Ha omesso di applicare prontamente al paziente – che si trovava a terra in uno stato di tachiaritmia ventricolare – l’unica terapia risolutrice rappresentata dalla defibrillazione elettrica” nonostante l’ambulanza fosse dotata di defibrillatore, “unitamente a manovre rianimatorie, in modo da interrompere grazie allo shock elettrico, la fibrillazione ventricolare” e di aver disposto “la mobilizzazione del paziente nell’autoambulanza 118 ancor prima che fosse ripristinato un qualunque stato di coscienza e comunque prima che giungesse il medico del 118”, queste le accuse mosse all’infermiere del 118, che nel settembre 2015, era a bordo dell’ambulanza accorsa sul luogo della tragedia.

 

I fatti

Erano da poco passate le 17 di un venerdì di settembre del 2015, quando in pochi minuti si consumò il dramma.

Il piccolo Marco Calabretta, 9 anni, stava terminando l’allenamento sul campo da calcio “Mimmo Pavone” di Pineto, in provincia di Teramo, quando si è improvvisamente accasciato al suolo, davanti ad allenatore, compagni e genitori. E’ stata subito evidente la gravità della situazione e i soccorsi sono stati allertati immediatamente. Quando l’ambulanza del 118 è arrivata sul posto il piccolo, respirava ancora. La corsa verso l’ospedale di Atri (Teramo) e il tentativo di rianimazione operato dai medici della struttura sanitaria non hanno però scongiurato la morte del bambino.

L’autopsia in seguito dirà che il piccolo era stato colpito da una fibrillazione ventricolare a causa di una malformazione congenita.

 

A finire sul banco degli imputati fu inizialmente il medico del 118, accusato del mancato utilizzo del defibrillatore, scagionato poi sulla scorta della perizia rimessa dai consulenti della Procura per i quali l'uso del defibrillatore avrebbe potuto salvare la vita del bimbo solo se usato entro un determinato lasso di tempo.

 

Oggi per lo stesso motivo torna sotto accusa l’infermiere, nell’ambito del fascicolo bis sulla morte del piccolo.

L’infermiere è accusato di non aver utilizzato il defibrillatore, nonostante una perizia definisce inutile l’utilizzo dello stesso, che comunque l’operatore sanitario dice contrariamente di aver utilizzato, ma di questo non esiste documentazione.

La famiglia del bimbo ha già annunciato la volontà di costituirsi parte civile.

 

Da il Messagero, Abr24 news