Narrative Nursin(d)g

Premessa a cura di Elsa Frogioni

Questo prologo è ispirato da un libro documento che ho letto, “Portami su quello che canta” di Alberto Papuzzi. Uno spaccato storico dell’Italia degli anni 70, con la ricerca di una nuova democrazia, partecipazione e umanità in tutte le più grandi espressioni istituzionali, come il lavoro, la scuola e la sanità, specie quella reietta come la psichiatria. Immediato è balenato il confronto con la realtà dei trattamenti psichiatrici “moderni”, di cui un sensibile spaccato è offerto dal Dott. Gilberto Di Petta Psichiatra, che ha raccontato su: http://www.psychiatryonline.it la normalità di una guardia notturna in un grande ospedale.

Torniamo indietro al 12 luglio 1974 entriamo direttamente nell’aula del Tribunale di Torino, gremita di giornalisti, cittadini, ex pazienti, associazioni, fu un processo storico, il primo in Italia. Tra i testimoni a favore, complici e collaborazionisti gli infermieri: Adalgisa Cirambo, Mario Zufellato, Aldo Ferrero, Luigi De Bellis, non furono condannati, anzi neanche imputati.

L’unico l'accusato, alla sbarra è il Dott. Giorgio Giuseppe Antonio Maria Coda, vice direttore dell’ospedale psichiatrico di Collegno. La Corte condanna “l’elettricista” di Villa Azzurra, colpevole di inumani maltrattamenti, assenti delle più elementari caratteristiche terapeutiche. Contenzione, elettromassaggi punitivi, utilizzati come deterrente, lotte violente estenuanti promosse e istituite tra i bambini ricoverati.  

Nessuno sfuggiva agli elettromassaggi, neanche i minori di sette, otto anni, troppo vivaci o colpevoli di enuresi notturna. Gli infermieri che ruolo avevano nel compimento di queste “torture” ? Complici e aguzzini, li gettavano in una brandina e tenevano in quattro, mentre il dottore “elettricista” applicava la corrente al cranio e al pube. Il vice-direttore insieme ai suoi “validi collaboratori”, aveva instaurato, nell’intero ospedale una autentica psicosi di terrore Per mantenere “l’ordine”, bastava menzionare la macchinetta infernale e il nome dell’elettricista.

Al processo L’unico infermiere a deporre, contro Coda è Giuseppe Biasini, Vittorio Leone infermiere, non si presenta a testimoniare, in istruttoria aveva deposto contro Coda.

Durante il processo gli infermieri conniventi, nelle loro dichiarazioni, contraddittorie, sembrano difendere più se stessi che il dottore elettricista…”non sentivano molto dolore…alcuni erano spaventati come quando si fa una iniezione o dal dentista, altri erano sereni….” Le dichiarazioni degli ex ricoverati di tutt’altro tono, agghiaccianti. L’infermiere Giuseppe Biasini è l’unico ad avere il coraggio e l’onesta di dissociarsi a questo sistema da lager, smaschera la velleitaria motivazione terapeutica degli elettromassaggi.

È primavera nel cortile del manicomio, passeggia e canticchia ad alta voce un paziente, il Dott. Coda nel suo studio ha la finestra socchiusa, sta preparando la relazione di un convegno, forse è infastidito da quel canto, chiama l’infermiere Giuseppe e gli ordina di portargli su quello che canta….l’ellettromassaggio cranico e pubico, lo calmerà per qualche giorno.

Dalla Legge Basaglia e la chiusura dei manicomi, cosa abbiamo creato di alternativo ed efficace per rispondere ai bisogni terapeutici delle persone con problemi psichiatrici? Il sistema sanitario è ancora fallimentare e violento, in modo diverso.

Interessante riflettere anche in questo contesto sul ruolo degli infermieri, qual è la nostra funzione terapeutica? Siamo ai margini, figure scolorite, pedine mosse da un meccanismo immoto. Anche questa è connivenza, dobbiamo cercare di prendere parte ad un processo di rinnovamento che si ponga al fianco di queste persone, troppo spesso abbandonate. Il racconto….

