Educare, informare e prevenire l'epatite C nelle carceri, da sempre comunità ad alto rischio per questa infezione, trasformando la detenzione in un'occasione di cura e responsabilità per la propria salute e per il controllo del contagio. E’ la scommessa vinta dal progetto pilota  “Enehide”( (Educazione e prevenzione sull’ HCV all’interno degli Istituti di Detenzione) che ha coinvolto la Casa Circondariale di Viterbo tra marzo e dicembre 2017. L’iniziativa, promossa da EpaC Onlus e Società italiana di medicina e sanità penitenziaria (Simspe) Onlus, rappresenta solo il primo momento di una campagna di sensibilizzazione che, in seguito, coinvolgerà l’intera popolazione carceraria.

I risultati del progetto, articolato in quattro fasi e, preceduto da una campagna di divulgativa e di sensibilizzazione, dimostrano che, informare ed educare le persone detenute, il personale operante all’interno dell’Istituto (Polizia Penitenziaria e Personale Sanitario) in un’ottica di Rete unica, è la strategia vincente.

Il progetto prevedeva tre fasi informative, dispiegate in 20 incontri, rivolte alle tre categorie che agiscono nello scenario carcerario: detenuti, agenti di polizia penitenziaria, personale sanitario.

Ai detenuti è stato distribuito materiale informativo multilingue, kit di igiene personale, inoltre la popolazione straniera è stata supportata da mediatori linguistici .

Gli outcomes sono incoraggianti, al di là delle aspettative. La partecipazione della popolazione detenuta agli incontri, infatti, si è attestata sul 63%, contro l’obiettivo minimo prefissato del 40%, definito in relazione allo scarso interesse che, generalmente, accompagna iniziative educative di questo genere presso i detenuti.

Tra le altre due categorie coinvolte, invece, la partecipazione del personale sanitario è stata massiccia (78,20 %), decisamente bassa quella degli agenti penitenziari (13,50%).

Per sondare il livello di apprendimento ed eventuali criticità su cui intervenire, al termine degli incontri è stato distribuito a tutti i partecipanti un breve questionario di 14 domande a risposta multipla: anche in questo caso i risultati sono andanti al di là delle aspettative: 3 persone detenute su 4 hanno acquisito le principali conoscenze e nozioni sull’epatite C, sulle modalità di trasmissione e sulla buona prevenzione. Un risultato per nulla scontato considerato il grado di scolarizzazione medio- basso della popolazione detenuta.

Riguardo, invece, la cosidetta “willingness to be tested”( disponibilità ad essere testati), la percentuale delle persone detenute che per la prima volta hanno effettuato il Test per la ricerca degli anticorpi (ANTI-HCV) , è stata del 15%, il restante 70%, pur avendo eseguito il Test in passato e in periodi diversi, lo ha ripetuto come da raccomandazione clinica, essendo parte di una popolazione ad elevato rischio di infezione o reinfezione per cui è raccomandato uno screening periodico anche in presenza del primo Test negativo. Successivamente sono stati analizzati gli esiti dei Test anticorpali (ANTI-HCV) ed effettuato il Test di conferma NAT (HCV-RNA) sui soggetti risultati positivi ed il 4,7% è stato trovato positivo al virus HCV e prontamente avviato al trattamento.
Questo è il dato, forse di maggiore rilevanza, l’individuazione precoce dei soggetti infetti ha, infatti, un impatto positivo non solo sulla prognosi del singolo, ma anche sulla salute collettiva: si tratta di persone che una volta tornate in libertà rientreranno nella società ed è importante che siano consapevoli dei rischi connessi a comportamenti scorretti e della possibilità di prevenire il diffondersi dell’infezione. In tale ottica, l’intervento terapeutico sul singolo si tramuta in un’azione di sanità pubblica .

Gli Istituti penitenziari costituiscono, infatti, un potenziale serbatoio di infezione e al tempo stesso un’occasione irripetibile per i servizi di raggiungere popolazioni hard to reach e hard to treat (difficili da raggiungere e difficili da curare).

 

Fonte: Quotidiano Sanità

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