L'hanno definita un'infermiera "fuori dal comune" Fanni Guidolin.

Laureata con lode presso la facoltà di Medicina e Chirurgia di Padova, Stomaterapista, dispensatrice di sorrisi ed energia, specialista nella riabilitazione delle disfunzioni del pavimento pelvico, esperta in tecniche di rilassamento e corsi di mutuo aiuto, professore a contratto presso l'Università di Padova, ha una passione per il suo lavoro che va al di là di un contratto a tempo pieno.

E' nata due anni fa la sua idea di creare un blog (Clicca) e la rispettiva pagina Facebook (Clicca), che raccogliesse vere emozioni, da lei raccontate, in prima persona, come se riuscisse a srotolare la matassa dei pensieri di ogni suo paziente, farla sua, entrare in loro, sentire il loro dolore, provare le loro gioie, raccontare i loro pensieri, come se fosse lei, loro.

"Dopo le prime storie, pubblicate per pura passione per il mio lavoro e per il desiderio di creare una rete di aiuto, confronto e supporto, ho riscontrato che anche chi non presentava disfunzioni perineali, o stomia, mi leggeva", ci racconta Fanni. "Evidentemente, nella complessità in cui tutto si relaziona, similitudini emotive esistono", aggiunge.

Pelvicstom raccoglie il mondo del pavimento pelvico e della stomia. Articoli, video, consigli, storie.

Ma e' la psiche di questa tipologia di pazienti, stomizzati o con disordini pelvici, il grande ambito di interesse di Fanni. È la loro cura e assistenza, il suo lavoro. È la loro riabilitazione, la sua grande sfida.

E con i racconti di vita vera, Fanni fa emergere anche il mondo sanitario visto dagli infermieri, i sorrisi riconoscenti in corsia degli specialisti e dei malati, i reparti imbiancati da camici e divise. E cosi, ogni giorno, mentre il cervello le formicola, scava tra le emozioni incontrate durante la mattinata, con i suoi pazienti, tra la ricchezza del loro inconsapevole dono. Perché il loro vissuto, è un regalo che le fanno, e nulla chiedono in cambio. 

Loro non lo sanno di essere gli artefici di parte della vita di Fanni, del suo essere così, un'infermiera "fuori dal comune"

E non sanno che le emozioni non fanno rumore ma tuonano tra le parole che Fanni sa scrivere secondo un incedere flemmatico. Non ci sono formule artefatte ne' edulcorate nei suoi racconti. Non ci sono bugie ne' aforismi. Se vorrete, da oggi, potrete leggerle anche voi. 

Ad esempio in questo racconto, di vita vera, che vi proponiamo. L’infermiera e la donna vicina alla paziente e alla donna cui si presta a dare Assistenza (sì, con la A maiuscola) rafforzando il suo apporto professionale con la sedimentazione della vita vissuta, provata sulla sua pelle, provata e segnata da un passato che per la sua paziente sarà il futuro più prossimo. E’ il racconto della forza che l’esperienza personale e professionale potenziano vicendevolmente, delle doti umane e del ruolo che si fondono e si amplificano mantenendo ciascuna la sua dimensione discreta ma integrandosi in un tutt’uno. Grande ed avvolgente.

 

 

L'INFERMIERA CHE VORREI

di Fanni Guidolin

 

La lista degli interventi chirurgici di domani, sventola sulla bacheca della guardiola, ed è' fermata da una puntina di metallo in bilico. Mi avvicino non tanto per curiosità, quanto per sistemarla, e i miei occhi non possono fare a meno di leggere. Domani, i chirurghi, taglieranno un pezzo di intestino a due donne, rimuoveranno la vescica ad un uomo, lo stomaco ad una anziana del '29 e diverse colecisti . Com'è difficile sottrarsi alle ineluttabili regole dell'esistenza.

In fondo alla lista, evidenziata in giallo, c'è Maddalena, del '74, operanda di mastectomia radicale.