Una notte di ordinaria psichiatria….

di Gilberto Di Petta

18 agosto.

Il cicalino del cordless suona alle ore una e trenta. Pronto soccorso, pz schizofrenico, agitato, con i carabinieri. Mi alzo, mi ero appoggiato da poco.  Di notte lo senti come la mamma sente il pianto del bambino. Una sciacquata di faccia. Il camice lasciato sulla sedia con la delusa speranza di riprenderlo al mattino. Timbro, penna, chiavi, lampadina tascabile. Chiamata agli infermieri in medicheria. Due di loro si fanno avanti nell’ombra del corridoio. Altri due preparano il letto per il nuovo ricovero.

Si parte. Si attraversa a piedi il lungo cortile che separa l’ SPDC dal corpo dell’ospedale. L’aria è afosa. Non piove e non rinfresca. Di notte le acque del vicino Averno sembrano smuovere la melma, come se creature ctonie danzassero sotto i resti del tempio di Apollo. Troviamo aperta la porticina che accede al PS. Il solito homeless che, immobile come un morto, dorme su una lettiga. Gente accampata fuori la rianimazione. Capannelli concitati nel corridoietto del PS. Scene di ordinaria sanità italiana. Il nostro paziente è disteso sull’ultima lettiga, ultimo box. Scostiamo i pesanti tendoni verdi, fragili residui di inesistente privacy. I carabinieri sono andati via. Hanno già fatto prelievo e tracciato. E’ agitato. Lo sguardo acceso, di un azzurro cristallino. Parla l’italiano scandito degli stranieri. E’ nato in Russia a san Pietroburgo. In Italia dall’età di 11 anni. Ha scagliato la sedia contro la madre adottiva, che si era rifiutata al rito serale : scrivere, sotto dettatura, il suo romanzo infinito. A tema horror  eros. C’è un cognato che lo veglia, un ragazzone infastidito che ha fretta. E’ quello che ha sposato la sorella, russa anch’ella, affidata insieme a lui all’epoca. Lo convinciamo a farsi praticare un sedativo. Intanto mentre gli infermieri lo intrattengono, scambio alcune battute con la madre. È stanca, il marito l’ha lasciata, non risponde al telefono, non si sa dove stia in vacanza. Il ragazzo manifesta disagio da alcuni anni. È seguito da una clinica privata convenzionata, assume già una terapia. Mai passato per il territorio.

Lo induciamo a seguirci verso il reparto, badando bene che non incroci la madre. Attraversiamo lo spazio aperto che abbiamo fatto all’andata, io lui, un infermiere del reparto e il cognato. Gli chiedo se ha letto i grandi romanzieri russi, Checov, Dostoevski, Tolstoi, visto che gli piace così scrivere. Mi risponde di no. Rimango deluso. Fortunatamente non fugge. Ancora non ha capito che dovrà ricoverarsi. Una volta dentro, il cognato si liquefa. Realizza che deve essere ricoverato, tenta di guadagnare l’uscita, che avevo fatto chiudere alle nostre spalle. Gli offro una bottiglia d’acqua. Anna porta avanti la trattativa con dolcezza, io con più fermezza. Antonio è pronto ad intervenire. Poi accetta di entrare. Sembra fatta. Non ho ben capito quale o quali siano i problemi di questo ragazzo. Domani si vedrà.

La notte continua.

