Era poco più che trentenne un tecnico radiologo dell'ASP di Enna quando i turni massacranti, secondo la Suprema Corte, lo hanno stroncato.

 

Sette anni di turnazione insostenibile imposta dall'Azienda hanno minato la vita del giovane sanitario fino a spegnerla, lasciando nello sconforto moglie e figlia (R.it Palermo).

Dopo una lunga battaglia legale, arriva ora la sentenza della Corte di Cassazione: la morte del tecnico è dovuta al “superlavoro”, pertanto l'Azienda sanitaria dovrà risarcire il danno alla famiglia. 

E, ancora, la Suprema Corte chiarisce che spetta al datore di lavoro (in questo caso l'azienda sanitaria) organizzare il lavoro in maniera tale da soddisfare le esigenze di erogazione di servizi in armonia con il rispetto dei diritti dei lavoratori, preservandone l'integrità psico-fisica.

Non è tollerabile, secondo la Cassazione, che ospedali in sotto-organico riversino sui dipendenti tutto l'onere di garantire le prestazioni sanitarie e ai pazienti.

La vicenda accade nell'ASP di Enna, già in tempi recenti condannata a risarcimenti cospicui verso tre chirurghi sottoposti a reperibilità oltre i limiti consentiti dalla legge.

La sentenza ha due risvolti importantissimi: innanzitutto sancisce la responsabilità delle aziende sanitarie nella gestione dell'organizzazione del lavoro e della tutela della salute dei lavoratori, imponendo misure di riorganizzazione che non si concretizzino in soli aumenti del carico lavorativo in capo a ciascun dipendente. In secondo luogo viene riconosciuto il “superlavoro” come causa possibile e potenziale di morte la cui responsabilità ricade sul datore di lavoro. Sicuramente un concetto su cui le direzioni aziendali dovranno approfonditamente riflettere.

 

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