L’Italia resta il fanalino di coda in Europa nel trattamento del dolore. Siamo agli ultimi posti nell’impiego di oppioidi efficaci nella cura del dolore severo e la spesa per questi farmaci analgesici è inferiore di quattro volte rispetto ai farmaci anti-infiammatori non steroidei (Fans). La spesa pro capite di oppioidi in Italia è pari a 1,6 euro. La media europea è di quasi 5 euro. In Germania è di circa 10 euro. Secondo il rapporto Osmed le dosi medie giornaliere di oppioidi maggiori e minori in crescita dopo la legge 38, a partire dal 2015 hanno subito una battuta di arresto. Il dato è confermato dall’estrema variabilità regionale. Alcune regioni che negli anni passati erano più virtuose ora fanno registrare addirittura un segno negativo

Termometro sensibile dell’attenzione al problema dolore è l’osservazione delle realtà dei Pronto Soccorso. È il dolore acuto  (dal 52% al 78% degli accessi in varie casistiche) il più frequente sintomo di presentazione al Pronto Soccorso. Ciò nonostante ancora si osserva un’insufficiente riconoscimento e/o trattamento. La legge 15 marzo 2010 n. 38 e i progetti di “Ospedale senza dolore” riguardano prevalentemente il trattamento del dolore cronico (in particolare quello oncologico) e risultano ancora poco incisivi nei dipartimenti d’emergenza. 

Ma quali sono gli ostacoli al diritto del paziente dall’essere libero dal dolore in ogni circostanza?

In primis la deficitaria  formazione specifica di base universitaria del medico sul riconoscimento e il trattamento del dolore.

 Da questo ne consegue una sequela di criticità. Tempi di trattamento troppo lunghi, specialmente per i pazienti con dolore severo. Un problema che potrebbe essere facilmente risolto, prevedendo una procedura che consenta la somministrazione precoce da parte dell’infermiere, di  analgesici secondo valutazioni e algoritmi validati dalle evidenze scientifiche.

Un approccio di tipo “laico”, che trova la comunità scientifica internazionale completamente concorde, tranne in Italia, dove il paradosso regna sovrano. Comuni farmaci analgesici sono di libera vendita e il cittadino costantemente si automedica come meglio crede, mentre l’infermiere professionista sanitario formato, è contenuto nelle sue possibilità, da una cultura medico-centrica restia alla co-evoluzione del sistema sanitario.

Il recente rapporto dell’associazione Cittadinanza Attiva realizzato insieme alla SIMEU sulla salute dei Pronto Soccorsi Italiani , ci indica che il trattamento del dolore non è sicuramente una priorità in quantoil numero di strutture sanitarie deputate all’emergenza-urgenza che ha formalizzato delle linee guida per la gestione del dolore è soltanto il 47% nei Pronto soccorso, il 66% nei DEA di I livello, il 61% nei DEA di II livello.

Intanto nei paesi più virtuosi la ricerca sul dolore si sviluppa anche nell’analizzare il problema di trattamento terapeutico del dolore nei pronto soccorso al variare  della turnazione da diurna a serale. Una ricerca realizzata da un team australiano, pubblicata da Emerg Med J doi:10.1136/emermed-2016-206044 “Variables associated with administration of analgesia, nurse-initiated analgesia and early analgesia in the emergency department” (Le variabili associate alla somministrazione di analgesici, l'analgesia pre-somministrata dall’infermiere e l'analgesia nelle prime ore nel dipartimento di emergenza), mostra che nelle ore diurne al Pronto Soccorso chi si rivolge avrebbe il 38% in meno di probabilità di ricevere farmaci antidolorifici rispetto a chi ci va nelle ore notturne. Una differenza di terapia riscontrata anche in base all’età, dove ai più giovani e alle persone che parlano la lingua nazionale vengono somministrati più frequentemente gli analgesici.

Lo studio ha esaminato 1.289 persone che si erano recate al dipartimento di emergenza a Melbourne, tra luglio e agosto 2013. Gli scienziati hanno quindi registrato quanto spesso venivano prescritti gli analgesici e quanto spesso i pazienti ricevevano questi farmaci entro 30 minuti dall’accettazione al Pronto Soccorso.Tutte le persone coinvolte avevano più di 18 anni e accusavano dolori. Dai risultati dello studio è emerso che 745 pazienti, il 58%, aveva ricevuto qualche tipo di antidolorifico. Di questi, 419 persone avevano ricevuto la terapia da un infermiere, che somministrava più facilmente la terapia antidolorifica davanti a casi di dolore da moderato a grave o se il paziente doveva essere trattato entro 30-60 minuti. 

Una differenza abissale con gli standard italiani rilevati da una ricerca pubblicata da Evidence Fondazione Gimbe nel 2012, dove il timing medio di somministrazione degli analgesici nei Pronto soccorso  è stato di 90 minuti (range 7-697 minuti) nei pazienti con dolore severo e di 93 minuti (range 9-908 minuti) nei pazienti con dolore moderato. Sono stati trattati dopo oltre 20 minuti dall’accettazione di triage 9/23 pazienti con dolore severo (39%). Sono stati trattati dopo oltre 60 minuti dall’accettazione di triage 49/97 pazienti con dolore moderato (50,5%). 

Tuttavia, la ricerca australiana ha dimostrato che i pazienti con più di 55 anni avevano il 19% in meno di probabilità di ricevere una terapia analgesica, mentre gli ultrasettantacinquenni avevano una probabilità del 32% inferiore rispetto ai pazienti più giovani. Infine, le persone che richiedevano un interprete linguistico quando si rivolgevano al servizio di emergenza avevano il 58% in meno di probabilità di avere analgesici rispetto a chi parlava la lingua nazionale.

Giustamente il coordinatore della ricerca australiana, in merito a queste disparità incoerenti di trattamento pone delle ipotesi:...“Non sappiamo il perché di questa disparità di trattamento. Potrebbe dipendere dal fatto che gli operatori sanitari sono meno impegnati durante le ore notturne o che i pazienti più anziani sono più sensibili alle terapie analgesiche, per cui i medici sono meno inclini a somministrarle”. Mentre per quanto riguarda le differenze linguistiche, “è possibile che ci sia una difficoltà nella comunicazione e che i pazienti che non siano capaci di dire allo staff medico che hanno bisogno di antidolorifici”. In conclusione rileva che l’indagine è un’ulteriore prova del fatto che non in tutti i reparti di emergenza si somministrano antidolorifici, anche quando necessario”. 

Veramente il confronto con la realtà italiana è abissale. Questi dati ci confermano che la scelta del see and treat nei pronto soccorso italiani è giusta e va realizzata con risolutezza.  Prevedere percorsi formativi e modifiche di aspetti organizzativi e procedurali in Italia che possano determinare la compiuta produttività della funzione e ruolo infermieristico in Italia, può solo consegnare un miglioramento della qualità delle cure dovute a tutti i cittadini.

 

Fonte

http://emj.bmj.com/content/early/2016/10/27/emermed-2016-206044.full

http://www.evidence.it/articolodettaglio/209/it/364/oligoanalgesia-in-pronto-soccorso-da-un-audit-retrospettivo-a-u/articolo

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/17355670

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23911022