È un pregiudizio che i dipendenti pubblici si ammalino di più dei privati. I dati INPS parlano chiaro, nel 2015 i certificati medici nel settore privato sono stati circa 12,1 milioni, e 6,3 milioni quasi la metà, quelli dei dipendenti pubblici. Hanno avuto almeno un evento di malattia 4,3 milioni di lavoratori del privato, mentre nel comparto pubblico i lavoratori con almeno un evento di malattia, sono stati 1,9 milioni.

Dal 2014 il trend è comunque in aumento, del 4,3% per la pubblica amministrazione e del 4,9% per il settore privato.                                                                                             Il numero complessivo di eventi malattia per l’anno è pari rispettivamente a 8,9 milioni nel settore privato e 5,0 milioni nella pubblica amministrazione. Da 2 a 3 giorni, la durata media del periodo di astensione dal lavoro per malattia certificata in entrambi i comparti.

Il numero di eventi nel settore della pubblica amministrazione, registra un aumento del 2,9% rispetto all’anno precedente; in particolare aumentano le classi da 6 a 10 giorni (+11,3%) e da 4 a 5 giorni (+7,7%). In contro tendenza invece sono gli eventi con un solo giorno di malattia che registrano una diminuzione del 2,7% rispetto al 2014.

Nel settore privato il numero di eventi nel 2015 rispetto all’anno precedente, ha subito incrementi pari al 4,7%, con variazioni, più consistenti in tutte le classi fino a 10 giorni, minori oltre i 60 giorni, e diminuzioni in particolare nella classe da 16 a 20 giorni (-2,9%).

La stagionalità, influenza la distribuzione, con un picco da gennaio a marzo con circa il 35% nel privato e il 38% nel pubblico ed un minimo nel secondo trimestre (aprile-giugno), con il18% nel privato e il 14% nel pubblico.

Altro luogo comune, quello geografico, insospettabilmente è il Nord-Ovest nel 2015 ad ottenere il primato con il 28,3% di certificati medici presentati al proprio datore di lavoro, seguita a pari merito dal Nord Est e Centro con il 21,4%, mentre al Sud e Isole ci si ammala di meno, rispettivamente il 19,2% e 9,8%. Portabandiera nel settore privato la Lombardia con 2,6 milioni di certificati pari al 21,4%, seguita dal Lazio (11,2%); nel pubblico il Lazio con il 13,7% e la Sicilia con il 12,3%, e a seguire Lombardia (11,5%) e Campania (10,9%).

Si ammalano di più i giovani lavoratori o gli anziani? Ovvia la risposta, considerato che la classe di lavoratori occupata in generale ha una classe di età elevata, particolarmente evidente nel settore pubblico, dove infatti la classe di età a maggior frequenza è quella tra i 55 e 59 anni (21,1%), nel privato è quella tra i 40 e 44 anni (16,2%).. Anche la tipologia di contratto fa la differenza, l’85,5% (3,6 milioni) a tempo indeterminato nel settore privato si ammala con più frequenza con un numero medio di eventi pari a 2,2 e durata media pari a 17,7 giorni di assenza; nel pubblico rispetto al privato il numero medio di eventi è inferiore, pari a 1,7 mentre maggiore è la durata media di malattia pari a 22 giorni.

L’assenteismo per malattia ha una preferenza di genere? Nel comparto privato sono in maggioranza maschi (56,4%), al contrario sono le donne in maggioranza (68,5%) nella Pubblica amministrazione. Ma è la tipologia di lavoro ha determinare la salute dei lavoratori, nel 2015 gli operai del privato 2,9 milioni il 67,3% sono stati interessati da almeno un evento di malattia, di questi il 67,0% è di genere maschile; nel pubblico invece, la categoria più numerosa ad ammalarsi il 29,1% ha la qualifica di impiegato, e di questi il 31,7% è di genere maschile. Per quanto riguarda la durata della malattia gli operai presentano durate medie di 21,2 giorni contro i 12,6 degli impiegati e gli 11,1 degli apprendisti.

