Era il lontano 1896 e Stephen Paget affermava che “il cuore rappresenta il limite imposto alla cardiochirurgia e che nessun nuovo metodo e nessuna nuova tecnica avrebbero potuto superare le intrinseche difficoltà rappresentate dalle ferite del cuore”.

Ma questo è il passato, e da allora enormi sono stati i passi fatti nel campo della cardiochirurgia, tanti, il cuore non è più un limite, che può anche non battere e reso esangue durante le operazioni chirurgiche.

Due le fondamentali invenzioni, una risalente agli anni ’50, la CEC (circolazione extra corporea), ed una negli anni ’70, le soluzioni cardioplegiche.

Molte delle operazioni cardiochirurgiche devono essere condotte a cuore aperto, tranne quelle sulle coronarie, per le quali si può operare a cuore battente.

La tecnica, fino ad oggi, maggiormente usata per le operazioni a cuore fermo, è la CEC.

La CEC, circolazione extracorporea, permette al cuore di fermarsi e rimanere esangue, questo, dopo essere stato svuotato dal sangue circolante, si contrae, ma non sviluppa pressione, potendo così escluderlo dalla circolazione sistemica, occludendo l’arteria aorta distalmente, all’origine dalle arterie coronarie, impedendo al sangue di raggiungere il cuore.

La CEC, che funge da bypass cardio-polmonare, è costituita da un circuito sintetico e biocompatibile, attraverso il quale, una pompa meccanica (roller o centrifuga), preleva il sangue venoso in arrivo al cuore, restituendolo all’organismo, dopo averlo ossigenato e depurato dall’anidride carbonica.

Il meccanismo prevede il drenaggio delle vene cave e la reinfusione del sangue in un’arteria di grosso calibro, previo passaggio dello stesso dalla pompa che simula l’attività cardiaca, e un ossigenatore che simula la funzione polmonare.

Per quanto la tecnica sia stata migliorata negli anni e, l’utilizzo della CEC possa comunque comportare risvolti positivi come, riduzione del lavoro cardiaco, l’adeguata perfusione e ossigenazione periferica, il recupero del sangue, la protezione miocardica tissutale e il riequilibrio idro- elettrolitico, molte ancora le complicanze che gravano dovute alla complessità della procedura ed alle variabili individuali.

Gli aspetti negativi della CEC sono:

  • Alterazioni del sangue circolante, numero e funzione delle piastrine, alterazioni fisiche come l’emolisi;
  • Alterazioni dell’equilibrio acido- base, per una eccessiva eliminazione di CO2;
  • Alterazioni della distribuzione dei flussi regionali, con diminuzione del flusso renale e del distretto splancnico, con il possibile insorgere di insufficienza renale o epatica.

Proprio per scongiurare quelle che possono essere le complicanze peri-operatorie e post- operatorie, recentemente ha preso piede lo sviluppo delle tecniche mini invasive, che hanno sicuramente un minor impatto sull’organismo ed un minor impatto traumatico che comporta una riduzione del rischio di infezioni e di complicanze peri operatorie.

L’equipe di Cardiochirurgia di Anthea Hospital di Bari, che ha ottenuto un importante riconoscimento come membro MIECTIS (Minimal invasive Extracorporeal Technologies Internetional Society) la società più prestigiosa a livello internazionale nel campo delle tecnologie applicata alla circolazione extracorporea,  si è specializzata nella circolazione extracorporea mininvasiva (MIECC), una tecnica capace di ridurre i rischi della CEC.

La circolazione extracorporea mininvasiva si avvale di un circuito a superfice ridotta che, impedisce al sangue di entrare in contatto con l’aria.

Inoltre quest’ultima non comporta l’apertura dello sterno, abbassando il rischio di infiammazioni sistemiche come la Sirs, causata dal contatto con l’aria.

Ed ancora, abbassa il rischio di insorgenze di aritmie post operatorie e di insufficienza renale.

 

Fonti:

Anthea Hospital, una nuova tecnica mininvasiva nella circolazione extracorporea

Circolazione extracorporea