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Comma 566: il pensiero di Aviano Rossi, infermiere, dirigente, docente.

introduzione di Chiara D'Angelo

 

Accogliamo volentieri un interessante contributo al dibattito sul comma 566 della Legge di Stabilità 2015 scritto da Aviano Rossi.

Aviano Rossi è un infermiere con 30 anni di esperienza alle spalle, 30 anni in cui ha percorso una brillante carriera nella Sanità umbra giungendo a ricoprire cariche anche dirigenziali per rientrare, nel 2011, nel ruolo di Collaboratore Professionale Sanitario Esperto Infermiere e affiancare a questa attività, svolta part-time, quella libero-professionale di Consulente e Docente in Management Sanitario, che nel tempo è maturata attraverso l’esperienza, anche questa brillante, di docenza in molti atenei.

Il contributo di Rossi, che di seguito pubblichiamo, ha una indubbia qualità: è schietto ed intellettualmente onesto.

Nella sua esposizione, breve ma fortemente incisiva, Rossi spiega infatti perché il comma 566 sia, da un lato, la negazione della novità (poiché non fa altro che affermare quanto altre leggi dello Stato già hanno regolamentato da tempo), e dall’altro sia invece il pretesto perfetto per innescare una lotta fra professioni, in cui l’infermiere, per il fatto di rivendicare qualcosa che già esiste, si ritrova in una posizione già debole in partenza, oltre che pericolosa.

E non manca una vena ironica, che non guasta mai nei dibattiti, sull’opposizione dei medici verso le specializzazioni per gli infermieri, quando, scrive Rossi “loro, solo per la mano, hanno creato oltre 25 specializzazioni, tante quante sono le ossa, ovviamente ben distinte tra mano destra e mano sinistra.”

Ma i temi seri in ballo sono molti e altri: la dignità e la considerazione della professione infermieristica all’interno dell’economia pubblica, che deve soggiacere all’invarianza finanziaria, prima di tutto! O il bisogno avvertito dal Legislatore di affermare la salvaguardia dell’autonomia della professione medica, come se lo snodo cruciale non fosse la ricerca di una integrazione delle professioni, bensì la tutela della autonomie o la prevenzione di qualunque pericolo di caduta nella lesa maestà.

Insomma, una lettura del comma 566 che sicuramente aiuta a riflettere criticamente sui temi attuali della nostra professione.

 

Comma 566: un'enfasi ingiustificata, una bandiera scolorita di una professione che merita di più!

 

Non nascondo che appena venuto a conoscenza del comma 566 nella legge di stabilità del Governo, ho avuto la reazione di chi da decenni si impegna per vedere gratificati gli impegni di una professione che merita di più rispetto all'investimento culturale conosciuto dall'avvento del profilo professionale sino ai giorni nostri. L'infermieristica è cambiata, senza ombra di dubbio, ed anche se nell'operatività quotidiana si assiste ad un lento progresso, possiamo affermare che gradualmente stiamo abbandonando l'idea che nella "praticoneria del saggio di reparto" si possa costruire la moderna professionalità. Un cammino ancora lungo se guardiamo al mondo anglosassone, realtà nella quale i nostri neolaureati fanno però sempre bella figura, a significare che le basi sono giuste e che ormai è solo una questione di contesto se in Italia i neolaureati sono trascinati a lavorare e ad abituarsi ad una stantia routine. Cambiare una legge è più facile che cambiare una cultura, ci vogliono decenni e diverse generazioni, ma il cammino è avviato.

Fatta questa premessa, dobbiamo dire che ogni volta che il legislatore ha messo mano al restyling dello status professionale, ci ha portato benefici. Ma dopo poco tempo dall'enfasi della prima lettura del comma 566, ho subito capito che siamo caduti nella trappola. Un tozzo di pane per farci giocare al cane rabbioso con la professione medica, utilizzando come bandiera dello scontro uno straccio scolorito che ormai non serve più nemmeno per fare le pulizie in famiglia.