Interessanti i dati forniti rispetto al settore di attività, nella tabella parziale, un confronto nel privato, tra agricoltura e servizi sanitari, fornisce un quadro su cui riflettere. La durata media della malattia, nel settore “Agricoltura, caccia e silvicoltura, pesca, pescicoltura e servizi connessi” è la più elevata si arriva a 41,8 a fronte di 18,1 giorni nel settore sanitario, praticamente nella media complessiva di tutte le attività esaminate.

 Nel 2010 (fonte coldiretti), gli occupati in agricoltura erano 891mila, con un trend in crescita. Gli occupati nella sanità pubblica, comprensivi del settore amministrativo e dirigenziale 530.732 ( dati ARAN dicembre 2015), con un trend in decremento. Lo dimostrano le  spese per il personale,complessivamente nel 2013 sono ammontate a 36 miliardi (circa il 7% del pil), nel 2010 ammontavano a 38 miliardi, un risparmio essenzialmente dovuto al blocco del turn over del personale.

L’Italia invecchia così come il personale sanitario e per risparmiare non si assume, con la conseguenza che il personale sanitario perde gradualmente in salute.

Abbiamo perso il primato dell’eccellenza del SSN, secondo l’OMS migliori paesi nella qualità dei servizi sanitari sono la Francia e la Germania. In Germania ci sono più infermieri 9,8 ogni mille abitanti e 5 medici ogni mille abitanti, in Italia circa 7 infermieri ogni mille abitanti  e 4 medici ogni mille abitanti.

In pratica le Università italiane stanno formando i professionisti sanitari per i paesi del resto d’Europa, senza che questi paesi contribuiscano al loro finanziamento. Il risparmio sul personale fa cassa. In realtà il bacino di professionisti sanitari in formazione, serve molto anche in Italia, utile a sopperire le dotazioni d’organico insufficiente. Molto comodo usufruire di questo personale in tirocinio formativo, che paga tasse ingenti all’Università e solo in minima parte è retribuito, poco gli specializzandi medici, praticamente nulla per gli infermieri studenti e alla fine la beffa, disoccupati al termine degli studi.

 Lo Stato con il blocco del turnover, senza assunzioni, spostando l’età pensionabile in avanti e neanche riconoscendo usurante la categoria preposta all’assistenza, risparmia molto, sulla pelle e salute dei professionisti sanitari.

In 3 anni dal 2010 al 2013 la spesa degli stipendi è diminuita di oltre 2 miliardi. Quindi non a caso conviene incrociare dati come il progressivo aumento della spesa farmaceutica (Fonte OSMED 2015), nel 2015  si è registrato un aumento dell’8,6% rispetto al 2014. 

Ogni cittadino italiano ha speso circa 476 euro per l’acquisto di medicinali, a spendere per la propria salute non sono solo i pensionati, contribuiscono notevolmente anche i lavoratori occupati.

Di cosa si ammalano i lavoratori? Per via indiretta possiamo osservare l’indicatore della tipologia di consumo dei farmaci in crescita. La spesa più elevata è stata registrata per i derivati benzodiazepinici, in particolare, per gli ansiolitici (381,6 milioni di euro), tra i principi attivi a maggior spesa nel 2015 il paracetamolo (124,5 milioni di euro) e lorazepam (124,4 milioni di euro), diclofenac (149,5 milioni di euro), ibuprofene (128,4 milioni di euro).

Del maggior consumo di antalgici, antinfiammatori e ansiolitici, i lavoratori occupati ne hanno diretta conoscenza, sono farmaci di automedicazione che costantemente dobbiamo assumere per contrastare lo stress-lavoro correlato, sopra i livelli di guardia in ogni settore di attività.

La causa di questa infausta spirale di mancata salute dei lavoratori, è una gestione superficiale delle politiche. I governi che si sono succeduti, non hanno compreso le conseguenze dei risparmi ottenuti dalla continua deplezione delle risorse umane.

Al calo delle risorse umane occupate, specialmente in sanità e l’aumento della popolazione anziana con malattie croniche complesse, la richiesta di salute aumenta in entrambe le direzioni, ed in modo esponenziale anche la spesa totale sanitaria. Non servono eminenti statisti per documentare tale correlazione.

 

Fonte

www.inps.it