All’indomani della cocente delusione referendaria per il Governo Renzi, sfociata nelle dimissioni del Premier (e momentaneamente congelate dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, almeno fino all’approvazione della Legge di Bilancio), ci si interroga sulle conseguenze che la caduta del Governo potrà avere nelle vicende della Sanità e del Pubblico impiego.

 

Molte sono le partite ancora aperte, anzi, tutte le partite sono ancora aperte, dato che su nessuna delle questioni scottanti si è ancora giunti al punto definitivo.

Sul fronte sanitario i LEA sono ancora al palo, e nei giorni scorsi abbiamo ripreso le dichiarazioni della senatrice Dirindin al riguardo (Clicca).

La riforma del Pubblico Impiego è ancora in fase embrionale con il ddl Madìa ancora in grembo.

La contrattazione per il rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici sta per aprirsi, ma ancora non ci siamo.

Insomma, tanti cantieri, tutti aperti, tutti importantissimi. In questo scenario c’è chi si chiede se la crisi di governo costituirà un problema, un problemino o una catastrofe.

Un approccio consapevole al voto referendario avrebbe dovuto da parecchie settimane far prendere coscienza che la caduta del Governo era uno degli eventi possibili all’orizzonte.

Il titolo dell’articolo di Giorgio Pogliotti su “Il Sole 24 Ore” di oggi ci lascia un pochino perplessi: “Sindacati spiazzati dalla crisi di governo”. La prima domanda che ci poniamo è: ma come spiazzati? Non si era capito che era un evento possibile?

Iniziando la lettura dell’articolo scopriamo poi che i sindacati spiazzati sono CGIL, CISL e UIL, che paventano e fanno gli scongiuri contro funeste possibilità sul futuro delle partite aperte, auspicandosi che gli accordi sinora raggiunti vengano mantenuti validi.

Bene, la nostra idea è che ora, come e più di prima, sia il momento di dare forza alle nostre istanze, di perorare la causa del sistema sanitario, del rinnovo contrattuale, della riforma del pubblico impiego. E’ anche l’occasione per CGIL CISL e UIL di rilanciare uno stile fiacco e appiattito sulle richieste del Governo, di cui il pseudo-accordo di alcuni giorni fa (gli 85 euro medi di aumento, a regime) è stato un segnale (Clicca).

Non è l’ora di temere di perdere, ma l’ora di credere e investire tutte le forze nella vittoria.

Ci preoccupa e respingiamo l’idea che di fronte all’incertezza debba prevalere la paura (vera o paventata che sia), perché con questa impostazione una chiusura al ribasso pare inevitabile.

 

Fonte: Il Sole24Ore Sanità