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RN4CAST: primi risultati dello studio in Italia

Chiara D'Angelodi
Chiara D'Angelo
Pubblicato il: 18/07/2016 vai ai commenti

EditorialiNursingRN4CAST

Dal 2013, grazie all’Università di Genova e al cofinanziamento del progetto da parte del Nursind, lo studio RN4CAST si è esteso anche all’Italia, dopo aver interessato altri 13 Paesi in Europa e negli Stati Uniti.

 

L’obiettivo generale dello studio è quello di identificare e verificare l’esistenza di interconnessioni dirette fra assistenza infermieristica (intesa nella dimensione del rapporto numerico pazienti/infermieri e del livello di istruzione del personale) e incidenza di complicazioni nei pazienti dimessi dalle strutture sanitarie e tra numero di pazienti per infermiere e qualità dell’ambiente di lavoro.

Già negli anni passati questa connessione è stata verificata in tutti i Paesi sottoposti a studio, riportando dati di rilevazione estremamente interessanti da questo punto di vista.

L’Università di Genova, con l’interessamento in prima persona della professoressa Loredana Sasso e del suo team di colleghi, grazie al contributo fondamentale di Nursind quale partner finanziatore, ha esteso lo Studio agli ospedali italiani, coinvolgendo nella ricerca 13 regioni, 40 ospedali, 292 unità di medicina generale e chirurgia, 3716 pazienti e 3667 infermieri.

Dalla analisi dei dati raccolti durante lo studio, i risultati che emergono non sono certo confortanti per la situazione dell’assistenza infermieristica in Italia.

Partendo dal dato di base, ossia il rapporto numero di pazienti/infermiere, che in Italia è 9,5:1 (sopra la media di 8:1 degli altri Paesi, e ben lontano al rapporto ottimale 6:1) e considerando che la soglia di istruzione di base per gli infermieri italiani è la laurea triennale, dai dati RN4CAST emerge un primo significativo allarme in Italia il rischio di mortalità a 30 giorni dei pazienti chirurgici è superiore del 21% rispetto a quello che è ragionevole ritenere si avrebbe se il rapporto pazienti/infermieri fosse nella misura ottimale di 6:1.

A questo, che è un dato di rischio potenziale, si aggiunge un altro dato preoccupante che si riferisce alle cosiddette “cure incompiute”; dall’analisi risulta che il 41% delle cure infermieristiche in Italia risulta incompiuta, ovvero non erogata o erogata parzialmente.

Approfondendo questo aspetto, lo Studio mette in evidenza come ad essere relegate nell’incompiutezza sono le prestazioni afferenti alla sfera della comunicazione con il paziente, di relazione, di pianificazione e di formazione.

Prestazioni che invece dovrebbero essere qualificanti per la professione, mentre invece gli infermieri italiani si ritrovano a dover sopperire a mansioni di competenza di altre figure o che presentano caratteristiche di mera esecutività, quali la somministrazione id antidolorifici, la gestione delle procedure e della burocrazia assistenziale.

Una situazione di stress professionale di cui gli stessi infermieri risentono, tant’è che il 36% di loro, se ne avesse l’opportunità, sarebbe disposto a cambiare lavoro nell’arco di 12 mesi.

Nonostante questi aspetti fortemente negativi, comunque, la percezione dell’assistenza da parte dei pazienti risulta di buon livello, registrando alte percentuali di soddisfazione riguardo alla prestazione infermieristica e al rapporto con gli infermieri.

Lo studio tratteggia quindi la complessità della situazione italiana, compressa fra un sistema demansionante che opprime la professione e la vocazione al risultato dei professionisti che, nonostante limitazioni di ogni genere (economiche, strutturali, organizzative) riescono a produrre risultati apprezzati dal paziente.

E’ ovvio però che la buona volontà e la preparazione non possono essere il tampone ai gravi problemi organizzativi e strutturali che lo studio mette in evidenza, per cui è anche e soprattutto su questa strada che ci si dovrebbe muovere con le politiche sanitarie nel nostro Paese.


Leggi l'articolo originale dall'Editorial di JAN QUI