Riceviamo e pubblichiamo l’inappuntabile disanima di Ciro Scognamiglio, infermiere napoletano, che con estrema chiarezza e verità, racconta una categoria dalle mille contraddizioni, bistrattata, inficiata da Università ed Agenzie Interinali che hanno il mero ruolo dei vecchi uffici di collocamento.

Una professione la nostra, che alla fine si salverà, e che come goccia, delicata e decisa, che penetra i piccoli spazi della roccia fino a spaccarli, frantumarli, costruirà nuovi percorsi nella rigidità della pietra al punto da vedere sbocciare tanti fiori.

 

La goccia e la pietra

 

Sono tanti i colleghi che, dopo un duro percorso universitario e un lungo periodo di lavoro in nero spacciato per tirocinio, si affacciano fiduciosi sul mondo del lavoro ritenendo che la professione infermieristica, certificata dagli studi svolti, sia più che sufficiente a dare loro il giusto riconoscimento nel mondo reale.

L’attualità, però, insegna e nega ogni assioma.

Di questi colleghi chi si è posto il quesito del perché, a fronte di molteplici figure coinvolte nei soccorsi nelle varie calamità che periodicamente si presentano, non si cita mai l’impegno profuso degli Infermieri; eppure hanno un ruolo fondamentale nell’assistenza immediata e rappresentano i gestori di una successiva tranquillità sociale.

Ma, come accade in tutte le storie che si vogliono raccontare, c’è un prologo e tante comode omissioni.

Il mondo reale non è quello che si immagina o che si preferisce costruire saltando regole e decenza accademica.

Diciamo subito che l’Università prima e le Agenzie di Lavoro Interinale dopo hanno assunto il ruolo di sostituti dei vecchi Uffici di Collocamento, e solo questo ruolo.

Le Università “fornendo” titoli abilitanti alla Professione in cambio di sempre più iscrizioni e tasse esose (salvandosi dal fallimento di bilancio e pseudo-culturale) e le Agenzie di Lavoro Interinale commercializzando il lavoro in virtù dei titoli acquisiti e grazie ad appalti fuori da ogni ragionevole controllo ma che “assorbono”, annualmente, le risorse dei “Fondi di Comparto” delle Aziende Sanitarie utilizzabili per le fasi concorsuali necessarie.

In mezzo vi sono percorsi didattici poco credibili, discenti sicuri di arrivare alla fine degli studi senza troppo impegno, docenti recuperati dalla loro precoce vecchiaia (i MED-45 non dovrebbero essere assegnati agli Infermieri ? ), programmi di studi a “discrezione”, continua supervisione del mondo accademico e interinale di padri, padrini e padroni.

Nei periodi di crisi, in virtù di una richiesta più selettiva di alta professionalità a basso costo, nessun industriale assumerebbe figure professionali “suggerite” (e non certificate) da Agenzie di Lavoro Interinale ma, proprio nei settori produttivi più delicati, la scelta cadrebbe sui soggetti individuati secondo selezioni dedicate e valutazioni attitudinali specifiche.

Il mondo reale è fatto di una economia selettiva, di meccanismi di produzione che puntano al solo guadagno non volendo affrontare le spese, è fatto di ingranaggi che catturano e tritano sia i deboli che coloro che si ritengono forti, è fatto di becera politica che ha abdicato dai suoi compiti istituzionali e sociali.

Il mondo della Sanità, proprio per le sue richieste delicate, necessita più di ogni altro settore di personale selezionato e preparato per la “grande avventura” che porterà grandi soddisfazioni ma, anche, profonde delusioni. Un personale capace di muoversi nelle mille contraddizioni irrisolte di antica memoria e sopravvissute anche al silenzio-assenso delle varie associazioni di categoria.

La “strategia della gradualità” di Noam Chomsky (minima presenza dello Stato, privatizzazioni non tanto nascoste, continua precarietà, forzata flessibilità, disoccupazione in massa, salari che non garantiscono redditi dignitosi, demansionamento continuo e accettato passivamente dalle figure coinvolte e sigle sindacali), si è realizzata in tanti piccoli e continui cambiamenti che, se fossero stati applicati in uno spazio di tempo breve, avrebbero provocato una rivoluzione incontrollata.

Tutti cambiamenti che hanno, però, imposto regole diverse alla concezione “lavoro”; un lavoro sopportato per potersi permettere qualche piacere della vita e una illusoria considerazione sociale e, particolarmente nel mondo della sanità, si vive un tipo di “lavoro” che si barcamena tra pubblico e privato nell’eterna illusione che siano due mondi dicotomici e non regolati da una ben organizzata subalternità, come nel caso dell’Intramoenia.

In tale contesto, in cui si parla sempre meno del “concetto di qualità” e tutto è assorbito dall’ingordigia dei progetti obiettivi, spariscono tutti i più bei propositi e poco si parla di chi dovrebbe essere al centro delle attenzioni e delle cure mettendo in difficoltà tutti i teorici dell’infermieristica impossibilitati a districarsi tra norme improponibili e in conflitto tra loro e tutte le “complicanze” di un sistema che funziona solo per l’utilità di alcuni e regolato dalle sentenze della giustizia ordinaria.

Il Professionista, per essere tale, vive di due aspetti fondamentali mortificati di continuo in tale contesto : un’attività didattica-culturale continua e credibile (non certo il mercato degli ECM) e la piena autonomia.

E, nello stesso tempo, non può proporsi alla stessa stregua del medico che, approfittando del ruolo, si presenta come “grande elettore”, come procacciatore di voti per il politico-padrino.

Se gli studi effettuati sono scelti e perseguiti con la forza delle convinzioni si avranno colleghi preparati e motivati ad affrontare le difficoltà del percorso; se gli studi, invece, sono una costrizione legati alle contingenze del momento si avranno grossi momenti di “debolezza” professionale e aumento del rischio, “spontanei abbandoni”, depressioni, corse frenate alla ricerca del reparto di comodo, cambi continui di tessere sindacali.  

Chi testardamente crede in quello che ha deciso di fare non avrà molti amici ma molti colleghi che si fideranno di lui, non sarà mai lodato ma altri professionisti avranno piacere di lavorare insieme, sarà accusato di non avere “abbastanza competenze” ma saranno proprio le sue competenze a rappresentarlo.

Viviamo in un mondo che si presenta impraticabile e duro, peggio della roccia; ma noi siamo la goccia, delicata e decisa, che penetra i piccoli spazi della roccia fino a spaccarli, frantumarli, costruendo nuovi percorsi nella rigidità della pietra al punto da vedere sbocciare tanti fiori.

Non siamo monatti e tantomeno untori, non siamo “siringai”, non viviamo di cristiana rassegnazione, non siamo missionari, non siamo i “camerieri” disponibili con tutti e disposti alle offese; siamo professionisti della salute che, in virtù delle conoscenze, ci permettiamo di offrire un prodotto di qualità arricchito di tanti sentimenti e qualche sorriso.

 

Ciro Scognamiglio

Infermiere

 

Napoli, 20 settembre 2018