La presunta buona fede del furbetto del cartellino non può essere fonte di annullamento del licenziamento per giusta causa”.

A stabilirlo la Sentenza della Corte di Appello di Genova, la n. 250 del 20/05/2019.

I fatti

Il dipendente era stato licenziato in relazione alla condotta tenuta, più volte si era allontanato dal posto di lavoro, alterando le presenze in servizio; manomettendo le timbrature, facendo risultare entrate ed uscite dall' ufficio in orari diversi da quelli effettivi.

Il licenziato aveva anche timbrato più volte per i colleghi, ricevendo in cambio analoghi indebiti favori.

Lo stesso chiedeva la revisione della sentenza di primo grado, con la quale era già stata respinta la domanda di annullamento del licenziamento.

 

La sentenza della Corte d’Appello di Genova

La Corte d’Appello di Genovarespinge su tutta la linea il ricorso presentato dal dipendente.

La corte di appello non dà spazio alcuno alle ragioni difensive, tra le quali quella che il dipendente era convinto della sufficienza di un consenso verbale del proprio responsabile all' allontanamento dall' ufficio: la Corte di Appello sosteneva che il dipendente essendo alle dipendenze da molti anni dal comune non poteva non essere a conoscenza dell'obbligo, imposto da sempre da leggi e contratti collettivi, di timbrare il cartellino presenze sia in entrata che in uscita. I

Inoltre, la violazione contestata dal comune non riguarda tanto la circostanza dell'omessa timbratura quanto l'elemento ancor più grave della fraudolenta alterazione della presenza in servizio. Infatti, a carico del dipendente interessato era stato rilevato di aver manomesso le timbrature, facendo risultate entrate ed uscite dall' ufficio in orari diversi da quelli effettivi. Né ha retto lo spunto difensivo alla «situazione di stress» connessa alla necessità di prestare assistenza alla madre anziana.

Il dipendente aveva prodotto 50 alterazioni delle timbrature, per mezzo delle quali, per altro, si era accreditato ore di straordinario illegittimamente.

Ad escludere ogni buona fede è la circostanza che il licenziato ha anche timbrato più volte per i colleghi, ricevendo in cambio analoghi indebiti favori: il che è ulteriore prova del comportamento certamente fraudolento.

 

da Italia Oggi