Gli infermieri soccorritori non possono dimenticare, la testimonianza di Cinzia.

Era una notte come tante, quella del 24 Agosto 2016, in Centrale Operativa 118 Ascoli Piceno Soccorso.

Anzi, forse un po’ più tranquilla, tanto che con i miei Colleghi, Alberto e Elena si parlava proprio del fatto che il popolo dei turisti si andava man mano riducendo e quindi sulla costa c’erano meno “casini”, vabbè, ci dicevamo, vuol dire che stiamo rientrando nella normalità…

Ore 3:36, la normalità alla quale tanto aspiravamo se ne è andata… per sempre…

Ci guardiamo increduli, mentre un boato ci assale alle spalle e tutto inizia a tremare, non ci muoviamo, siamo impietriti seduti alle postazioni di lavoro, gli allarmi della telefonia che va in tilt riecheggiano nella sala operativa amplificati da quel silenzio di tomba, in quei momenti rivivo la notte del sisma dell’Aquila, anche quella notte ero in servizio, fu la stessa cosa, inizio a realizzare, ci scuotiamo, iniziamo a sopperire al black out delle linee telefoniche attivando il sistema telefonico di emergenza, ma l’allarme rientra e squilla il primo 118…

Risponde Alberto, dall’altra parte una voce disperata dice “Venite, Pescara del Tronto è crollata completamente…”

Dovevo partire, ero io l’ Infermiera di prima uscita in equipaggio ALS, mentre mi avvio verso l’ambulanza cerco di richiamare al telefono mia figlia sola a casa, ci avevo provato qualche minuto prima ma le linee erano interrotte, ancora niente ma dopo alcuni secondi mi richiama lei, sospiro di sollievo, mi assicura che va tutto bene , le dico quello che era successo e dove stavo andando e che forse non ci saremo sentite per un po’ di tempo mi dice “Mamma nei limiti del possibile mandami uno squillo ogni tanto così so che stai bene…” rispondo “Ok mamma, un bacio…”

Sulla strada per raggiungere il target cerchiamo di esorcizzare la paura, forse sarà una di quelle solite persone che esagerano sempre, su tranquilli è impossibile che sia crollato un intero paese al più sarà crollata qualche casa, ma di quelle vecchie dove di solito non abita nessuno…

Transitiamo per Acquasanta Terme, il primo paese che apre le porte a quello che è il nostro caro territorio montano, molta gente per strada, ma nessuno ci fa cenno per chiederci soccorso, ok fin qui tutto bene, forza ragazzi sicuramente non è quel che si dice… superiamo Quintodecimo, anche qui nulla di particolare, ci avviciniamo a Trisungo, sulla Salaria non transita nessun veicolo, ci sono massi sulla carreggiata, ci fermiamo per spostarli altrimenti non possiamo proseguire, iniziamo a preoccuparci, sulla sinistra una casa crollata, ma quella la conosco è disabitata da tempo, uno sguardo alla sovrastante Arquata del Tronto, buio pesto, ma noi dobbiamo proseguire per Pescara del Tronto è quello il nostro Target, chiamo in Centrale, mi rispondono che sì, anche ad Arquata ci sono problemi, ma stanno inviando altri mezzi, del resto è scattata la maxi-emergenza e il personale è stato richiamato tutto in servizio.

 

Si profilano nella mia mente scenari già visti, non sono al mio primo terremoto, ne ho vissuti già due, sarà così anche questa volta?

Ancora frane sulla strada, stavolta indossiamo i caschi di protezione, scendiamo, liberiamo ancora una volta la strada per proseguire, dico all’autista che sarebbe meglio approcciare il paese dal basso così da avere una visuale più completa, ci sono due strade che vi conducono, il paese in questione è adagiato su un pendio, in alto attaccato alle montagne che lo sovrastano, in basso si affaccia sulla strada Salaria, percorriamo pochi metri dal bivio e li ci rendiamo conto della drammaticità dell’accaduto, macerie di abitazioni hanno invaso la stradina di accesso, no stavolta è peggio, mi dico.

