Parma cambia modello: ogni paziente avrà il suo infermiere di riferimento
Personalmente sperimentai il metodo durante il mio tirocinio presso le malattie infettive di Sassari dove una illuminata coordinatrice (all’epoca capo sala), assegnava ad ogni studente due o tre pazienti ciascuno da seguire per tutto il percorso. Oggi siamo di fronte a un cambiamento strutturale che ridisegna il lavoro degli infermieri: non più operatori di compiti, ma professionisti di riferimento, titolari di un percorso assistenziale personalizzato dall’ingresso alla dimissione.
Un’idea nata negli anni Settanta, ora a Parma
Quando Marie Manthey, infermiera americana dell’University of Minnesota Hospital, mise a punto negli anni Settanta il modello del Primary Nursing, aveva in mente un’idea semplice quanto rivoluzionaria: ogni paziente dovrebbe avere un infermiere di riferimento che lo conosce, lo ascolta e pianifica la sua assistenza. Non un elenco di compiti da smistare tra più operatori, ma una relazione terapeutica stabile, responsabile, continua.
A distanza di mezzo secolo, quella filosofia approda ufficialmente all’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma. Il progetto di implementazione del Primary Nursing, avviato dalla Direzione delle Professioni Sanitarie in collaborazione con i coordinatori infermieristici e i professionisti delle unità operative coinvolte, rappresenta uno degli interventi organizzativi più significativi degli ultimi anni per il personale infermieristico del Maggiore.
L’AOU di Parma si inserisce in un percorso già avviato da altre realtà dell’Emilia-Romagna, come l’Azienda Ospedaliera di Reggio Emilia, l’AOU di Modena e l’IEO di Milano che hanno aperto la strada all’adozione di questo modello nel contesto del Servizio Sanitario Nazionale italiano.
Il metodo: chi è il Primary Nurse e cosa fa
Il cuore del modello è l’assegnazione. Ogni paziente, dal momento del ricovero fino alla dimissione, viene affidato a un infermiere primary, il cosiddetto infermiere di riferimento, che assume la responsabilità diretta della pianificazione assistenziale. Non si tratta di un semplice “titolare del caso”: il primary nurse valuta i bisogni del paziente, costruisce un piano di cura personalizzato, lo aggiorna in base all’evoluzione clinica, dialoga con medici e familiari, e garantisce la continuità informativa anche nei turni in cui non è presente.
Quando l’infermiere di riferimento non è in servizio, i colleghi del turno successivo non ricominciamo da zero: seguono il piano già definito, rimanendo vigili sulle eventuali variazioni. In caso di cambiamenti rilevanti, il primary nurse viene informato tempestivamente. Ogni infermiere gestisce tipicamente da due a quattro pazienti, un numero deliberatamente contenuto per garantire la qualità della relazione e della pianificazione.
Il modello prevede tre momenti comunicativi fondamentali con il paziente e i suoi caregiver: una presentazione iniziale al momento dell’assegnazione del caso, in cui l’infermiere si presenta e condivide gli obiettivi assistenziali; incontri in itinere per monitorare i progressi e aggiornare il piano; un colloquio finale che accompagna la dimissione, con la consegna di una lettera infermieristica contenente indicazioni per la continuità delle cure a domicilio.
“Il Primary Nursing non è solo un modello organizzativo: è una dichiarazione di intenti. Stiamo dicendo al paziente: hai un professionista che ti conosce, che si fa carico di te, che risponde alle tue domande” dichiarano alla Direzione delle Professioni Sanitarie AOU Parma.
L’impatto sull’organizzazione del lavoro
Il passaggio al Primary Nursing segna una discontinuità netta rispetto al modello funzionale o nursing per compiti che ancora oggi è il sistema prevalente in molti reparti italiani. Nel modello funzionale, le attività vengono distribuite per tipologia: un infermiere esegue le terapie, un altro le medicazioni, un altro ancora le rilevazioni dei parametri. Il vantaggio è apparente: alta velocità esecutiva. Il limite è strutturale: nessuno conosce davvero il paziente nella sua interezza.
