Premessa di Elsa Frogioni

“…Per concludere: sono arrivato con dolore 10 e sono tornato a casa con dolore 10...” Vittorio Lupis è un combattente, vive a Olivadi in provincia di Catanzaro e ha sempre creduto che la società e la vita di tutte le persone possano migliorare. Ora nel fronteggiare il cancro, non può distogliere gli occhi dagli ingranaggi sdentati di un sistema sanitario regionale, che schiaccia la dignità e le speranze dei cittadini ammalati. Ha lavorato 35 anni in sanità, svolto attività di volontariato nel sindacato, nella politica e vivere da utente nel sistema, raccoglie solo ulteriore dolore e delusione nel servizio sanitario regionale calabrese. Ciò nonostante, Vittorio non si rassegna e scrive la sua denuncia al quotidiano ilcorrieredella calabria.

Gli infermieri dove sono in questo racconto? Non possiamo fare nulla? Io non lo credo. Vittorio è un esempio per tutti.

 Vittorio Lupis

Dovremmo interrogarci su quello che succede nella sanità calabrese. La cosa non va assolutamente bene ed è doveroso da parte di tutti contribuire a migliorare questa situazione.

Sono stato operato al coledoco e vie biliari al Policlinico Sant’Orsola di Bologna il 24 gennaio 2017 da un eccellente e illustre medico calabrese il professore Bruno Nardo, medico che ha svolto la sua attività anche in Calabria e adesso è nel pool di un’altra eccellenza fuori dalla nostra regione. Di un’umanità e disponibilità incredibile al contrario di quanto constatato con almeno il 60% dei nostri medici, ai quali i pazienti formulano delle domande sulle loro patologie e quando fanno finta di non aver sentito rispondono senza nessuna voglia e senza un sorriso. Boriosi e presuntuosi. È proprio vero che i più grandi sono i più umili.

Dopo l’intervento fino a marzo 2018, ho fatto chemioterapia al Day-hospital oncologico dell’ospedale Ciaccio di Catanzaro. Qui inizia il calvario, ore di attesa infinite, a volte inutile, personale insufficiente, mezzi inadeguati e parecchio disagio.

In questo reparto i pazienti, fino a 3 mesi fa, arrivavano alle 5 di mattina per prendere il numerino, che qualcuno depositava nell’atrio, per cercare di fare un po’ prima. Attualmente sono invitati a presentarsi in un orario approssimativo che però non ha migliorato le tempistiche di attesa. Un ammalato oncologico prima delle 16 – 17 ed anche oltre non esce dall’ospedale. Non è normale che un paziente con problematiche oncologiche serie possa stare 6-7 ore buttato come un sacco nella stanza d’attesa.
Ora, ovviamente io non saprei individuare in quale parte organizzativa si perde tanto tempo, una cosa però mi sento di dirla, con il numero di ammalati che cresce in maniera esponenziale i medici sono insufficienti, (anche se alcune volte lasciano il paziente nell’ambulatorio e tornano magari dopo 15-20 minuti) così come lo sono i lettini dove praticano la chemioterapia.

La cosa più grave è che quando arriva il tuo turno per andare a fare la terapia (sempre se le analisi vanno bene, altrimenti hai perso solo del tempo inutile nell’attesa che, credetemi, è più snervante della malattia stessa), arrivi nel reparto e trovi pazienti che hanno già finito tutto e non si sa da dove sono passati. Questo perché tu non li vedi né prenotare né nella stanza d’attesa. Chissà quale percorso fanno!

Qualche volta preso dallo sconforto  ho chiesto a qualche infermiere che ha fatto spallucce; “Signor Lupis, la prego!”. Sì, ci potrà essere qualcuno molto grave e bisognoso di più attenzioni e quindi lo faranno giustamente passare avanti, ma rimane lo sconforto perché non si tratta di uno!

Il 15 maggio 2018 è stata una giornata che non dimenticherò facilmente. Ero stato dimesso nel primo pomeriggio dal reparto di Oncologia del Ciaccio, intorno alle 15:30 arriva a casa. Dopo qualche ora comincia a farmi male tutto l’addome. Resisto finché posso. Purtroppo il dolore continuava ad aumentare sempre di più, verso le ore 21,00 i figli insistono per andare al Pronto soccorso del Pugliese, ovviamente senza chiamare il 118 (altrimenti sarei arrivato dopo almeno 3 ore passando dal Pronto soccorso di Chiaravalle e Soverato).