“Forza, Daniela, gira, passiamo per Forca Canapine….” dico all’autista.

Non parliamo più, abbiamo capito tutto, ognuno di noi si prepara psicologicamente in silenzio a quello che dovremo affrontare, tecnicamente non dobbiamo dirci nulla, sappiamo quello che dobbiamo fare…

Ancora massi da spostare sulla carreggiata, le prime case sulla strada, crollate, scendiamo dal mezzo di soccorso, è arrivato anche il mezzo BLSD della postazione di Acquasanta, fumo, silenzio, buio, odore di gas, cavi dell’alta tensione che scintillano a terra, le prime urla nella polvere e da quella polvere esce un uomo insanguinato che porta tra le braccia un bimbo, disperato ce lo consegna, non respira, su forza, iniziamo le manovre di rianimazione avanzata mentre l’ambulanza ondeggia per le successive forti scosse, non siamo in sicurezza ci dice l’autista, cadono massi sull’ambulanza, io e il medico facciamo finta di non sentire e continuiamo nel tentativo di riuscire a strappare alla morte quel piccolo angioletto…Tutto inutile, si chiamava Giordano, abbiamo dovuto lasciare i genitori ed il nonno nella disperazione, senza poter rimanere lì ad abbracciarli. Ma dovevamo proseguire c’erano altre persone che avevano bisogno di noi ed eravamo ancora soli, iniziavano a venirci incontro persone ferite, dovevamo stabilire spazi in relativa sicurezza per poterle sistemare ed operare un primo triage, è questo il compito della prima squadra che arriva sul posto, mentre dal basso del paese si sentivano urla di dolore e richieste di aiuto.

Si sa, in queste situazioni prima che la macchina del soccorso vada a regime passa del tempo ed in questo caso non è stato nemmeno tanto, bravi i miei colleghi della Centrale Operativa, uno dopo l’altro iniziano ad arrivare i mezzi di soccorso tecnico e sanitario, con i nostri colleghi a bordo, che bello vedere volti conosciuti, adesso sì che possiamo iniziare a distribuirci i compiti.

Un Caposquadra dei Vigili del Fuoco ci comunica che sono state chiuse le centrali del gas metano e della corrente elettrica, albeggia, riusciamo a vedere nitidamente quello che fino a quel momento potevamo solo immaginare la distruzione totale di un centro abitato, no, non sembra l’effetto di un terremoto, sembra l’effetto devastante di un bombardamento. 

 Ci dividiamo le zone di accesso al paese,

carichi dei nostri materiali, costituendo squadre miste composte da Sanitari, Vigili del Fuoco e Soccorso Alpino, perfettamente coscienti che il nostro “dogma” sulla sicurezza sarebbe andato a farsi benedire, ma lì non eri in sicurezza nemmeno se rimanevi sulla strada sovrastante a fare niente.

Con la mia squadra proseguo verso la parte ovest dell’abitato, quella prospiciente sul fiume Tronto, conosco bene quel paese, lì dovrebbe esserci un antica fabbrica della gazzosa… sì, completamente rasa al suolo, la fontana no quella c’è ancora e ancora sgorga la freschissima acqua del torrente Pescara, un angolo di normalità, in quello scenario di totale distruzione.

La prima casa che incontriamo è crollata ci sono due corpi senza vita sotto le macerie, due ragazzine… le copriamo, sotto un tetto crollato qualcuno grida aiuto, è un ragazzo, lo raggiungiamo, lo stabilizziamo, mentre i vigili del fuoco gli liberano le gambe, è stato facile, è vivo, proseguiamo, dalle macerie molte voci, molti lamenti, non ricordo quante persone abbiamo recuperato vive, ma ogni volta era una vittoria sulla morte, non ricordo quanti baci ho dato ed ho ricevuto da quelle persone che rivedevano la luce del sole dopo ore interminabili di terrore ed oscurità.

