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Doppio invecchiamento: SSN a rischio per età media degli infermieri, 66mila pensionamenti in arrivo

Maria Luisa Astadi
Maria Luisa Asta
Pubblicato il: 25/02/2026

AttualitàGoverno

L’Italia è il Paese più anziano d’Europa e il suo sistema sanitario rischia di diventarlo insieme ai suoi professionisti. Secondo gli ultimi dati diffusi da Eurostat, l’età media nel nostro Paese ha raggiunto i 49,1 anni e il 24,7 per cento della popolazione ha più di 65 anni. Un dato che non è solo demografico, ma sanitario: più anziani significa più cronicità, più fragilità, più bisogno di assistenza continuativa.

Di fronte a questa trasformazione strutturale, un’interrogazione parlamentare accende i riflettori su un nodo critico: l’invecchiamento del personale infermieristico del Servizio sanitario nazionale (SSN) e il rischio di un vuoto generazionale nei prossimi anni.

Il “doppio invecchiamento”

Il problema è definito “doppio invecchiamento”. Da un lato la popolazione, sempre più anziana e colpita da patologie croniche come diabete, scompenso cardiaco, broncopneumopatia cronica ostruttiva e pluripatologie. Dall’altro, gli infermieri stessi, con un’età media tra le più alte in Europa.

Le analisi della Fondazione Gimbe, basate sui dati del Conto annuale del Ministero dell’Economia e delle Finanze, parlano chiaro: oltre il 50 per cento degli infermieri dipendenti del SSN ha più di 50 anni. La fascia più numerosa è quella tra i 51 e i 55 anni (18,2 per cento), seguita da quella tra i 56 e i 60 anni (16,14 per cento). Gli under 25 sono appena il 3,16 per cento.

Il confronto europeo, secondo i report dell’OCSE “Health at a Glance: Europe”, evidenzia uno scarto significativo: l’età media degli infermieri italiani si attesta intorno ai 56-57 anni, contro i 40,6 anni della Germania, i 43 della Spagna e del Regno Unito, e i 42 dei Paesi Bassi. Un divario di circa 15 anni rispetto ai principali partner europei.

Oltre 66 mila uscite in cinque anni

Le proiezioni anagrafiche sul personale del SSN stimano oltre 66.000 pensionamenti tra il 2026 e il 2030. Negli ultimi anni le uscite hanno viaggiato a una media di circa 17.000 l’anno, a fronte di un numero di nuove assunzioni insufficiente a compensare le cessazioni.

Il rischio è concreto: carichi di lavoro più pesanti, aumento dell’assenteismo per patologie lavoro-correlate, difficoltà a garantire la continuità assistenziale e, in ultima analisi, un possibile impatto sulla qualità delle cure.

Il tema non riguarda solo gli ospedali. La riforma dell’assistenza territoriale prevista dal PNRR punta su case e ospedali di comunità, presa in carico domiciliare, rafforzamento dell’assistenza di prossimità. Tutti ambiti ad alta intensità infermieristica. Senza personale sufficiente, il rischio è che le nuove strutture restino sulla carta o funzionino a regime ridotto.

Le domande al Governo

L’interrogazione chiede al Ministro della Salute quali iniziative urgenti intenda adottare per fronteggiare il picco di pensionamenti previsto tra il 2026 e il 2030. In particolare, si sollecita una revisione strutturale della programmazione del fabbisogno di personale infermieristico: aumento dei posti nei corsi di laurea, rafforzamento delle borse di studio, incentivi per rendere più attrattiva la professione.

Un altro punto centrale riguarda le condizioni di lavoro. Si chiede se il Governo intenda intervenire sul piano retributivo, sulle prospettive di carriera e sull’organizzazione dei servizi per rendere il SSN più competitivo rispetto al settore privato e ai sistemi sanitari di altri Paesi europei, che spesso attraggono professionisti italiani.

Infine, la questione più ampia: le attuali dotazioni organiche sono adeguate a un Paese che invecchia rapidamente e in cui le cronicità sono in costante aumento? E quali correttivi si intendono introdurre per evitare una riduzione dei livelli essenziali di assistenza a causa della progressiva contrazione della forza lavoro infermieristica pubblica?

Una scelta strutturale, non emergenziale

Il punto sollevato dall’interrogazione è chiaro: non si tratta di gestire un’emergenza temporanea, ma di affrontare una trasformazione strutturale. L’Italia è già il Paese più anziano dell’Unione europea. Nei prossimi anni lo sarà ancora di più.

Senza un piano credibile su formazione, assunzioni e valorizzazione professionale, il rischio è che il sistema sanitario pubblico si trovi a inseguire la domanda di salute con strumenti sempre più fragili. E a pagarne il prezzo potrebbero essere proprio i cittadini più anziani e vulnerabili.