Mi colpisce il nome, così dolce e così "storico", importante, così semplice e così "fortunato", ma lei no, non lo è in questo momento. Una evidenziatura in giallo nella lista nera, e' sempre segno di cattivo presagio, intervento complicato, attenzione allo spessore e alla "densità".

Sollevo il sopracciglio.

Quando leggi e vuoi dare importanza alle frasi, le evidenzi con il pennarello giallo. Dai loro valore, potenza. Anche se scrivi al computer puoi usare il tasto,  per dare spicco e rilievo ad una parola, ricchezza, attenzioni, come nella lista operatoria.

Mi colpisce l'anno di nascita, il mio, lo stesso, i quarant'anni, traguardo desiderato e temuto, festeggiato, si fa per dire, con la parrucca e la pelle di luna, gli occhi lucidi e i voli pindarici dei veleni nel corpo. Emozioni dilatate e dilaniate.

Se non avessi vissuto l'amputazione della mia femminilità non potrei capire così, come in questo istante, quella donna, in un'isola sospesa. Ci vogliono azioni da compiere nei tempi sospesi. Azioni che non si devono fare attendere.

Essere infermiera non è come fare L'infermiera.

Ed essere un'infermiera che ha lottato contro il cancro, non è come essere un'infermiera che insegna a lottare contro il cancro. Ti devi immergere in questo lavoro per capirlo, cancellare ogni resistenza al dolore, trasmettere tutta la corrente vitale che puoi. Tutto cambia a seconda della finestra da cui si osserva la realtà.

Mi avvicino alla stanza 9 con il mio blocco degli appunti sottobraccio. "Permesso", accenno ad alta voce entrando nella sua stanza. La mia esclamazione vaga a mezz'aria. Qui, c'è un silenzio assordante.

I vetri delle finestre riflettono il mio volto ancora scarno, i capelli corti, ma la divisa bianca, le penne sul taschino, il fonendoscopio al collo, sono un'infermiera e c'e' solo un corpo mollemente sdraiato sul suo letto, le ossa stanche, il sorriso assente. Quello di Maddalena. Nell'altro letto, una donna piena di flebo e drenaggi dorme beatamente.

Maddalena deve essere proprio quella, nel letto accanto alla finestra. Lo avrei scelto anch'io al suo posto, per mantenere un contatto anche solo visivo con il mondo esterno, magari con le nuvole o con i rami più alti dell'abete che si scorgono irti tra i raggi di un sole ancora inoffensivo. Nel momento in cui pensi che tutto ti sfugga via di mano, ti puoi sempre aggrappare alla natura, che è vita, tutt'altro che immobile.

Lei mi guarda preoccupata, inamovibile, senza battito,  forse cerca con occhi inquieti, tra le mie mani, una siringa, una flebo, degli aghi.

No, cara amica. L'infermiera non è solo quella della flebo, degli aghi e delle siringhe. L'infermiera sa anche tranquillizzarti, prima di un intervento che ti demolirà il corpo e il pensiero. L'infermiera sa quello che provi e quello che proverai  e  appoggerà una mano sulla tua, per rassicurarti che andrà tutto bene, anche se lo conosce perfettamente quel mostro e i suoi disastri. Tutte le mattine, sotto la doccia, la cicatrice ricorda a quell'infermiera quello che stai provando tu.

L'infermiera ti dirà poche parole, tre o quattro basteranno. Ma tu, avrai letto nei suoi occhi il coraggio, la vittoria, la forza. Farai tue proprie quelle virtù ed entrerai in sala operatoria con il sorriso e il pollice alzato. Magari ti scatterai un selfie, con quella infermiera che è già tua amica, e ti ha donato ciò che a lei il cancro voleva rubare . La forza per lottare, capire la malattia, rispettarla senza odiarla, affinché sia buona con te,  anche dopo tutto, quando riuscirai a stamparti addosso uno sguardo che vivra' di vita propria e rimbalzerà  sul mondo circostante, senza farsi prendere.