Con il Primary Nursing, l’organizzazione si ribalta. Il coordinatore infermieristico smette di essere principalmente un assegnatore di compiti e diventa un supervisore dei percorsi di cura, un supporto per la crescita professionale dei colleghi. L’assegnazione dei pazienti ai primary nurse avviene tenendo conto delle competenze acquisite e della complessità dei casi: i professionisti più esperti gestiscono le situazioni più impegnative, in un sistema che valorizza la specializzazione clinica.
Cambia anche la documentazione infermieristica: non più una lista di prestazioni eseguite, ma un piano assistenziale vivo, aggiornato, capace di raccontare la storia clinica del paziente e orientare le scelte dei colleghi. In questo contesto si rivela strategico il sistema informativo infermieristico, che deve supportare la pianificazione, la registrazione degli esiti e la trasmissione delle informazioni tra turni.
Per l’AOU di Parma, l’implementazione ha richiesto un percorso strutturato di formazione: incontri in aula articolati in moduli tematici, sessioni di formazione sul campo con audit periodici nei reparti pilota, e momenti di verifica condivisa tra colleghi per monitorare l’adozione del modello e raccogliere osservazioni utili al miglioramento continuo.
I vantaggi: per i pazienti, per gli infermieri, per l’organizzazione
Le evidenze scientifiche internazionali e le esperienze italiane già consolidate convergono nel descrivere un quadro di benefici su più livelli.
Per il paziente, il vantaggio più immediato è la continuità relazionale. Avere un infermiere di riferimento riconoscibile riduce l’ansia legata all’ospedalizzazione, migliora la comprensione delle informazioni ricevute e aumenta la compliance alle indicazioni terapeutiche. Il paziente non deve ripetere la propria storia a ogni cambio di turno: c’è qualcuno che già lo conosce. La soddisfazione rilevata con strumenti validati, come la Newcastle Satisfaction with Nursing Scale, mostra miglioramenti consistenti nelle realtà che hanno adottato il modello.
Per gli infermieri, il cambiamento è altrettanto profondo. Il modello restituisce senso al lavoro quotidiano: ogni professionista non esegue più prestazioni decontestualizzate, ma vede e segue l’evoluzione del suo paziente, percepisce la propria responsabilità e riconosce i risultati del proprio impegno. Le ricerche indicano un aumento della soddisfazione lavorativa, una riduzione del burnout e un miglioramento del clima di equipe. Il modello aumenta anche la collaborazione con i medici: l’infermiere di riferimento, avendo una conoscenza approfondita del caso, diventa un interlocutore clinico più autorevole nella gestione multiprofessionale.
Per l’organizzazione ospedaliera, i benefici si misurano in termini di qualità e appropriatezza delle cure, riduzione degli errori legati alla frammentazione informativa, migliore preparazione del paziente alla dimissione e conseguente riduzione delle riammissioni improprie.
“Ho scelto la professione infermieristica per stare vicina alle persone. Con il Primary Nursing finalmente sento che questo è davvero possibile. Conosco i miei pazienti, capisco le loro paure, vedo come migliorano. È un lavoro completamente diverso” dichiara un’infermiera, dell’Unità Operativa di Medicina Interna.
Le difficoltà: un cambiamento che chiede coraggio
Introdurre il Primary Nursing non è privo di sfide. Le esperienze di implementazione in Italia mostrano che le resistenze al cambiamento sono la difficoltà più frequente: il modello funzionale, pur con tutti i suoi limiti, è familiare, rassicurante, ben rodato. Passare a un sistema che richiede maggiore autonomia decisionale e una responsabilità più esplicita può generare insicurezza, soprattutto tra i professionisti con meno esperienza o abituati a un ruolo esecutivo.
