La quantità e la qualità degli organici infermieristici hanno delle influenze sulle qualità dell'assistenza erogata ai pazienti?”

Quali sono gli standard di organico infermieristico che garantiscono un'assistenza ottimale?”

Quali sono gli effetti della quantità e qualità dell'organico infermieristico sulla salute dei pazienti?”

A queste domande risponde in maniera esaustiva uno studio targato Uk, pubblicato su BMJ Open, condotto presso alcuni ospedali inglesi da Peter Griffith del National Institute for Health Research Collaboration for Leadership in Applied Health Research and Care – CLAHRC (Gran Bretagna).

Questo è solo uno degli ultimi di innumerevoli studi condotti sul tema, ovvero su quanto contino gli Infermieri in Sanità, quanto siano fondamentali per in benessere del paziente, quanto siano snodo cruciale per una sanità di eccellenza, il sottile confine tra la vita e la morte.

Per poter capire a fondo l'importanza di questa ultima ricerca, proviamo ad analizzare gli studi antecedenti a questo, evidenziando i fattori che hanno determinato i risultati.

Comune denominatore di tutti gli studi effettuati fino ad adesso è la certezza che gli Infermieri sono un po' come l'ago della bilancia, a seconda del numero presente in corsia e del livello di istruzione sono determinanti per la Salute.

Una delle prime ricerche giunta a noi è americana, Needleman, ricercatore presso il Dipartimento dei servizi sanitari della Facoltà di Salute Pubblica dell'Università della California a Los Angeles, nel 2002 pubblica sul New England, un articolo che affronta il tema in questione.

L'indagine si è svolta in uno dei migliori ospedali statunitensi, classificato come magnet- hospital, e con organici infermieristici tra i più elevati del Paese. La mortalità per questo ospedale è una delle più basse nella media degli ospedali degli Stati Uniti.

Lo studio osservazionale, ha esaminato i dati dei ricoveri dal 2003 fino al 2006, in 43 unità operative di degenza ordinaria, area critica e semi intensiva (ad esclusione di ostetricia, pediatria, psichiatria e riabilitazione). Per ogni unità operativa, sono stati rilevati i dati di condizioni cliniche e di durata della degenza dei pazienti, oltre alla durata ed alla composizione del turno. Il campione finale osservato è rappresentato da 197.961 ricoveri e 176. 696 turni.

Gli indicatori a cui la ricerca fa riferimento sono il monte ore, fissato in un monte ore ottimale ed il turnover dei pazienti.

I risultati dello studio dopo tre anni di osservazione ci dicono che in riferimento allo standard monte ore ottimale, ogni qualvolta si scende al di sotto di questo, aumenta il tasso di mortalità e la possibilità che il paziente incorra in un evento avverso come cadute, infezioni, mancato soccorso, lesioni da pressione. Stessi rischi all'aumento del turnover dei pazienti.

Quando aumentano i carichi di lavoro in maniera sproporzionata, diminuisce la sorveglianza sul paziente, motivo dell'aumento del numero degli eventi avversi. Ad un aumento dei carichi di lavoro correlati all'aumento del turnover pazienti, dovrebbe aumentare il numero di infermieri per non scendere sotto il monte ore ottimale.

In cifre, lo studio ha dimostrato che il rischio di morte aumenta del 2% per ogni turno con presenze al di sotto del monte ore ottimale programmato e del 4% per ogni turno con elevato turnover.

Aumenta anche l'esaurimento emotivo degli infermieri e la frustrazione, con il rischio che questa si traduca in un'immagine negativa del loro lavoro.

La ricerca abbastanza datata nel tempo, prende come indicatori, che spieghino il ruolo fondamentale degli infermieri, la presenza di questi in turno in numero adeguato ed il turnover pazienti.

Aver riportato uno studio relativamente recente serve a comprendere come il tema fosse già rilevante dieci anni fa, e come nel tempo, pur cambiando gli indicatori, alla fine il risultato resti comunque lo stesso.

Tornando ai giorni nostri, in data 26 febbraio 2014, sulla prestigiosa rivista The Lancet è stato pubblicato lo studio RN4CAST, una ricerca che ha interessato la correlazione tra dotazione organica infermieristica, livello di istruzione di questa e tasso di mortalità nei pazienti chirurgici a 30 giorni dalla dimissione.

The Lancet: Studio RN4CAST su Infermieri ed esiti assistenziali - See more at: http://www.infermieristicamente.it/articolo/2980/the-lancet-studio-rn4cast-su-infermieri-ed-esiti-assistenziali

L'indagine ha coinvolto 300 ospedali di 9 Paesi Europei (Belgio, Inghilterra, Finlandia, Irlanda, Paesi Bassi, Norvegia, Svizzera, Svezia, Spagna), 422.730 pazienti, di cui si sono tenuti conto delle eventuali patologie concomitanti, con una dotazione organica di 26. 516 infermieri. I dati analizzati si riferiscono agli anni 2007/2010 per ricoveri di due o più giorni.

