Una sezione del nostro giornale è dedicata alle competenze avanzate. Abbiamo ritenuto che fosse molto utile mettere a catalogo questo argomento perché negli ultimi anni, la discussione si è parecchio animata. Prima ancora dello spazio dedicato al codice deontologico e alla sua revisione, ci siamo dedicati a portare testimonianze in merito alla gestione dei reparti a conduzione infermieristica diretta, abbiamo parlato di picc, ecografia, di evidence based nursing, ecmo, see & treath e in generale della complessità delle nuove abilità tecniche accessibili alla professione che dovrebbero spingerla verso un'evoluzione impossibile fino a qualche tempo fa'. Perché questo è quello che sembra necessario, no? Una evoluzione sempre più specialistica che lasci definitivamente o quasi, il campo dell'assistenza diretta al personale di supporto.

L'assistenza diretta al paziente, quella per cui soffriamo ancora un po' di claustrofobia, quell'àncora che ci tiene legati a terra e ci impedisce di prendere definitivamente il largo, quell'insieme di gesti e funzioni nel quale pare, abbiamo smesso di credere e per cui corriamo alla ricerca di una divisa di colore diverso dal bianco. Perché diciamocela tutta e senza troppi giri di parole, probabilmente più di tutto, soffriamo la mancanza del riconoscimento di quel prestigio sociale che di fatto ci relega ad essere ancora considerati come una figura di supporto, in un'epoca che non abbiamo saputo sfruttare e che continua ad essere totalmente medico centrica.

Le competenze avanzate dicevamo, qualcosa che ci renda esclusivi, qualcosa che ci renda appagati. Ebbene, oggi vi propongo una storia che arriva da lontano, una storia semplice che non è fatta di complesse prestazioni tecniche e complicate manovre. No. Ma si tratta comunque di una storia che attiene ad un'altra grande e intricata articolazione di capacità da saper mettere in campo e praticare. Parliamo di doti squisitamente personali, dove la sapienza, la maestria e l'esperienza si combinano in quella che ritengo essere la più complessa delle competenze avanzate: quella umana.

Questa storia che arriva dalla lontana Argentina, ci riporta ad una dimensione così intimamente umana che personalmente, mi riappacifica col senso autentico che attribuisco all'essere infermiere.

Restiamo Umani (V. Arrigoni) sempre, non dimentichiamolo mai.

 

Andrea Tirotto

 

Ho contattato la collega Susana Sanchez dopo aver letto due righe sul sito di un'agenzia di stampa. Lei è stata molto gentile ed entusiasta e ha risposto alle mie domande offrendomi la possibilità di raccontarvi questa stori.

 

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Il 21 settembre cominciamo la giornata come ogni giorno di buon'ora; il cambio turno avviene tra le 5:45 e le 6 del mattino. E tra tutti i pazienti in osservazione e già in attesa del trasferimento al reparto assegnato, ci colpisce il signore del letto 46 che il nostro collega del turno di notte, ci descrive come particolare: si chiama Oscar, entrato per cefalea e malessere generale, quadro complessivo migliorato durante la notte; oggi è il suo compleanno.