Proprio in quel momento il cicalino bussa sinistramente di nuovo. Stessa collega del PS. Altro paziente, psicotico in trattamento, condotto dal 118. Si sono fatte le due e trenta. La notte se ne sta andando. Il nostro nuovo ospite si chiama Mario, un omosessuale grassoccio e calvo, angosciato da morire. Ha sentito provenire una tremenda puzza di droga dal corpo della sorella, l’ha colpita con un’asta sul volto, ferendole il naso. La sorella è presso di lui. Comunque è presso di lui. Non hanno più genitori. Vivono insieme. Evidentemente lei si prende cura di lui. E’ seguito da vari anni con dell’aloperidolo a gocce da uno dei due policlinici universitari. Anche lui mai passato per il territorio. L’inquilino del terzo piano, la sua voce gli rimbomba nella testa…dice a tutti che lui è frocio. Accetta la terapia e ci segue. Si sono fatte quasi le quattro. Credevo che dopo ferragosto le notti fossero più calme. Questa è la follia che esplode a fine estate, quella che ha tenuto tenuto. È l’SPDC che, alla fine, la intercetta. È il medico psichiatra di guardia che si trova, dall’una alle quattro, a dare una risposta a situazioni che si sono costruite nel tempo e che, non si capisce per quale crogiuolo sinistro e catastrofico di elementi, sembrano, improvvisamente, precipitare.

Sembrano, queste situazioni che hanno preso tutto il tempo, adesso non avere più tempo. Sono in fondo, questi due casi, entrambi delle situazioni croniche. Eppure pongono improvvisamente un’emergenza, anelando ad una risoluzione, calamitano l’ospedale come risposta medicale ad una malattia mentale serpiginosa, che non sa trovare altro luogo, altro tempo, altro mondo, altro spazio.

Dov’è quella capillarità di intervento reclamata dalla 180? In fondo queste persone, in questi anni, pur evitando i Servizi, non hanno evitato una medicalizzazione ambulatoriale, che tuttavia non le ha soddisfatte. Quale risposta sto dando, stanotte? Il camice, l’ascolto, il ricovero, la sedazione, eventualmente la contenzione. 118 e forze dell’ordine fanno da vettori. Domani seguirà il TSO. Che cosa è cambiato? Perché, a questo punto, non ospedalizzarli subito e orientare la diagnosi da li? Perché hanno chiuso i Centri crisi a 24 ore presso i CSM?  Ho l’impressione che oggi tutti i percorsi passino, presto o tardi, per l’ SPDC.
La sezione ospedaliera, che di questa psichiatria riformata doveva essere l’ultima spiaggia, diventa adesso la prima linea. Anni fa eravamo quelli che raccoglievano i casi sfugiti alle maglie del territorio. Adesso, che il territorio è smagliato, siamo la prima linea. Mutatis mutandis siamo noi sempre quelli. Offriamo un manicomio breve, più indolore possibile. Un manicomio precario e reversibile. Un bagno psicofarmacologico. Un paio di settimane di decongestione alle famiglie lasciate sole. Ma anche ripetibile.  I parenti si rilassano, quando il paziente è nelle nostre mani, quando ce lo portiamo, i familiari che dovevano essere sostenuti, psicoeducati, supportati. I familiari sono soli.

In reparto, intanto, la Tianella ha lasciato una scia di cacca lungo il corridoio, ha praticamente camminato cagando all’impiedi, e gli infermieri, tra mille imprecazioni si sono industriati a pulire la via lattea.

Benché abbiamo un ampio cortile aperto, nel reparto il puzzo si spande. E il Pippo si è urinato addosso, bagnando anche lenzuolo e materasso. Questa clinica è fatta di sangue sudore merda, diceva il maestro Arnaldo Ballerini. E di piscio. Aggiungo. Mentre Anna l’infermiera si lamenta, le ricordo l’odore del manicomio. Lei, come me, ci ha fatto un passaggio. La puzza indelebile che aveva quello stige, che rimaneva sui panni e sulla pelle. Adesso stiamo meglio. Ma la sostanza non cambia.

Le famiglie ci consegnano disperate i pazienti. E non vorrebbero prenderseli più. I ricoveri di giorno sono rari. Ormai la partita si svolge di notte. 118 e forze dell’ordine sono la via breve al ricovero, che si è sempre cercato di evitare. I nostri nuovi interlocutori. La notte non è ancora finita.

Sentinella, quanto è lunga la notte?”

Ore 4.30. cicalino.