Ci dividiamo fra quelle macerie, per estrarre viva più gente possibile, da una casa ancora in piedi ma con gli interni crollati, il Caposquadra dei Vigili del fuoco richiama la mia attenzione c’è una donna che ha bisogno di immobilizzazione prima di essere estratta, entro dentro stabilizziamo la signora, che mi dice di cercare il suo nipotino ed il marito, la tiriamo fuori dall’abitazione, cerco nelle stanze devastate chiamando il bimbo, nessuna risposta, sposto un materasso e aggrovigliato tra le lenzuola lui era lì bianco di polvere, non parlava, mi guardava terrorizzato, si CHIAMA Giulio, chissà quando avrà parlato e sorriso ancora…

Tutta salva quella famiglia, Giulio era lì in vacanza con i nonni…

E’ già quasi mezzogiorno, le due Eliambulanze del 118 Regionale, iniziano a verricellare i feriti gravi estratti dalle macerie, non abbiamo acqua da bere, stanno terminando i presidi sanitari, ne facciamo richiesta al campo base, nel frattempo ci arrangiamo con porte e scale facilmente reperibili tra le macerie, apro qualche flebo di glucosio per dissetarci, un sorsetto a testa, i liquidi servono a ben altro…

Ci fermiamo un attimo a fare il punto della situazione, da sotto i nostri piedi sentiamo una flebile voce, dobbiamo scavare, ci raggiunge un ragazzo che dice essere il fratello della persona sotto le macerie, lo guardo e lo riconosco, è un mio amico di infanzia, ci dice che oltre al fratello ci sono la cognata ed i genitori della cognata, sotto ad un materasso, aggrovigliata tra le coperte c’è la signora, le promettiamo che avremmo raggiunto il marito, i due anziani sono morti.

Il mio soccorso si ferma lì, Giulio, anche il signore in questione si chiama così, è schiacciato sotto il solaio del piano superiore dell’abitazione, si svolge da parte dei Vigili del Fuoco un lavoro minuzioso di puntellamento per evitare che crolli tutto, le operazioni sono lunghe e difficoltose, riusciamo a reperire una via venosa una  volta liberata parzialmente la vittima, si inizia a trattare sul posto la sindrome da schiacciamento, dentro a quel buco di un paio di metri dove Giulio è incastrato dal torace in giù.

Troppo tempo in quella posizione, abbiamo paura che una volta tirato fuori, come il più delle volte avviene in questi casi, la vittima non ce la faccia, e succede quello che temevamo, ogni tentativo è vano… non abbiamo mantenuto la promessa fatta…

Dodici ore che sono lì, il mio collega mi guarda, mi intima di risalire, proseguirà lui insieme al medico, sono già le quattro del pomeriggio, stanno tirando fuori solo cadaveri, il nostro compito è quasi terminato…

Arrancando tra le macerie raggiungo la sommità del paese, quanta gente, quante divise !!! Ero scesa che non c’era quasi nessuno… bianca di polvere dal casco ai piedi, mi avvio verso il campo base, e i miei occhi vedono la cosa più bella che potevano mai vedere, mia figlia , mi viene incontro, mi ha portato cose da mangiare e da bere, l’abbraccio, piango di un pianto liberatorio, la rimprovero perché è venuta lì in un posto non sicuro e le chiedo poi come diavolo avesse fatto a passare visto che il paese era ormai blindato. Splendida mia figlia e io ce l’ho lì davanti a me bella e sorridente diversamente da tante mamme che lì dovranno piangere i loro figli… Lei mi risponde che sapeva che avevo bisogno di lei e che quindi ha trovato il modo di aggirare gli ostacoli, del resto lo so che è testarda e coraggiosa, vuole diventare un Vigile del Fuoco….

 

Dott.ssa Inf. Cinzia Fiori

Centrale Operativa 118 Ascoli Piceno Soccorso