Partiamo dall'analisi tecnica, dove sono le novità del comma 566? La possibilità di istituzione delle specializzazioni? Lo sanno anche i sassi che nelle professioni sanitarie, i "professionisti specialisti in possesso del master di primo livello per le funzioni specialistiche rilasciato dall'università..." sono stati istituiti dalla Legge 1 febbraio 2006, n. 43. Quali sono le specializzazioni? Anche qui si va indietro nel tempo e si trova la risposta: sanità pubblica, pediatria, salute mentale, geriatria, area critica. Ad enunciarlo, in questo caso, il Decreto 14 settembre 1994, n. 739, meglio conosciuto come profilo professionale dell'Infermiere. Si ma poi che cosa fanno gli Infermieri una volta  specializzati. Sembra strano, ma già nel 1999 la legge n. 42 affermava che "Il campo proprio di attività e di responsabilità delle professioni sanitarie ... è determinato dai contenuti dei decreti ministeriali istitutivi dei relativi profili professionali e degli ordinamenti didattici dei rispettivi corsi di diploma universitario e di formazione post-base". Gli ordinamenti didattici della formazione post-base, poi identificati nei master universitari dalla citata legge del 2006, regolamentano quindi l'esercizio professionale degli Infermieri Specialisti, a valore di legge ordinaria.

Potrei scrivere ancora, ma queste righe rendono già evidente che la rivendicazione di qualcosa che già esiste, può nuocere gravemente allo status professionale, rimettendone in discussione i contenuti già acquisiti, semmai da concretizzare nella pratica quotidiana, piuttosto che da inserire in un comma che potrebbe apparire anche innocuo, ma che per effetto di alcune affermazioni risulta essere anche un po' offensivo. Mi riferisco a quel "ferme restando le competenze dei laureati in medicina e chirurgia", rispetto al quale anche il più insensibile dei colleghi non può non sentirsi indignato. Personalmente non ho mai coltivato una cultura dell'odio verso la professione medica ed ho anche evitato di affermare il principio dell'autonomia professionale. L'autonomia evoca concetti pericolosi, come l'autoreferenzialità, che non è funzionale alla presa in carico multidisciplinare e multiprofessionale che abbiamo scritto e letto in tutta la letteratura infermieristica. Lavorerei più per la rivendicazione di una integrazione con pari dignità, piuttosto che per l'autonomia e porsi il problema di non ledere sua maestà semplicemente per affermare che cosa gli utenti dei nostri servizi possono aspettarsi da noi, per legge, come sopra dimostrato, debba evitare pruriti ad altre professioni, mi sembra eccessivo. Ma anche il fatto che per affermare una identità di professionisti che si pagano da soli la propria formazione universitaria, non come i medici che per specializzarsi ricevono un regolare stipendio, non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, è la chiara percezione che hanno gli altri della nostra professione, che sta sostenendo sulle proprie spalle il carico della crisi con una riduzione di organici molto più gravosa di tutte le altre professionalità che operano in sanità. Lo pensino, ma abbiano il buon senso di non scriverlo!

Il comma 566 completamente inutile? No, a questo punto c'è, non si può cancellare, per lo meno usiamolo, ad esempio per ridicolizzare non i medici, ma chi li rappresenta sindacalmente, che contrasta l'idea di una specializzazione degli infermieri quando ormai loro, solo per la mano, hanno creato oltre 25 specializzazioni, tante quante sono le ossa, ovviamente ben distinte tra mano destra e mano sinistra. I medici che fanno la clinica seriamente sanno benissimo che un infermiere specializzato migliora le performance cliniche. Utilizziamo quindi il comma 566 per rinnovare il dibattito sugli outcome documentati dalla ricerca infermieristica, come prova di efficacia che quanto si spende per la nostra professione è un investimento e non un onere. Se poi vogliamo dare una rinfrescata allo stato giuridico, allora cominciamo a rivendicare un istituto contrattuale che riconosca le specializzazioni, una prova selettiva oggettiva ed omogenea a livello nazionale per nominare coordinamenti ancora troppo spesso designati con una relazione dei primari (termine desueto, ma che rende l'idea), per non parlare delle posizioni organizzative, ormai mini-dirigenze, per le quali non è richiesto alcun titolo, generico o specifico che sia, con tutti i colleghi che hanno conseguito la laurea specialistica per vedersi spesso guidati funzionalmente dal praticone che non si sarà impegnato nello studio, ma che la strada per far carriera l'ha trovata.

 

Aviano Rossi

Consulente e Docente in Management Sanitario

www.avianorossi.it