Long Covid: 1 operatore sanitario su 4 colpito dopo l’infezione. I sintomi
Una vasta indagine condotta nel Regno Unito su oltre 4.000 operatori sanitari con una storia di infezione da Covid-19 accende i riflettori su un aspetto ancora poco compreso del long Covid: i sintomi non si presentano allo stesso modo per tutti. A cambiare sono non solo l’intensità e la durata, ma anche il tipo di disturbi, con differenze significative legate all’etnia, al sesso, all’età e al lavoro svolto negli ospedali e nei servizi sanitari.
Lo studio, realizzato nell’ambito della coorte nazionale UK-REACH e basato su dati raccolti tra ottobre 2021 e ottobre 2022, ha analizzato 4.033 operatori sanitari britannici che avevano avuto il Covid. Di questi, il 26,5% ha riferito sintomi persistenti per almeno 12 settimane, rientrando quindi nella definizione di long Covid.
Il dato più evidente è che chi soffre di long Covid presenta con maggiore frequenza sintomi sistemici, neurologici e psicologici rispetto a chi ha avuto un’infezione senza strascichi prolungati. Tra i disturbi più comuni emergono stanchezza persistente, difficoltà di concentrazione, disturbi della memoria, insonnia, ansia e depressione.
Tra i lavoratori con long Covid, il gruppo di sintomi più diffuso è quello neurocognitivo e neurologico, segnalato dal 63,4% dei casi. Seguono i sintomi sistemici come affaticamento, febbre, capogiri e perdita di appetito, presenti nel 54,6% dei partecipanti, e quelli cardiopolmonari come fiato corto, dolore toracico, palpitazioni e tosse, che riguardano il 40% del campione.
Ma l’aspetto più interessante dello studio riguarda le differenze interne alla popolazione sanitaria. I lavoratori di origine asiatica hanno mostrato una probabilità più alta di riportare sintomi cardiopolmonari rispetto ai colleghi bianchi. In particolare, tra gli operatori asiatici con long Covid, questi disturbi hanno raggiunto il 45,6%. Al contrario, i sintomi sistemici risultano particolarmente frequenti tra gli operatori neri e di etnia mista, con percentuali rispettivamente del 64% e del 63,9%.
Anche il genere pesa. Le donne risultano più esposte ad alcuni gruppi di sintomi, soprattutto quelli gastrointestinali e neurocognitivi. In altre parole, tra le operatrici sanitarie il long Covid tende più spesso a lasciare strascichi che colpiscono intestino, concentrazione, memoria e funzioni neurologiche.
Il ruolo professionale, poi, fa la differenza. Rispetto ai medici, gli operatori impiegati in ambito infermieristico, nelle professioni sanitarie alleate e nei servizi odontoiatrici hanno mostrato una maggiore probabilità di accusare sintomi muscoloscheletrici, come dolori articolari e muscolari. Gli infermieri, inoltre, risultano più colpiti anche sul piano psicologico e sistemico, un dato che gli autori collegano ai maggiori carichi di lavoro, allo stress accumulato durante la pandemia e all’esposizione più intensa ai pazienti.
Un altro risultato importante riguarda i vaccini. Lo studio rileva infatti che aver ricevuto due o tre dosi al momento dell’infezione è associato a una minore probabilità di sviluppare diversi gruppi di sintomi del long Covid, in particolare quelli cardiopolmonari, muscoloscheletrici e neurocognitivi. Un elemento che rafforza l’idea del vaccino non solo come strumento di protezione dall’infezione grave, ma anche come possibile fattore di riduzione degli effetti a lungo termine.
Secondo i ricercatori, si tratta del primo studio britannico di grandi dimensioni a mettere in evidenza in modo così chiaro schemi distinti del long Covid tra gli operatori sanitari, mostrando che la sindrome non è uguale per tutti e che i fattori sociali e professionali contano quanto quelli clinici.
Le conclusioni sono nette: servono strategie di supporto mirate, capaci di tenere insieme rischio occupazionale e caratteristiche individuali. Questo significa ripensare i percorsi di rientro al lavoro, prevedere adattamenti organizzativi e costruire risposte più precise per chi continua a convivere con sintomi che, a distanza di mesi, possono ancora compromettere salute, benessere e capacità lavorativa.
Lo studio, naturalmente, ha anche alcuni limiti: i dati sono auto-riferiti, quindi esposti a possibili errori di memoria o percezione, e il disegno trasversale non consente di stabilire con certezza rapporti di causa-effetto. Tuttavia, l’ampiezza del campione e la varietà etnica e professionale dei partecipanti rendono i risultati particolarmente rilevanti.
Il messaggio di fondo è chiaro: il long Covid tra gli operatori sanitari non è solo un problema clinico, ma anche un tema di equità, tutela del lavoro e organizzazione dei sistemi sanitari. E proprio per questo, concludono gli autori, servono studi longitudinali e politiche più attente alle differenze tra persone, mansioni e contesti sociali.
da: Al-Oraibi A, Martin CA, Woolf K, Nellums LB, Tarrant C, Pareek M. Patterns of long COVID symptoms among healthcare workers in the UK and variations by sociodemographic, clinical and occupational factors: a cross-sectional analysis of a nationwide study (UK-REACH). J R Soc Med. 2025 Dec;118(12):387-406. doi: 10.1177/01410768251389692. Epub 2025 Dec 8. PMID: 41359411; PMCID: PMC12685703.
di