Riceviamo e pubblichiamo la lettera di una studentessa in infermieristica, Giorgia Pascale.

Con la sua tenera innocenza si rapporta con la sofferenza del reparto di oncologia e con quelle che sono sue prime emozioni mentre si appresta ad entrare in un mondo fatto di tanta fatica e coraggio.

A Giorgia auguriamo di non perdere mai il suo entusiasmo e di acquisire, strada facendo l'esperienza e la consapevolezza, che l'aiuti a contribuire a cambiarlo in meglio questo "mondo".

Marialuisa Asta

 

 Chi può determinare dove finisce il vecchio e comincia il nuovo? Non è un giorno di festa, né un compleanno né un capodanno. È qualcosa che ci cambia e che idealmente, ci dà speranza. Un nuovo modo di vivere e di vedere il mondo, liberarsi delle vecchie abitudini, dei vecchi ricordi. La cosa importante è: non smettere mai di credere che si può sempre ricominciare. Ma c'è un'altra cosa importante da ricordare: in mezzo a tanta amarezza, ci sono alcune cose alle quali vale la pena di aggrapparsi. E tutto ciò, molti la chiamano attitudine, altri, semplicemente, lavoro, mentre invece, in realtà, è solo un modo di vivere, ciò che fa crescere, un’esperienza di vita.

Ho trascorso molti giorni tra i corridoi del reparto di “chirurgia oncologica “ dell’ospedale “Garibaldi Nesima” di Catania, all’interno del quale mi sono formata, sono cresciuta e ho avuto modo di capire quanto potessi amare questa professione e ciò, soprattutto, grazie all’equipe con cui ho avuto modo di collaborare e che, ad oggi, considero come una seconda grande famiglia. Ho sentito, molte volte, alcuni pazienti, chiamare gli infermieri “angeli “e pensare: “chissà se dentro le pieghe di quella divisa non nascondano un paio d’ali”. Qui non c’è bisogno d’ali.

Quelle non servono. Occorrono invece: gambe veloci, per rispondere, frettolosamente, alle urgenze; braccia forti, per muovere corpi debilitati; occhi attenti, per riconoscere sintomi, comunicare comprensione e trasmettere serenità; spirito forte, per resistere alle lunghe giornate. Ed infine, anche tanto coraggio ed amore, perché se è vero che quando si cura una malattia, si può vincere o perdere, è altrettanto vero che quando ci si prende cura di una persona si vince sempre!

Questo reparto non fu la mia prima scelta. Ricordo ancora il giorno in cui lessi il suo nome tra i reparti di assegnazione ai tirocinanti in infermieristica. Piansi, piansi a dirotto. Quel nome lo associai a tanta tristezza e sofferenza e chi, nella vita, non ha mai vissuto momenti di bui e di sconforto?

Per me, quello, era uno di questi. Non era un luogo in cui volevo e credevo di riuscire a stare, ma successivamente, ho avuto modo di ricredermi. Grazie agli infermieri ed ai pazienti che ho incontrato tra quelle mura, in quelle stanze, per me, inizialmente, paurose, ho capito che questa è la mia strada, il mio posto, il lavoro più bello che ci possa essere, la professione che voglio svolgere nella mia vita, ciò che voglio essere: un’infermiera.

Perché essere un’infermiera è vivere la vita attraverso la vita degli altri: altri che soffrono, altri che non attendono altro che una parola d’affetto o magari, un semplice gesto per tornare a credere e sperare. Ho capito che l’assistenza infermieristica è un’arte, una delle belle arti, anzi, la più bella delle belle arti.

 

Giorgia Pascale