Per Salvo Lo Presti di NurSind il modello rischia di trascurare il bisogno reale del paziente, oltre che di marginalizzare il ruolo dei sanitari,

Applicare il modello di catena di montaggio, ossia il Lean Managment, nella Sanità è impensabile”.

E’ questo il pensiero di Salvatore Lo Presti, membro del Direttivo Nazionale Nursind e Segretario Territoriale di Alessandria a fronte della recente decisione dell’Ospedale Mauriziano di Torino di adottare il modello nato e sviluppato in Giappone nel dopoguerra nel settore dell’automotive (Toyota Production System o Taylorismo).

 

I pazienti non sono automobili. Se per la casa automobilistica nipponica la teoria è stata un successo, lo stesso non si può certamente prevedere per la Sanità, visto che il Taylorismo (ossia il management scientifico) afferma che l’efficienza del sistema viene prima della persona.

Come è quindi possibile che il nuovo modello possa portare vantaggi ai pazienti ed al personale?  

Il Taylorismo è “un’organizzazione scientifica del lavoro […] basata sulla razionalizzazione del ciclo produttivo secondo criteri di ottimalità economica, raggiunta attraverso la scomposizione e parcellizzazione dei processi di lavorazione […], cui sono assegnati tempi standard di esecuzione” (Treccani).

L’azienda sanitaria, però, è un’organizzazione che agisce in un contesto altamente variabile, perché le patologie hanno sempre una certa variabilità in funzione delle peculiarità del bisogno del malato e pertanto la risposta non può invariabilmente essere sempre la stessa.

Come già segnalato da Fabrizio Russo (Università Campus Bio-Medico di Roma - Direttore Alta Scuola ARCES) nell’articolo dal titolo: “Competenze infermieristiche. Andare oltre il taylorismo” (www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/articolo.php?articolo_id=21467) “c’è quindi un impedimento tra il modello di Taylor e un’organizzazione ispirata ad una logica funzionale, meccanicistica, ancora vigente nel nostro sistema sanitario”.  

Per il prof. Marco Trabucchi del Dipartimento di Medicina dei sistemi, Università di Roma Tor Vergata: “L’idea originaria di Taylor di identificare il modo migliore per svolgere un determinato lavoro in termini di tempo e di efficienza resta un’indicazione valida, per evitare pressapochismi e sprechi; deve però tenere in conto che il lavoro in medicina non è paragonabile a quello con i bulloni, perché il cuore e la mente, il soma e la psiche dell’oggetto del lavoro variano continuamente”, come precisato nell’articolo “La medicina contemporanea e il modello McDonald’s. Tra taylorismo, lotta agli sprechi e attenzione al paziente” (www.sanita24.ilsole24ore.com/art/lavoro-e-professione/2016-02-16/la-medicina-contemporanea-e-modello-mcdonald-s-taylorismo-lotta-sprechi-e-attenzione-paziente-095155.php?uuid=ACXNvMVC&refresh_ce=1)

Ben vengano la riduzione dei tempi d’attesa, degli sprechi e dei costi, ma organizzare l’assistenza secondo il modello di Taylor pone il rischio di trascurare il bisogno reale del paziente, oltre che di marginalizzare il ruolo dei sanitari, costretti ad agire secondo i modi (poco consoni alla Sanità) imposti dai manager.

Come ribadito dal prof. Ivan Cavicchi nell’intervista curata da Chiara D’Angelo dal titolo “Unità nel cambiamento per il cambiamento…” (http://www.infermieristicamente.it/articolo/3990/unita-nel-cambiamento-per-il-cambiamento-secondo-ivan-cavicchi/) pubblicata sul sito Infermieristicamente: “Per curare un malato si devono fare tante cose e che queste cose, per ragioni pratiche, vengano divise in tanti compiti a loro volta distribuiti a professioni diverse e a servizi diversi. Ebbene questa operazione  si chiama ‘divisione del lavoro’, il lavoro viene diviso in compiti, mansioni, profili, e la somma di tutto ciò costituisce la cura del malato.

Questa somma si basa storicamente comunque su una particolare forma  di cooperazione che i sociologi chiamano tayloristica che è basata sul grado di scomponibilità del lavoro, sulle giustapposizioni tra operatori, sulla divisibilità del processo di cura, sulla possibilità di tradurre tutto in compiti quindi in autonomie condizionate. 

Chi decide  tutto questo è il contesto culturale, le convinzioni dominanti, le visioni che si hanno della realtà, le forme  degli interessi economici, le conoscenze scientifiche del momento, i bisogni delle persone...” 

Secondo NurSind (il sindacato delle professioni infermieristiche), quindi, il Lean Managment nella Sanità porta solamente ad un incremento del malcontento nell’utenza e di burn-out del personale ospedaliero, oltre che uno spreco di risorse finanziare che potrebbero essere diversamente utilizzate per azioni più concrete, efficaci ed efficienti, che mettano al centro prima il bisogno reale, e non solamente un modello basato su standard e numeri.