Non hanno braccia, non hanno gambe, sono le vittime mutilate del farmaco Killer : la Talidomide.

(da L’Espresso)

Talidomide, è il nome commerciale (derivato dal principio chimico) di un farmaco responsabile di uno dei più grandi scandali della medicina.

Prodotto in Germania, dalla casa farmaceutica tedesca Gruenenthal, venne messo in commercio nel 1956 e poi distribuito in 46 nazioni, come sedativo, antinfluenzale e contro la nausea nelle donne in gravidanza.

In quegli anni, una pubblicità martellante, lo dava come un farmaco sicuro, ideale ed efficace nel combattere la nausea gravidica.

Per la prima volta, il farmaco venne bloccato negli Stati Uniti, da una funzionaria della sanità che intuì come ci fosse una forte correlazione tra l’assunzione della Talidomide e l’aumento delle malformazioni neonatali in crescita esponenziale.

Osteggiata dalla casa farmaceutica, riuscì ad impedirne il commercio.

Le ricerche scientifiche confermarono la correlazione con le malformazioni neonatali: mancata formazione degli arti, problemi al cuore ed ai reni, ai denti, all’intestino ed alla vista.

Il farmaco fu ritirato nel 1961, ma non in tutti gli Stati, mentre nel mondo si contavano almeno 20.000 vittime, senza contare gli aborti, non allora collegati all’azione del farmaco incriminato.

In Italia, la Talidomide non fu ritirata immediatamente, vuoi per uno Stato allora superficiale e negligente, vuoi perché negli anni ‘60 il SSN non era ancora nato (introdotto negli anni settanta), ed i medici della mutua non possedevano una adeguata rete di informazione, supporto e controllo.

Per molto tempo ancora, il farmaco killer continuò ad essere prescritto continuando a mietere vittime, che negli anni a suon di sentenze sono riuscite ad ottenere un indennizzo.

Ma i processi sono lunghi e costosi, difficile e complicato ricostruire storie ciniche degli anni sessanta.

Per questo le vittime, riunitesi in associazioni, riuscirono a portare in Parlamento nel 2007, una legge che approvata, prevedeva il risarcimento delle vittime accertate, nate dal 1959 al 1965.

Un limite temporale questo che lasciò fuori dall’indennizzo molte delle vittime nate prima e dopo questo arco temporale vincolante.

Le associazioni riuscirono a varare un’altra legge in Parlamento nel 2016, in cui l’arco temporale precedente venne abrogato: tutte le vittime accertate possono chiedere l’indennizzo.

Ma dell’ultima legge approvata, ad oggi mancano ancora i decreti attuativi, e se non verranno emanati entro Dicembre 2017, la legge in sé decadrà.

Infatti l’abrogazione dell’arco temporale approvato nel 2016 era una proroga della legge del 2007, e quindi i dieci anni previsti per chiedere l’indennizzo stanno per scadere.

Il dolore, la beffa, l’inganno, per questi uomini e donne che oggi portano i segni degli effetti collaterali di un farmaco commercializzato per negligenza dello Stato italiano, e che oggi vivono di una misera pensione di invalidità.

Racconta Monica Pagnin : «Non ho un lavoro, perché non riesco a trovare nessuno che assuma una persona senza braccia, e nelle mie condizioni devo vivere con la pensione d'invalidità, 515 euro, e l'assegno di accompagnamento, altri 280: in tutto fanno 795 euro al mese. Nel 2010 ho fatto causa per avere lo stesso indennizzo riconosciuto dalla prima legge a tutte le altre vittime del talidomide. Il tribunale di Verona mi aveva dato torto, ma la corte d'appello di Venezia ci ha finalmente concesso una perizia d'ufficio, che ovviamente ha confermato che sono anch'io una vittima del talidomide. La sentenza però non è ancora definitiva, gli avvocati dicono che la Cassazione è oberata di cause e potrebbe decidere fra altri quattro o cinque anni. Nell'agosto 2016, quando è arrivata la nuova legge, abbiamo cantato vittoria. Finché non abbiamo scoperto questa clausolina del regolamento. E pensare che quando il Parlamento ha approvato le nuove norme, la nostra delegazione è stata ricevuta a Roma dal ministro Beatrice Lorenzin. Ci ha voluti vedere di persona per dirci che la nostra vicenda le stava molto a cuore e che era felice che il Parlamento ci avesse reso giustizia. Poi si è rivolta proprio a me: “Ora c'è la legge, è contenta?”. Le ho risposto: “Certo, ma sarei ancora più contenta se ci fosse anche il regolamento di attuazione”. Purtroppo avevo visto giusto: il regolamento non c'è ancora e al ministero rispondono che è ancora all'esame di questo o quell'ufficio. E intanto la nostra legge rischia di scadere».

Dicembre è alle porte e questi uomini e donne, di cui non tutti conoscono la storia, potrebbero non avere mai giustizia.

 

Ph credit: la Stampa e le Iene