Commentiamo un po’ i suoi dati e continuiamo il nostro lavoro quotidiano con i normali controlli: segni vitali, ago cannula, valutazione di quanto accaduto durante la notte, valutazione del dolore, terapia, ecc. Una di noi inizia a parlare con Oscar. Appassionata di anamnesi infermieristica, Gisel cerca di saperne un po' di più della storia di Oscar, così lui le racconta di stare già meglio e Gisel scherzando, gli domanda se non sia venuto in ospedale a festeggiare il compleanno con noi: “si!” risponde lui con un sorriso. Un invito implicito a saperne di più sulla sua storia e dei suoi 84 anni appena compiuti. Lei inizia a fargli domande sulla sua vita e lui, pacato e cordiale, risponde volentieri. Così si scopre che Oscar è l’ultimo della sua famiglia, che i familiari sono tutti morti. Si occupava di carbone nella città di la Plata, con una impresa fallita a causa della diffusione del gas che lo ha costretto quindi a lasciare la città per ricominciare in altre luoghi, scegliendo quindi la provincia di Neuquen a sud ovest di Argentina. Passando attraverso la nostra città ha incontrato una donna che sarebbe poi diventata sua moglie. Vive nella sua casa, ha vicini che lo aiutano un po' e gli fanno compagnia quando possono, ha una pensione ed è assicurato; nonostante sia solo si trova in ottime condizioni generali di salute e quasi tutti i suoi bisogni sono soddisfatti, e dico quasi perché ne abbiamo potuto rilevare almeno uno certamente carente: affetto, amore, compagnia. Solitudine insomma. Mentre registravamo i sui parametri, siamo rimaste in silenzio qualche minuto in infermeria, colpiti dalla sua tremenda storia con mille pensieri in testa. Poi all’improvviso, l'idea di festeggiare il suo compleanno. “Ottima idea” ci siamo dette. Così siamo andate a discutere con il nostro direttore, per chiedere il permesso e stabilire il momento migliore per farlo, perché comunque ci dobbiamo occupare anche degli altri pazienti. Inoltre, il suo compagno di camera era stato molto male il giorno prima ma oggi ci dice di stare meglio e di essere felice di aiutarci a fare questa bella sorpresa. Approfittando del momento delle pulizie, abbiamo fatto uscire i parenti. Poi Oscar ci ha chiamato e ci ha detto che il medico lo aveva dimesso e che quindi doveva tornare a casa, a preparare il pranzo. “Per che cosa?” Chiede Gisel, “hai degli ospiti?” “No, devo preparare il pranzo per me solo”. Prese dall’angoscia abbiamo accelerato i preparativi. Abbiamo chiesto in altri servizi se avessero una candela e naturalmente nessuno ne aveva una, siamo in un ospedale. Così ne compriamo una insieme a una piccola torta e le ragazze della mensa ci prestano un vassoio mentre la nostra collega Rocio, gonfia i guanti di lattice come palloncini in cui ha scritto Felice Compleanno Oscar !! e un cuore disegnato. Abbiamo acceso la candela e ci siamo avvicinati al suo letto cantando Happy Birthday. Non dimenticheremo mai l’espressione che ha fatto, ancora a pensarci adesso sento un nodo in gola. Felice! Felice! Felice! E la felicità ha inondato la stanza per un momento. Non sapevamo che si trattasse di una candela magica, magica come quello che stava succedendo. Gli abbiamo detto di esprimere tre desideri e lo faceva ogni volta che riaccendevamo la candelina, così in silenzio per cinque volte, finché l'ultimo (desiderio) l'ha espresso a voce alta: “desidero passare il mio prossimo compleanno con voi. !!!” Ci sono cadute le lacrime e ci rigavano il viso, abbiamo asciugato le sue e gli abbiamo detto di non piangere, che era era una festa, un momento di gioia. Poi ha preso la sua piccola torta per portarla a casa. Lo abbiamo aiutato a vestirsi e lui ha lasciato l'ospedale da solo come era venuto.

Gisel, Rocio, Susana e OscarCome persone, come infermieri a volte non ci rendiamo conto dell'impatto che possiamo avere sulle persone che assistiamo. Facciamo le cose con il cuore, senza pensare allo stipendio. Ognuno di noi cerca di fare il proprio lavoro nel migliore dei modi possibili provando a ridurre al minimo i rischi che derivano dal coinvolgimento. Ma ciò di cui dobbiamo renderci conto è che in ogni persona, in ogni paziente che assistiamo, lasciamo un'impronta indelebile, come un marchio a fuoco nella loro mente e nella loro anima e che loro segnano ognuno di noi per tutta la vita.

Quello che è accaduto presso l'Ospedale regionale spagnolo di Bahia Blanca, nella provincia di Buenos Aires in Argentina, è diventato una notizia virale per chissà quale scherzo del destino, ma siamo convinti che accade in tutto il mondo, ovunque vi sia un infermiere, professionista della salute che ama il suo lavoro come lo amiamo noi e che ci spinge a crescere nella nostra professione. Penso sempre ... Il giorno in cui crederò di aver imparato tutto nel mio lavoro, sarà il giorno in cui dovrò andare in pensione.

Susana Sanchez