Infermieri laureati pagati come ATA: il paradosso dei convitti italiani
Una lettera firmata da circa cento professionisti in servizio nelle istituzioni educative statali punta i riflettori su una delle figure più dimenticate del pubblico impiego italiano: l’infermiere ATA, incastrato tra due mondi contrattuali senza appartenere pienamente a nessuno.
Chi sono gli infermieri dei convitti
Nell’Italia che discute di carenza di personale sanitario, di fughe all’estero e di corsie d’ospedale al collasso, esiste un piccolo esercito di professionisti infermieristici che lavora in un contesto del tutto diverso da quello che si immagina: non una corsia, non un pronto soccorso, ma un convitto nazionale, un educandato femminile statale, un istituto speciale. Sono gli infermieri del comparto Istruzione e Ricerca, inquadrati nel personale ATA (sigla che sta per Amministrativo, Tecnico e Ausiliario) e rappresentano uno dei profili professionali più peculiari e meno conosciuti dell’intero pubblico impiego.
Le istituzioni in cui operano sono una realtà antica e oggi poco conosciuta: 43 Convitti Nazionali, tra i quali i 4 Convitti per sordomuti, 6 educandati statali e 102 convitti annessi. In questi ambienti a carattere residenziale, dove i ragazzi vivono in struttura a tempo pieno, la presenza di un infermiere non è un optional ma una necessità istituzionale.
Come si legge nella segnalazione giunta alla redazione di Orizzonte Scuola, firmata da circa cento di questi professionisti, “nel contesto scolastico, la figura dell’infermiere svolge un ruolo sanitario fondamentale, garantendo assistenza, sicurezza e interventi tempestivi in situazioni di necessità”, con riferimento anche alla “gestione di terapie e attività di primo soccorso”.
Per accedere al ruolo è necessario possedere la laurea in scienze infermieristiche o un titolo equivalente abilitante alla professione. Non si tratta dunque di semplici ausiliari, ma di laureati iscritti all’Ordine delle Professioni Infermieristiche, con tutte le responsabilità deontologiche e giuridiche che ne derivano. La normativa prevede la presenza di almeno un infermiere per struttura; nei convitti con più di 250 convittori il numero sale a due.
Formazione e responsabilità: il nodo irrisolto
Nella lettera viene richiamato con forza il profilo professionale di questi lavoratori: laureati abilitati, iscritti all’Ordine, con un bagaglio di competenze che li distingue nettamente all’interno dell’organizzazione scolastica. Ma ciò che preme sottolineare ai firmatari è soprattutto il carico di responsabilità connesso all’attività quotidiana. “Operiamo assumendoci quotidianamente responsabilità rilevanti sotto il profilo penale, civile ed etico-deontologico”, un aspetto che, a loro avviso, non troverebbe adeguato riscontro nell’attuale collocazione contrattuale.
Il paradosso è evidente: svolgono la professione infermieristica a tutti gli effetti, somministrazione di terapie, gestione di emergenze, presa in carico di studenti con patologie croniche come epilessia, diabete, asma ma vengono retribuiti e inquadrati come personale di supporto scolastico, nella stessa area contrattuale di figure che non richiedono né la laurea né l’iscrizione a un albo professionale.
Il paradosso del contratto sbagliato
Gli infermieri dei convitti sono dipendenti del Ministero dell’Istruzione e del Merito, inquadrati nel CCNL Istruzione e Ricerca, lo stesso contratto che disciplina collaboratori scolastici, assistenti amministrativi di segreteria, cuochi e guardarobieri. Non rientrano, cioè, nel comparto Sanità, dove operano i loro colleghi di formazione e titolo che lavorano negli ospedali e nelle ASL.
Il punto centrale della segnalazione riguarda proprio questo inquadramento nell’area degli Assistenti ATA. Una collocazione che viene definita non coerente con le competenze richieste: “l’area di inquadramento attuale non riflette il livello di autonomia professionale, né la complessità delle competenze”.
I firmatari fanno riferimento al nuovo sistema di classificazione introdotto con il contratto entrato in vigore nel 2024, che ha previsto anche l’Area dei Funzionari e dell’Elevata Qualificazione. Secondo gli infermieri dei convitti, proprio questa area risulterebbe più aderente al profilo sanitario effettivamente esercitato.
Gli infermieri scolastici percepiscono circa 1.613 euro lordi al mese (circa 1.178 euro netti), una retribuzione sensibilmente inferiore a quella dei colleghi del comparto Sanità, che nel 2025 hanno visto rinnovare il loro contratto collettivo con aumenti medi di circa 172 euro lordi mensili, arretrati compresi.
La lettera: una riflessione, non una contrapposizione
Il tono della lettera è costruttivo e deliberatamente non conflittuale. I firmatari escludono esplicitamente una logica rivendicativa nei confronti di altre figure del personale scolastico: “il nostro intento non è quello di creare contrapposizioni”. Piuttosto, l’obiettivo dichiarato è “evidenziare in modo costruttivo l’esigenza di un inquadramento più coerente”.
La richiesta si inserisce nel quadro più ampio degli aggiornamenti contrattuali recenti, che hanno posto attenzione alla valorizzazione del personale scolastico. In questo contesto, gli infermieri chiedono che venga considerata anche la specificità del loro ruolo, legata alla tutela della salute degli studenti.
Non si tratta dunque di una protesta, ma di un invito all’approfondimento istituzionale: “siamo convinti che un’attenzione su questo tema possa contribuire a dare visibilità a una realtà poco conosciuta, ma di grande rilevanza” per il funzionamento delle istituzioni scolastiche, si chiude la lettera.
Una questione sistemica
La vicenda degli infermieri dei convitti è emblematica di una difficoltà più ampia. La loro numerosità esigua, poco più di cento professionisti distribuiti su tutto il territorio nazionale, li rende invisibili nelle grandi dinamiche della contrattazione collettiva. Mentre le organizzazioni sindacali e le istituzioni discutono di decine di migliaia di infermieri ospedalieri, gli infermieri dei convitti rimangono fuori dai radar del dibattito pubblico.
Eppure il loro ruolo è tutt’altro che marginale: garantiscono la tutela della salute in ambienti residenziali che accolgono minorenni lontani da casa e dalla famiglia. Una presenza che, pur non numericamente estesa, incide su ambiti sensibili come la gestione sanitaria quotidiana e le emergenze, e che ora chiede un riconoscimento più allineato alle competenze effettivamente esercitate.
La lettera dei cento, nel suo essere un gesto di visibilità prima ancora che di rivendicazione, pone una questione di rilevante importanza nel dibattito sulla questione infermieristica che tra le altre cose, richiama fermamente la necessità dell’inserimento dell’infermiere nelle scuole più in generale. Ove questa proposta dovesse prendere corpo, non sarebbe immaginabile il procrastinare di una situazione di differenza come quella rimarcata dagli infermieri dei convitti. E comunque, la questione deve essere affrontata e superata con l’inquadramento all’interno del comparto sanità
Personalmente non conoscevo questa figura e il contesto in cui opera e dalle pagine della nostra rivista lancio un appello alla nostra organizzazione sindacale NurSind perché si faccia carico della questione a partire dalla prima riunione per il rinnovo del contratto collettivo nazionale fissata per il prossimo 22 aprile anche perchè, se non ci devono essere "infermieri diserie a e di serie b" come dichiarato dalla Presidente FNOPI Mangiacavalli riferendosi alle differenze tra infermieri del servizio pubblico e privato, è altrettanto vero che non ce ne devono essere di serie c.
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