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Udine. Aggressione presso il CSM di Tarceto. Gli infermieri: chiediamo più protezione

Assolto in quanto riconosciuto infermo di mente, il paziente che aveva aggredito e minacciato di morte il personale sanitario della struttura. 

Succedeva cinque mesi fa a due infermiere, un’operatrice sanitaria e un medico del CSM di Tarcento. Il NurSind: nell’edificio mancano spazi e vie di fuga.

Finisce in questo modo, la vicenda dell’aggressione al Centro di Salute Mentale di Tarcento. 

Una sentenza che preoccupa ancor di più il personale sanitario, esposto a rischi crescenti all’interno della struttura e, sulla scia dell’ennesimo episodio di violenza, esplode la polemica dei sindacati che chiedono una sede più sicura e interventi a tutela del personale.
La vicenda risale alla mattina del 26 febbraio quando, in seguito all’irruzione di un paziente in sala riunioni, quattro dipendenti finirono all’ospedale. «Non entro nel merito della sentenza – premette il segretario territoriale del NurSind Afrim Caslli – ma il personale vive con la paura a causa del crescente numero di aggressioni. Quella che si è verificata a Tarcento il 26 febbraio avrebbe potuto essere evitata se solo il personale avesse avuto la possibilità di operare in una struttura adeguata». 
Al Csm di Tarcento lavorano 13 persone fra infermieri e Oss (ma ne mancano altri tre), tre medici, un’assistente sociale e una psicologa. Il personale segue un bacino d’utenza di circa 40 mila persone e accoglie in day hospital dai 15 ai 20 pazienti al giorno, senza contare chi frequenta il centro per la terapia o i colloqui.

Tutto questo avviene al secondo piano di una struttura in pieno centro, dove, sottolinea il segretario NurSind, «non esistono vie di fuga».
Da qui parte la richiesta del sindacato di trovare una sede adeguata che disponga di ampi spazi per operare in sicurezza.

«Lì dentro sono chiusi come in una scatola di sardine – è la denuncia di Caslli – e poiché, sulla base delle direttive regionali, tutti i mezzi di contenzione sono stati eliminati, è necessario poter operare in un edificio che abbia spazi adeguati per gestire i pazienti e vie di fuga per consentire l’esodo. È necessario inoltre mantenere il costante collegamento con le forze dell’ordine e garantire i corsi di formazione al personale sulla gestione dei pazienti».

Fonte: Messaggero Veneto