Intanto il dolore è alle stelle, insopportabile, indecifrabile. Arrivati alle ore 22,00 il Pronto soccorso si presentava come una bolgia infernale, chi urlava da una parte, chi si lamentava dall’altra (la normalità di un Pronto soccorso) e solo due medici a contrastare le emergenze.

Dopo circa un’ora di attesa, dal dolore, credo, mi metto a vomitare e nessuno (pur avendo fatto presente e chiesto una bacinella) mi supporta se non con della carta assorbente, mia moglie non sapeva più come fare per evitare di farmi sporcare ma non è stato possibile. Mi sono dovuto cambiare tutto. Il vomito continua per quasi due ore idem con la carta.

Alle ore 2:35 mi fanno entrare, mio genero e mia moglie raccontano ai medici cos’è successo e loro, nelle condizioni in cui mi trovo, non sanno cosa possono fare, se non mandarmi a fare un’ecografia all’addome per verificare il posizionamento dello stent che mi era stato inserito da sabato 12 maggio 2018 per drenare la bile, pensando che il dolore potesse essere causato da questo. Torniamo al Pronto soccorso, il medico a questo punto non sa cosa fare, mio genero chiede che mi venga fatta una dose di morfina per attenuare il dolore, ma il medico non si prende questa responsabilità con il rischio di causarmi un infarto e l’unica cosa che può fare è chiedere una consulenza in Oncologia dove mi avevano avuto in cura fino al pomeriggio di quel giorno.

Chiamano l’ambulanza che arriva dopo circa 35 minuti. Arrivato in Oncologia il medico mi palpa l’addome affermando che non c’è nulla di rilevante, non sapeva cosa farmi, l’unica cosa era chiedere una diretta addome, io riferisco di aver fatto già un’ecografia e che avrei voluto che mi facesse passare quel dolore atroce che non sopportavo più.

Il medico dal suo canto asserisce che ecografia e diretta addome sono due cose differenti e la cosa finisce lì. Nulla! Mi rimandano indietro e quando arriviamo la dottoressa del Pronto soccorso esclama “Ma non vi hanno fatto nulla? Vi ho mandato lì di proposito in quanto competenti e fra l’altro avendovi dimesso questa mattina la cartella ce l’avevano sotto gli occhi. Avrebbero potuto farle una dose di morfina nella quantità giusta”.

Per concludere: sono arrivato con dolore 10 e sono tornato a casa con dolore 10. La dottoressa dice che non essendoci posti letto da nessuna parte mi avrebbe tenuto nel Pronto soccorso su un lettino in corridoio in attesa di un posto. Mio genero chiede dunque se rimanendo lì c’era possibilità di ricovero in Oncologia l’indomani ma il medico del Pronto soccorso gli risponde che nei 10 anni in cui lavora lì non sono mai riusciti a ricoverare nessuno. Io non so qual è la procedura attraverso la quale lo fanno. Mi fanno solo una fiala di Tachipirina e si ritorna a casa.

I miei valori attualmente sono fuori norma. Non posso fare la chemioterapia. Sto facendo le cure palliative a Soverato, in attesa di una soluzione alternativa. Spero che quello che ho scritto possa servire, si deve continuare a scrivere di Sanità, per tutti coloro che si trovano e si troveranno in questa situazione. Nessuno ne parla, forse hanno paura di ritorsioni.
Questa mia riflessione ha come solo scopo quello di cercare di stimolare i preposti a migliorare il nostro servizio sanitario regionale calabrese che purtroppo fa acqua da tutte le parti.

Come tutti sappiamo due terzi del bilancio regionale, una cifra enorme, si spendono per la Sanità senza che a ciò corrispondano servizi di qualità e quantità adeguati al bisogno dei calabresi. Nonostante ciò, gli stessi sono fra i cittadini di tutta Italia che pagano le tasse più alte, dall’Irpef al bollo auto, e la cosa si aggrava sempre di più per i rimborsi alle altre regioni relative alle prestazioni che le stesse erogano ai nostri corregionali (nel 2017 se non erro oltre 300 milioni di euro, una cifra spaventosa). Tutto ciò per vedersi anche ridurre i posti letto, tant’è che le strutture non sanno dove ricoverare i pazienti, vedersi ridurre da anni i servizi con conseguenziale allungamento delle liste d’attesa a dismisura (effetto constatato sistematicamente ogni giorno dai calabresi) ed avere come effetto devastante quello di dirottare i pazienti verso strutture private, un’autentica vergogna, non rispettando i cosiddetti Lea (livelli essenziali d’assistenza) e quindi, costituzionalmente, un diritto quale è quello della salute.