“La malattia professionale in questione (epatite cronica anti HCV positiva) è ad eziologia plurifattoriale sicché la prova della causa di lavoro o della speciale nocività dell'ambiente di lavoro grava sul lavoratore e deve essere valutata in termini di ragionevole certezza, nel senso che, esclusa la mera possibilità dell'origine professionale, questa può essere invece ravvisata in presenza di un rilevante grado di probabilità”.

 

A stabilirlo la Cassazione Civile, Sez. Lav., 12 aprile 2019, n. 10331

 

I fatti

Un’infermiera chiedeva l’accertamento della malattia professionale, avendo contratto l’HCV, dopo essersi punta due volte con una siringa, nel 1987 e nel 1989; per questo chiedeva il riconoscimento della rendita o indennizzo per la menomazione all'integrità psico-fisica subita nello svolgimento dell'attività lavorativa.

 

La Corte di Cassazione, conferma quanto già deciso dalla Corte di Appello di Catanzaro, rigetta il ricorso per le seguenti motivazioni:

riteneva non fornita dalla lavoratrice la prova del necessario nesso causale fra l'evento infortunistico dedotto in giudizio e la lesione dell'integrità fisica, non essendovi prova che l'ago che aveva cagionato le due punture fosse infetto e non essendovi reattivi specifici per la ricerca dell'HCV all'epoca degli infortuni; concludeva di non poter formulare un giudizio positivo, neppure in termini probabilistici, sull'esistenza del nesso causale tra il dedotto infortunio e la tecnopatia HCV.