Pubblichiamo da Lettere al Direttore di Quotidiano Sanità, l’inappuntabile disamina dell’infermiera Marcella Gostinelli, che ponendosi come voce critica e fuori dal coro, analizza la recente posizione assunta dalla FNOPI sul Demansionamento, sottolineando il suo intento che non è di contrapporsi per “forza”, ma quello di analizzare la coerenza, la pertinenza, la congruità del pensiero di chi ci rappresenta e non tanto per scoprirne l’erroneità in quanto tale, ma l’arretratezza culturale e la scarsa capacità generativa, creativa, che non garantisce agli infermieri il diritto di essere infermieri.

 

Gentile Direttore,
le scrivo per commentare le linee di azione, fornite dalla FNOPI, sul demansionamento. Lo scopo non è quello di contrappormi per “forza”, ma quello di analizzare la coerenza, la pertinenza, la congruità del pensiero di chi ci rappresenta e non tanto per scoprirne l’erroneità in quanto tale, ma l’arretratezza culturale e la scarsa capacità generativa, creativa, che non garantisce agli infermieri il diritto di essere infermieri.
La Fnopi nella presentazione delle sue linee di azione ci fa sapere che “si impegna a considerare il demansionamento come un tema costante nella sua agenda di confronto con il fine di individuare forme concrete di intervento e per questo verrà inserito negli Osservatori, nei gruppi di lavoro e nella Cabina di regia, affinchè ognuno contribuisca ad analizzare il fenomeno per proseguire presso gli OPI e attraverso loro anche negli Atenei e nelle Aziende”.(FNOPI.it , 01/09/2018,Web).
La Federazione degli ordini dovrebbe riflettere sul fatto che il demansionamento non è un fenomeno circoscritto e che quelle indicate nel documento non sono linee di azione; sono, piuttosto, buoni propositi espressi, i quali però, essendo tardivi, e non esaurienti, non sono neanche più “buoni”, facendoci perciò regredire alle fasi di analisi, presa di atto, vigilanza, monitoraggio di ciò che già è conosciuto, che persiste da troppo tempo, e che richiederebbe invece interventi immediati e considerazioni più informate, studiate, volenterose e desiderose di bene.

Essendo, inoltre, definite “linee di azione” si capisce che ciò che hanno inteso fare è ciò che si può fare; esse, cosi intese , tolgono ogni speranza di cambiamento.
 
A mio avviso, il demansionamento non doveva essere inserito come “tema costante”, nella agenda di rappresentanza istituzionale ,semmai doveva essere inserito dentro un pensiero politico, di apprezzata regolarità ( un progetto), concreto e risolutivo, strutturato con i sindacati.
 
Avrebbe dovuto essere un pensiero inteso come una strada “diritta” ( non storta, non curva), una direzione chiara , fin da dopo la “voltata” della legge 42 del “99, capace di portarci nel luogo giusto a significare la nostra presenza in diversi modi, e quindi ad esprimere il nostro significato valore umano, sociale, culturale, politico e professionale.
 
L’assenza del sindacato nelle linee di azione e l’omogeneità del pensiero dei presidenti degli ordini provinciali rileva l’inconsistenza politica strategica delle stesse.
 
La cosa grave però è che la mancanza di un progetto strategico, con programma a breve e a lungo termine, porta ad una inaccettabile conseguenza :la permanenza dell’infermiere nella “insignificanza”, la sua mancata evoluzione da essa; Leopardi direbbe il negato diritto “all’orma”.
 
Il diritto di significare sembra esserci negato dalla persistenza di un “senso comune, un pensiero debole, fonte inevitabile di politiche deboli,” (…) “che non innova , anzi ostacola il cambiamento” (Cavicchi, 2008) là dove invece dovrebbe esserci creatività generatrice di mutamenti culturali e di cambiamento nelle prassi.
 
Dico ai miei colleghi - che sui social hanno dimostrato un certo entusiasmo per le linee di azione contro il demansionamento, e ringraziano la FNOPI perché almeno riconosce il demansionamento e ne parla- che non riesco a rilevare dal posizionamento espresso dalla FNOPI un cambiamento di marcia rispetto al passato; la libertà che si prendono coloro che ci rappresentano, oggi come ieri, di non mettere in discussione la pochezza strategica del loro pensare è una libertà che nuoce agli infermieri ed ai cittadini. Lo “spazio infermiere” è, infatti, oggi uno spazio vuoto, non occupato socialmente e politicamente e dove le risorse utilizzabili, proprie dell’essere infermiere, restano da troppo tempo ormai inutilizzate e quindi fuori dallo spazio; cosa questa che rende il diritto ad essere infermieri pretenzioso, difficile , causa, a sua volta, del malcontento, della infelicità degli infermieri, contenuta, rassegnata e talvolta espressa malamente.
 
Pensiero debole della dirigenza rappresentativa ai diversi livelli ,infelicità degli infermieri che cercano giustizia, e fitta coltre di moralismo, patetico, avvolgente il tutto, tolgono aria a chi lavora e fanno crescere il numero degli autoasserviti, che vengono quindi sempre più serviti, sistemati e sempre meno infermieri.
 