I risultati della ricerca evidenziano che il tasso di mortalità dei pazienti chirurgici a trenta giorni dalla dimissione è direttamente correlabile a :

  • dotazione organica, rapporto infermiere – pazienti, ad ogni aumento di una unità paziente per infermiere, la probabilità di morte del paziente aumenta del 7%;

  • livello di istruzione degli infermieri (laureati e non), ad ogni aumento del 10% di personale infermieristico laureato corrisponde una diminuzione del 7% del tasso di mortalità.

L'associazione dei due valori ha rilevato che, negli ospedali in cui il 60% degli infermieri è laureato ed il rapporto infermiere/paziente è di 1:6 la probabilità di decesso a trenta giorni della dimissione è del 30% inferiore in strutture in cui gli infermieri laureati sono meno del 30% ed il rapporto infermieri/pazienti è di 1:8.

Questo lavoro che si pone come pietra miliare nella storia dell'infermieristica europea ci mostra come gli Infermieri facciano la differenza sui pazienti.

Proprio per l'importanza che lo studio ha assunto in Europa, grazie all'impegno della Professoressa Loredana Sasso

ed al preziosissimo apporto economico e motivazionale del Nursind, poco più di un anno fa, presso il Dipartimento di Scienze e di Salute dell'Università di Genova, si è tenuta la Conferenza di presentazione del progetto RN4CAST, con l'entrata dell'Italia in questo importante studio.

Perché è importante che anche l'Italia faccia la sua valutazione? Perché ci si attende che i risultati, orientati a offrire un metodo innovativo per pianificare il bisogno di infermieri nel futuro, diano la giusta direzione alla governance politica nel reclutamento di personale infermieristico. La spending review non ha fatto altro che tagliare in risorse, senza tener conto dei risultati ottenuti in termini di salute per il paziente, risultati nulli, anzi maggiormente gravosi sulle finanze del governo a causa delle complicanze e dell'aumento dei giorni di degenza.

Lo studio avviato in maggio/giugno 2015, dovrebbe durare 12 mesi, di cui i primi sei dedicati alla raccolta dei dati; i risultati si dovrebbero avere a giugno 2016.

Ed eccoci arrivati all'ultimo studio di cui parlavamo in apertura.

Pur rimanendo sempre tale il risultato finale della ricerca, la novità di quest'ultima è l'aver preso in esame anche la presenze di altre figure correlate, come gli Oss.

La ricerca ha esaminato due gruppi di dati raccolti in un arco temporale di due anni (2009/2011), il primo gruppo ha esaminato il numero di pazienti affidati ad ogni infermiere, medico ed operatore di supporto, presso 137 ospedali per acuti del NHS Inglese; il secondo gruppo è una survey trasversale su un campione di circa 3.000 infermieri presso 31 trust (comprendenti 46 ospedali e 401 reparti).

La mortalità attesa, sia tra i pazienti di area medica che chirurgica, è stata calcolata considerando fattori quali età, altre condizioni sottostanti, numero di accessi al pronto soccorso nei precedenti 12 mesi.

Tra i pazienti ricoverati nei reparti di medicina, i tassi di mortalità più elevati sono risultati associati ad un maggior numero di pazienti affidati ad ogni infermiere e ad ogni medico, cioè ad un rapporto sfavorevole pazienti/medico e pazienti/infermiere. Per contro la presenza di un maggior numero di operatori sanitari di supporto non dà gli stessi riscontri ed è anzi risultato associato a un maggior tasso di mortalità ospedaliera.

Il tasso di mortalità risultava del 20% inferiore quando ogni infermiere aveva in carico un numero di pazienti pari a 6 o meno, rispetto a quei contesti dove ogni singolo infermiere aveva in carico 10 o più pazienti.

Anche nei reparti chirurgici un rapporto infermiere/pazienti più favorevole risultava associato ad una riduzione di mortalità del 17% rispetto ai contesti con rapporto personale infermieristico/pazienti più sfavorevole.

Interessantissimo rilevare come a fare la differenza nella qualità delle cure sia l'Infermiere.

Le nuove politiche che procedono sempre maggiormente verso la sostituzione degli infermieri con gli Oss, sempre e solo nell'ottica del risparmio, stanno imboccando una strada alquanto pericolosa, perché come abbiamo visto sulla mortalità appare assolutamente rilevante il numero degli infermieri, mentre non c’è nulla che suggerisca che un numero maggiore di ausiliari abbia un ruolo nel ridurre i tassi di mortalità.

Abbiamo quindi visto che pur cambiando gli indicatori di sistema, l'Infermiere resta uno snodo importante per assicurare al cittadino Salute.

Auspichiamo che alla luce dei lavori svolti in questi anni ed alla luce del RN4CAST di cui attendiamo i risultati, davvero si possa arrivare ad una nuova coscienza e ad una responsabile inversione di marcia.

 

Fonte: Studio UK. Un minor carico assistenziale per infermiere riduce la mortalità ospedaliera del 20% (Quotidiano Sanità)