Sabato 2 febbraio: il Reno furente, carico delle recenti piogge battenti e dello scioglimento delle abbondanti nevicate in montagna, rompe gli argini ed esonda in alcuni paesi della bassa bolognese.

 

Impotente di fronte alla forza della natura ti sorprendi a calcolare quanto la tua casa dista dal luogo dello straripamento, quanto in linea d’area dista l’argine che costeggia il tuo insediamento, quanto in alto è il tuo caseggiato e se c’è qualche possibilità di mettere in salvo le auto in un territorio talmente piatto che quasi scorgi la curvatura del globo. E fin qui, riflessioni nella norma di fronte ad una calamità naturale che minaccia la tua vita, i tuoi affetti, i tuoi beni.

 

Ma ti ricordi di essere un infermiere quando, immediatamente dopo aver messo mentalmente in salvo, il proprio mondo, in un automatismo ormai strutturale, ti sorprendi a calcolare quanto dista l’ospedale dove lavori dal luogo della tragedia, qual é il rischio che possa essere minacciato dalle acque e quindi, quanto possa essere utile e disponibile ai soccorsi, a chiederti se è stata attivata la maxiemergenza, se sei reperibile, se sarai richiamato in servizio, se e quali sono le strade alternative percorribili per riuscire a presentarsi a tutti costi puntali al proprio posto di lavoro: perché, è proprio in momenti come questi, che emerge prepotente la consapevolezza dell’importanza del proprio ruolo, della propria professione nella vita delle persone di cui ci prendiamo cura.

 

E la mente torna ad un’altra calamità: 20 e 29 maggio del 2012, i terremoti che hanno devastato numerosi paesi emiliani tra la provincia di Modena, Ferrara, Bologna.

E non puoi fare a meno di pensare con orgoglio che tutti siamo rimasti al nostro posto, che ognuno di noi ha continuato a fare ciò che era proprio dovere, mentre la terra ci tremava sotto i piedi, la mente si sforzava di rimanere lucida e il cuore ci batteva per la sorte dei propri cari.

 

Personalmente ricordo le notti interminabili accampati nelle tende, il sonno che fatica ad arrivare perché senti sotto la pancia la terra che continua a brontolare, la fatica di alzarsi con le ossa rotte e lo smarrimento e il dolore di lasciare la propria figlia di sette anni alla premura e alla sorveglianza dei vicini di tenda: perché se durante un terremoto le scuole chiudono, gli ospedali devono continuare a funzionare.

E ancora, la fatica di dissimulare il nodo alla gola nel rispondere alle richieste di rimanere, di non lasciarla sola: “ tu hai chi bada a te, io devo andare, altrimenti i pazienti non avranno nessuno che baderà loro”.

 

In momenti come questi ti rendi conto: non ci siamo scelti un mestiere qualunque, abbiamo scelto di essere infermieri.

 

Abbiamo scelto di essere infermieri con tutto quello che comporta : domeniche e festività sottratte alla convivialità familiare, notti insonni, alterazione dei bioritmi, impoverimento della vita sociale e la lista potrebbe continuare, ma non è una lista della spesa che voglio fare, vorrei che l’opinione pubblica, coloro di cui ci prendiamo cura avvertissero il carico di “senso, di significato” che attribuiamo al nostro lavoro, solo questo, infatti, ci permette di reggere l’impatto negativo di questi aspetti connaturati alla professione dell’infermiere.

 

E’ in momenti come questi che ti rendi conto quanto dolore ti provochi l’aver scelto una professione così densa di significato, ma così poco riconosciuta a livello sociale, professionale e conseguentemente a livello remunerativo.

Il mio sogno è quello di riuscire a cambiare la percezione del ruolo dell’infermiere nell’immaginario collettivo, non solo attraverso un impegno quotidiano nel proprio lavoro, ma anche attraverso un azione di divulgazione e di sensibilizzazione: non smetterò mai di combattere per questo e, momenti come questi servono proprio a ricordarmi di non smettere di farlo.

 

Ps: Lancio un appello alla regione Emilia Romagna da sempre all’avanguardia in progetti pilota ( che , appunto, possano diventare modelli per il livello nazionale): si elaborino Protocolli d’intesa, in caso di calamità, con la Protezione civile e le forze dell’ordine che possano garantire agli operatori sanitari di giungere al proprio posto di lavoro, a fare il proprio dovere, senza mettere a rischio la propria incolumità .

 

 

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