Avrei voluto invece:
1. trovare pubblicata un’ analisi dettagliata e puntuale sulla questione infermieristica. Analisi condivisa con il sindacato, in particolare con Nursind, perchè ha sempre combattuto il demansionamento, andando anche oltre lo stesso, ma condivisa concretamente anche con i presidenti degli ordini , alcuni dei quali hanno dimostrato coraggiosamente di avere chiaro cosa sia la questione infermieristica.

2. che vi fosse stato interesse per analisi già prodotte ed argomentate da altri sulla decapitalizzazione del lavoro, sul demansionamento e sul “diritto” di essere infermieri e che ad esse avessero attinto per arricchirsi e per garantire “il pensare altrimenti”( Cavicchi, Nursind, Di Fresco,2014-2018);
 
3. leggere “standard organizzativi legali , fondati sulla evidenza scientifica, e negoziati con le regioni” ( Cavicchi,2014) per la difesa concreta degli organici e per la riduzione del demansionamento.

4. Leggere, quale sintesi della “Conferenza sulle politiche” un piano di intervento dirigenziale, nel merito del minutaggio dell’ assistenza e sulla sua compressione, sul rapporto infermieri-oss, sulla distinzione netta, anche a livello organizzativo, fra di essi, ma con essi, e quindi sulla loro importanza per l’infermieristica, sul superamento degli attuali modelli organizzativi vecchi e inadeguati ,sui danni di un mancato monitoraggio dei risultati assistenziali attesi. I dirigenti, escluso l’eccezione, non hanno mai dimostrato il bisogno di sostenere gli infermieri nel loro passaggio dall’ ausiliarità alla post ausiliarità, non hanno mai rivendicato , gestendoli, i loro diritti d’identità professionale, portandoli a cercare giustizia invece che felicità , come diritto, nel loro operare, e lo stesso, sembra, abbiano fatto chi li rappresenta non pretendendo altro da essi.

5. Leggere le intenzioni di ciascun ordine provinciale su come garantire agli infermieri lo svolgimento del loro dovere. Vorrei saperlo da ciascun ordine perché questa omogeneità indiscussa di pensiero non mi convince. Credo infatti che affinchè un diritto ( quello di lavorare come si deve per esempio)possa essere garantito, debba avere riconosciuta una doppia anima, quella libertaria ,con la libertà d’intrapresa, e quella liberatoria per la libertà dalle costrizioni. Ma la storia insegna che le due anime prendono spesso strade diverse, entrando in conflitto e lo stesso è accaduto a noi infermieri che ci siamo dovuti sempre occupare della libertà dalle costrizioni, e quindi “dell’anima liberatoria” del diritto; i presidenti degli ordini, evidentemente, mostrando sempre un pensiero omogeno, si sono occupati dell’altra anima del diritto, “l’anima libertaria”con libertà di intrapresa, ritenendosi altro dagli infermieri ( G. Zagrebelsky,2017). Ma di questo non ne sono troppo convinta perché non sembrano intraprendenti, sicuri di sé e delle loro energie, provenienti anche dagli infermieri, non avendo mostrato finora come hanno inteso e intendono oggi “proteggere concretamente gli infermieri dallo svolgimento non corretto della professione”
 
6. un sindacato, tutto, che coraggiosamente come Nursind, non firma il contratto perché incapace di difendere l’infermiere dallo sfruttamento, incapace di “contrattualizzare la deontologia e le organizzazioni del lavoro ad essa necessarie e difendere l’infermiere dallo sfruttamento, cioè dall’uso sottopagato  della sua professionalità difendendone  il salario”( Cavicchi 2014) 
 
7. prendere atto della presenza di infermieri “simplex” ( Del Vecchio, 2018) in posizione con facoltà deliberativa, e non solo consultiva, nell’ambito della rete FNOPI, per capire davvero, attraverso report infermieristici diretti e concreti quando e quanto l’infermiere è sottoutilizzato ,mal-utilizzato; non ditemi che il comitato centrale e’ costituito da infermieri perchè questo non è un fatto , solo una illusione; chi meglio di colui che opera direttamente sul malato, dentro le aziende di oggi, può rendicontare su quanto la sua professione sia realmente snaturata, sfruttata e lesa nel suo diritto archetipico ? Perché invece l’Infermiere è demansionato in origine facendolo partecipare, attraverso associazioni , società scientifiche solo ai tavoli tecnici e mai come autore del proprio operare e quindi capace di dire e scegliere ? Perché l’infermiere è per la FNOPI un “debole” e lo si vuole sempre “sotto” nella scala sociale? Sarà questo modo di fare e di considerare che toglie decoro alla professione?
 
Concludendo dico che avrei voluto prendere atto di una rappresentanza costituita da un insieme di persone colte capaci dunque di farsi capire da chi li ascolta. Gli infermieri hanno ascoltato e capito chi li rappresenta.
 
Per spiegarmi meglio ricordo quello che Anton Cechov scrisse al fratello ventottenne in risposta al suo lamento circa il fatto che le persone non lo comprendevano: “Le persone ti capiscono perfettamente. E se tu non comprendi te stesso, non è una loro colpa”.E di seguito gli indicò le 8 qualità che le persone colte possiedono.
 

 

da QuotidianoSanità