Un secondo nodo critico è quello delle risorse umane. Il Primary Nursing esprime al meglio il suo potenziale quando il rapporto numerico tra infermieri e pazienti è adeguato. In contesti di carenza di personale mantenere la continuità delle assegnazioni e la qualità della pianificazione diventa più complesso. La tentazione di ricadere nei vecchi schemi funzionali è reale e va presidiata con formazione continua e supervisione.
Vi è poi la questione della documentazione. Il piano assistenziale del primary nurse è lo strumento su cui si fonda la continuità tra turni: se non è compilato con accuratezza, o se il sistema informatico non supporta adeguatamente la pianificazione, l’intero impianto si incrina. Per questo l’AOU di Parma ha investito in modo significativo nella formazione alla documentazione infermieristica, parallelamente all’adeguamento degli strumenti digitali di supporto.
Infine, il modello richiede un cambiamento culturale che travalica il singolo reparto: deve essere condiviso dalla direzione medica, dai coordinatori, dall’intera organizzazione. L’infermiere di riferimento ha bisogno di poter davvero dialogare con il medico del caso, di avere accesso alle informazioni cliniche rilevanti, di essere riconosciuto come un professionista che decide, e non solo che esegue.
“Le prime settimane sono state impegnative. Ci siamo chiesti: ce la facciamo? Ma poi, quando hai visto un paziente ringraziarti per nome, ricordare che sei tu a seguirlo, capire che non è solo in un sistema anonimo... capisci perché vale la pena” dichiara un coordinatore infermieristico, Reparto pilota.
Il percorso a Parma: fasi e prospettive
L’AOU di Parma ha adottato un approccio graduale e sperimentale: le prime unità operative coinvolte nel progetto pilota hanno funzionato come “banco di prova”, consentendo di misurare gli effetti del modello in condizioni reali prima di estenderne l’adozione ad altri reparti. Questo approccio per fasi, collaudato anche nelle esperienze di Reggio Emilia e Modena, riduce il rischio di sovraccarico organizzativo e permette di apprendere dall’esperienza in tempo reale.
La formazione ha avuto un ruolo centrale fin dall’inizio: moduli teorici dedicati ai fondamenti del modello, sessioni pratiche con simulazioni di scenari assistenziali, e audit periodici nei reparti per monitorare l’adozione e raccogliere il feedback degli infermieri. Un questionario anonimo somministrato al personale coinvolto ha permesso di rilevare i cambiamenti nell’atteggiamento professionale e di orientare gli interventi formativi successivi.
La Direzione delle Professioni Sanitarie ha identificato il Primary Nursing come modello di riferimento per lo sviluppo futuro dell’assistenza infermieristica nell’ospedale, con l’obiettivo di estenderne progressivamente l’adozione a tutte le strutture complesse di degenza. Il progetto si inserisce in una visione più ampia che punta a fare dell’AOU di Parma un polo di eccellenza non solo per le cure medico-chirurgiche, ma anche per la qualità dell’assistenza infermieristica e per l’attrattività professionale verso i professionisti sanitari.
Un nuovo patto con il paziente
Il Primary Nursing è, in ultima analisi, un patto con il paziente. Gli dice: non sei un numero di letto, non sei una diagnosi, non sei una serie di prestazioni da erogare. Sei una persona, e c’è un professionista che si fa carico di te, che ti conosce, che risponde alle tue domande, che pianifica le tue cure pensando a te come individuo.
Per gli infermieri dell’AOU di Parma, questo progetto rappresenta anche una dichiarazione identitaria: la professione infermieristica non è ancillare, non è esecutiva, non è residuale. È una professione intellettuale, relazionale, clinicamente competente, capace di farsi carico della complessità umana che ogni malattia porta con sé.
Il cammino non è breve, né privo di ostacoli. Ma il cambiamento è in corso, e i pazienti dell’Ospedale Maggiore di Parma stanno già cominciando a vedere la differenza.
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