Uomo di quasi sessant’anni, con moglie inglese, affetto da Parkinson complicato, con allucinazioni e tentato suicidio. La collega ha tentato di inviarli in neurologia di altro nosocomio, visto che noi non ce l’abbiamo. La moglie asserisce che non si muoverà da qui, che vuole una risposta. Stavolta vado solo. Mi chiedo perché, alla fine della notte, l’angoscia sferra il suo ultimo colpo. Prima che il sole si levi a cancellare ogni affanno.

È un signore provato dalla sofferenza. Guardo le sue prescrizioni. Assume un quantitativo impressionante di levodopa.  Dice che l’effetto finisce prima di tre ore. La moglie annuisce. Verifico il tono muscolare. Parliamo. La collega del PS rimane da presso. È incuriosita. Faccio praticare un fiala di En 5 mg. Intanto gli preparo una prescrizione con della quetiapina e gli spiego che necessita di osservazione e monitoraggio neurologico in reparto universitario. Discuto con lui della dopamina. La molecola del movimento, ma anche la molecola del reward, del wanting, del liking, del learning. Annuisce, mi fa eco sussurrando ..il sesso, il gioco…, è lui che pronuncia la parola magica : addictive. Lo invito pertanto a rispettare le prescrizioni. Adesso è più disteso, mi dice che ha ricevuto attenzione..anche la moglie appare più tranquilla. Dico alla collega che porta sfiga. Mi risponde che da me non lo accetta. Che io, come psichiatra, per lei, rappresento l’ultimo baluardo della ragione.

Esco..il cielo schiarisce.

Mi fermo per una sigaretta con il collega internista di guardia. Si parla del più e del meno. Delle vacanze.  Di quanto De Luca non stia facendo nulla di concreto per la sanità in Campania. Di quanto noi siamo schiacciati. Del perché non ce ne siamo andati via. Mi parla delle sue specializzazioni e del suo dottorato. Mi sorprendo del suo curriculum. Evito di parlargli dei miei titoli. A quest’ora, comunque, entrambi saremmo primari alla Charitè di Berlino. Di quanto amiamo questo paese che odiamo.

Torno che schiarisce : è l’alba, i getti d’irrigazione sono attivi nei prati ben curati dell’ospedale, meglio curati della galleria degli orrori del PS.

La notte è liquidata tutta nel lavandino del PS. E’ l’ora del caffè alla macchinetta. 40 centesimi. Un liquido scuro, caldo, lungo e dolce in un bicchiere bombato di plastica marrone. È andata così.  Stanotte è andata così.

Tra qualche ora sarò in viaggio verso il nord, e domattina sarò perso nella bruma delle foreste dell’appennino tosco emiliano.

Mi chiedo come ha a che fare quello che ho vissuto stanotte con il concetto di Salute mentale.
Mi chiedo se la psichiatria di emergenza non sia completamente tutta un’altra cosa, separata da tutto il resto. Soprattutto dai discorsi che ancora si fanno sulla Salute mentale.
Mi chiedo perché l’acuzie precipita, se c’è un modo di dare attenzione a chi precipita che possa prevedere anche una continuità.

Mi chiedo perché in nessun convegno si parla mai di che cosa è e di come si tratta l’emergenza psichiatrica, ma soprattutto di come si può costruire un discorso a partire dall’emergenza.
Mi chiedo se la mia vita debba continuare ad essere una costellazioni di questi incontri assoluti, senza domani, come gli acts sans lendemain di Minkowski. Se non c’è un autismo anche in questo.

Penso a Bruno Callieri, ad Arnaldo Ballerini. Mi mancano ogni volta di più.
Che mi rimane di questi incontri al termine della notte, di questi lampi? Di questi frammenti?
Che io e questi esseri umani ci portiamo dentro. Lo sanno gli specializzandi che cosa gli accadrà nelle notti di guardia?

C’è qualcosa o qualcuno che li prepara ad essere questi medici indefiniti, che passano dalla contenzione all’ascolto, dal funambolismo farmacologico alla percezione atmosferica delle situazioni?

Ho ancora un’altra notte stasera. Devo riposare un po’.

E poi pormi, come un fanciullo sulla riva del mare, ad attendere i messaggi nelle bottiglie.     

 

Video:
Processo a Giorgio Coda