migrazioni anche naturali e avallate, del resto, dall'ultima direttiva sul riconoscimento delle qualifiche professionali (2005/36/CE), ma spesso in conflitto con i principi di equa distribuzione - sulla base dei bisogni sanitari - delle risorse umane.

La ricetta suggerita sta dunque nella pianificazione e nel porre argini adeguati alle politiche di austerity, che rischiano di imporre con politiche di breve respiro sacrifici a tutto discapito dell'equità di accesso e del diritto di tutti i cittadini alle cure.

(di Barbara Gobbi)