Lotta all'HIV. The Lancet: distanza tra gli obiettivi dichiarati e reale contesto operativo
L'HIV torna a far parlare di sé, ma non per buone notizie. Lo scorso 22 e 23 giugno si è tenuta a New York la quinta riunione di alto livello delle Nazioni Unite sull'HIV/AIDS, che si è chiusa con l'adozione di una nuova Dichiarazione politica. Nel documento i paesi membri ribadiscono l'impegno a porre fine all'AIDS come minaccia per la salute pubblica entro il 2030, a mobilitare risorse adeguate, a raggiungere i cosiddetti obiettivi 95-95-95 (il 95% delle persone con HIV diagnosticate, il 95% di queste in terapia antiretrovirale e il 95% di chi è in trattamento con carica virale soppressa) e ad accelerare l'accesso equo alla prevenzione.
Parole impegnative, ma che rischiano di restare sulla carta. Lo ha messo in evidenza un editoriale della rivista The Lancet, ripreso e commentato anche dal blog Salute Internazionale.
La direttrice esecutiva di UNAIDS, Winnie Byanyima, aveva indicato quattro pilastri necessari per continuare a controllare la pandemia a livello globale: multilateralismo, finanziamenti stabili, tutela dei diritti umani e accesso alle innovazioni terapeutiche. Il problema, secondo l'editoriale, è che ciascuno di questi quattro pilastri sta vacillando, se non addirittura arretrando.
Il multilateralismo, anzitutto, è sotto pressione. Il sistema delle Nazioni Unite sta affrontando tagli di bilancio e licenziamenti che ne minano la credibilità, e la stessa UNAIDS rischia di essere smantellata o comunque fortemente ridimensionata: un piano per trasferirne le funzioni ad altre agenzie ONU dovrebbe essere presentato in ottobre, con applicazione dal 2027. Al tempo stesso si stanno diffondendo accordi bilaterali di tipo estrattivo nella sanità globale, in cui le politiche sull'HIV vengono dettate più da calcoli politici di singoli paesi donatori che dalle evidenze scientifiche.
Sul fronte dei finanziamenti, i tagli sono stati profondi e diffusi. Lo smantellamento improvviso dell'agenzia statunitense USAID e la contrazione delle attività dei CDC americani hanno creato forti disagi nei paesi beneficiari, che sono riusciti a malapena a mantenere i programmi di terapia, sacrificando però prevenzione, test e servizi rivolti alle popolazioni più vulnerabili. In 62 paesi monitorati, il numero di persone che hanno ricevuto almeno una volta la profilassi pre-esposizione (PrEP) è crollato del 38% tra il 2024 e il 2025. Gli Stati Uniti hanno inoltre annunciato il ritiro del sostegno PEPFAR al Sudafrica, il paese con la più grande epidemia di HIV al mondo, una decisione che colpirà soprattutto i servizi rivolti a categorie come le persone che usano droghe, gli uomini che hanno rapporti sessuali con uomini, le persone transgender e chi si prostituisce. Non sono solo gli Stati Uniti a tagliare: gli aiuti allo sviluppo a livello mondiale sono scesi del 6,1% nel 2024 e di un ulteriore 23,1% nel 2025, tornando sotto i livelli del 2019.
C'è poi il capitolo dei diritti, anch'esso in arretramento in diversi paesi. In Russia le persecuzioni contro le persone LGBTQI+ hanno portato alla chiusura di servizi sanitari dedicati e scoraggiano l'accesso alle cure. In Senegal, il presidente Bassirou Diomaye Faye ha firmato quest'anno una legge che porta a dieci anni la pena massima per rapporti omosessuali. Non a caso, sia la Russia sia il Senegal hanno votato contro la nuova Dichiarazione ONU.
Infine, anche il fronte dell'innovazione mostra luci e ombre. Il lenacapavir, farmaco iniettabile a somministrazione semestrale, offre una protezione molto efficace contro l'infezione ed è stato paragonato al più vicino sostituto possibile a un vaccino. Nel 2025 l'azienda produttrice, Gilead, ha siglato un accordo con case farmaceutiche generiche per fornire versioni a basso costo a 120 paesi ad alta incidenza. Ma l'accordo, per quanto positivo, resta limitato: esclude molti paesi a reddito medio che non possono permettersi il farmaco a prezzo pieno. In America Latina, ad esempio, dove diversi paesi restano fuori da questi accordi, le nuove infezioni sono aumentate del 13% dal 2010.
Il quadro complessivo resta ambivalente. Da un lato, i progressi ottenuti negli ultimi 25 anni nel contrasto all'HIV/AIDS restano straordinari; dall'altro, la pandemia è tutt'altro che sotto controllo: si stima che nel mondo vivano con l'HIV circa 40,9 milioni di persone, con 1,2 milioni di nuove infezioni nel 2025 e 570.000 decessi per AIDS nell'ultimo anno. Le conoscenze scientifiche e gli strumenti per fermare l'epidemia esistono, ma il progressivo disinvestimento politico ed economico rischia di vanificarli. Secondo una stima di UNAIDS, i soli tagli al programma PEPFAR potrebbero generare, entro il 2029, 6,6 milioni di nuove infezioni e 4,2 milioni di decessi aggiuntivi legati all'AIDS.
Proprio per questo, l'editoriale del Lancet mette in guardia dal rischio retorico di annunciare la fine dell'HIV come minaccia sanitaria entro quattro anni: una promessa che, se disattesa, rafforzerebbe l'immagine di una governance sanitaria globale scollegata dalla realtà, e che rischia soprattutto di sollevare dalle proprie responsabilità chi ha deciso i tagli e gli arretramenti che stanno mettendo a rischio decenni di progressi. Fissare obiettivi ambiziosi resta importante per orientare le politiche sanitarie, ma, conclude l'editoriale, serve anche onestà nel riconoscere la distanza tra gli obiettivi dichiarati e le condizioni reali in cui la comunità internazionale si trova oggi ad agire.
di