Trecento i reparti da chiudere su tutto il territorio nazionale, tra pronto soccorso e sale parto perché non in regola con la legge: questi gli allarmanti dati che emergono da un’inchiesta di Milena Gabanelli, pubblicata, nei giorni scorsi, sul Corriere.

 

Il D.M 70/2015, infatti, voluto dall’allora ministro della Salute Beatrice Lorenzin, stabiliva tra i requisiti qualitativi dell’assistenza ospedaliera, dei range di volumi di attività precisi da rispettare, soprattutto nell’ambito dell’emergenza e dell’ostetricia, per garantire la sicurezza del paziente.

 I range da rispettare sono i 20mila accessi per i Pronto soccorso e 500 nascite per le sale parto, limiti da applicare in tutti i grandi centri, a da cui sono esonerate le zone di alta montagna e le zone geograficamente disagiate: dove il rischio è il nulla, ci si accontenta di garantire il minimo della sicurezza assistenziale.

 

Nel resto del territorio nazionale i reparti che non stanno nei parametri devono essere chiusi o riconvertiti

La correlazione tra volumi di attività e migliori esiti delle cure, infatti, è ampiamente documentata da numerose revisioni sistematiche della letteratura scientifica, nonostante ciò il principio che piccolo e “sotto casa” possa avere esiti funesti è difficile da far metabolizzare, per motivazioni ovviamente diverse, alle popolazioni e alla politica ed imprenditoria locale.

 

La Regione dove ci sono più Pronto soccorso senza i requisiti è la Lombardia con 24 (su 101), seguono Sicilia con 23 (su 62), Campania con 12 (su 50), Calabria con 7 (su 22) e Umbria sempre con 7 (su 17) , Puglia 4 (su 41), Provincia autonoma di Trento 4 (su 7), Lazio 3 (su 48), Abruzzo 3 (su 16), Provincia autonoma di Bolzano 2 (su 7) e Veneto 2 (su 51). Nessun Pronto soccorso fuorilegge, invece, in Regioni come Emilia Romagna, Toscana, Piemonte e Liguria.

 

Sul versante dei Punti nascita, su 442 reparti di ostetricia, 84 (di cui 9 privati accreditati ) non raggiungono il minimo di 500 nascite, soglia- limite per un parto in sicurezza in caso di complicazioni.

La concentrazione maggiore di Punti nascita da chiudere è in Sicilia 10 (su 48), Lombardia 9 (su 66) ed Emilia Romagna sempre 9 (su 28), Veneto ancora 9 (su 36).

 

Anche per le specialità di neurochirugia e cardiochirurgia la legge prevede che , non solo per assicurare migliori esiti delle cure, ma anche per garantire l’appropriatezza dell’uso dei soldi pubblici, ci sia un reparto ogni 600mila abitanti. Per la chirurgia vascolare uno ogni 400 mila.

 

Su questo versante su tutto il territorio nazionale,  risultano 115 strutture in sovranumero e, dunque, non sicure perché non riescono a garantire un efficace rapporto volume di attività/esiti : 12 (su 100) per la cardiochirurgia, 51 (su 160) per la neurochirurgia, 52 (su 207) per la chirurgia vascolare.

I dati sono stati raccolti da Dataroom Regione per Regione sulla base delle schede di dimissioni ospedaliere (Sdo) del 2017.

 

A quattro anni dall’entrata in vigore della legge, non si è ancora riusciti a portare a termine l’opera di “potatura” e ciò perché per la politica è un azione impopolare, peccato che, spesso il cittadino, ignori che il politico di turno che ha , momentaneamente “salvato” il piccolo ospedale o reparto, sarà un domani indirettamente responsabile di eventuali casi di malasanità che potranno colpirlo.

 

 

Fonte: Dataroom, Corriere. Inchiesta Milena Gabanelli

Ph credit: Corriere