di Alfonso Megna

 

L’emergenza territoriale rappresenta il primo tassello della risposta d’AIUTO. Tutti noi sappiamo da anni che bisogna chiamare il 118 (che di regione in regione sta diventando 112 secondo le nuove indicazioni della Comunità Europea).

Dietro questo numero la centrale operativa territorialmente competente risponde alla richiesta di aiuto con l’invio di un mezzo sanitario, spesso un’ambulanza. Chi sono gli operatori che compiono questi soccorsi?

La risposta non è ovvia, bisogna articolarla per le diverse realtà che variano da regione a regione.

Ci sono operatori dedicati in modo esclusivo a questo tipo di servizio, altri che lavorano in ambulanza con sistema incentivante, si pensi a medici e infermieri impiegati in altri settori e che per scelta effettuano turni extra sui mezzi di soccorso.

Poi c’è una fetta di persone che esercitano quest’attività a titolo di volontariato. Il terzo settore in Italia diventa sempre più importante, poiché riesce a dare risposte ai cittadini che spesso non ottengono dalle istituzioni. Non a caso negli ultimi anni lo stato rivolge particolare attenzione a questo settore sempre in crescita e sempre più ramificato. Si discute tanto di una riforma del terzo settore, ma quale impegno per il volontariato nell’emergenza e soprattutto quale futuro?

Le realtà sono diverse, dalla regione Basilicata che ha escluso le associazioni di volontariato alla partecipazione dei bandi per l’assegnazione di postazioni del 118, alla Toscana che ha emanato una Legge al fine di inserire le associazioni di volontariato nel loro sistema di emergenza territoriale. Questi due estremi riguardano decisioni del 2014.

Il riferimento a quest’anno non è casuale. La regione Liguria ha dovuto gestire un contenzioso giudiziario per l’assegnazione di alcuni servizi di emergenza territoriale ad associazioni di volontariato. Una decisione che risale al 2010 che ha visto in primo grado una sentenza favorevole alle società ricorrenti. La regione ha presentato ricorso al Consiglio di Stato. Quest’ultimo ha deciso di rimandare la controversia alla Corte Europea per dirimere alcuni dubbi.

Il quesito ruota sull’applicazione del buon senso, individuando nel volontariato una valida possibilità per esternalizzare una parte del servizio (non avendo possibilità di gestirlo con mezzi propri) al volontariato. La scelta è basta sulla volontà di restare in linea con le politiche di contenimento dei costi. Alle associazioni sarebbe spettato il solo costo, a titolo di rimborso, delle spese vive.

I giudici europei non concordano con tale politica. Specificano che ogni gara pubblica deve essere aperta a tutti, senza limiti di esclusività. Del resto, aggiungono i giudici europei, se le associazioni gareggiano con prezzi più bassi, non avranno difficoltà ad aggiudicarsi la gara e garantire il risparmio all’azienda.

La Corte Europea, di fatto, assimila il volontariato a un’azienda. Specifica che anche se trattasi di rimborso spese, quanto dovuto dall’azienda sanitaria è sempre da ritenersi oneroso e quindi assoggettabile a qualsiasi ente che eroga servizi e beni sul mercato dietro compenso.

A questa condizione, di per sé già affannosa per le associazioni, si aggiunge il malaffare.  È dello scorso anno un servizio delle Iene che ha acceso i riflettori su alcune “finte ONLUS”, che travestendosi da volontariato, si aggiudicano gli appalti, ma poi sottopagano personale con finti rimborsi, obbligando i dipendenti a firmare dichiarazioni di esercizio attività di volontariato.

La condizione di questo lavoro nero sommerso, secondo la trasmissione, riguarda tutta Italia. Nel servizio fanno riferimento alle regioni, Piemonte, Lombardia, Toscana, Sardegna, Campania, Lazio, Puglia, Umbria e addirittura la regione da primato la Calabria. In quest’ultima sembrerebbe che i finti volontari lavorino per un compenso di 1 euro l’ora.

Questa diffusa situazione ha come impatto immediato, la necessità per questi lavoratori di fare prestazioni lunghissime per assicurarsi uno stipendio almeno utile ai bisogni di prima necessità. Per questo i turni di queste persone, generalmente non sono inferiori alle quindici ore. Ne consegue un concreto aumento del rischio di errore.

Questa mole di lavoro vede cancellati tutti i diritti come ferie, malattia, contribuzione ecc.

Il quadro emerso da questo sistema impone un intervento immediato e risolutivo. In alcune realtà come la Sicilia, il servizio è garantito dalle ONLUS, anche attraverso il sistema delle eccedenze. È stato creato un software che permette le associazioni di inserire in autonomia la disponibilità al servizio. La centrale operativa può quindi attivare le ambulanze del volontariato, esclusivamente se quelle del 118 sono già impegnate in altre urgenze. Un sistema che a fronte di una mancanza di garanzia della chiamata, limita in qualche modo la possibilità a finte ONLUS di guadagni contrattualizzati.

La soluzione che può sembrare rapida ed efficace è quella di eliminare il volontariato nelle emergenze territoriali regolando chi lavora per quest’attività.

Precisiamo che il volontariato, in ogni forma, è una risorsa inestimabile. Nel settore dell’emergenza territoriale diciamo i numeri di una sola regione. La Lombardia, presa come esempio, ha quarantamila volontari sul campo, contro i millecinquecento dipendenti. Queste cifre fanno da cornice a un quadro spaventoso. L’Italia non può fare a meno del terzo settore.

I volontari in tutto il territorio nazionale sono più di sei milioni, sono cifre impensabili da sostituire con lavoratori dipendenti, sono cifre che meritano il dovuto rispetto e la giusta scrematura. Il volontariato va depurato dalle finte ONLUS per rispetto verso gli stessi volontari e soprattutto verso i cittadini.

L’esigenza più immediata è eliminare l’errore concettuale che le associazioni di volontariato siano qualcosa di esogeno rispetto allo Stato. Il nuovo punto di vista dovrebbe essere il riconoscimento delle associazioni di volontariato come parte integrante del sistema sociale e sanitario della nostra Italia. Culturalmente dovremmo difendere questa immensa risorsa del terzo settore. Il Governo dovrebbe battersi per superare il problema europeo degli appalti. Su questo principio si dovrebbero individuare gli strumenti normativi adeguati per riconoscere il volontariato quale maggior bene e parte più bella e brillante dello Stato. Del resto lo Stato siamo tutti noi, e non esiste cosa più nobile di chi aiuta il prossimo volontariamente, perché aiuta lo Stato…aiuta tutti.

Il primo passo potrebbe essere di dare voce ai volontari. Le No Profit dovrebbero avere un portavoce che siede in modo costante nei tavoli delle commissioni sanità delle varie regioni. Dovrebbe crearsi un sistema che metta in condizioni, il volontariato, di incidere realmente nella definizione delle politiche e nella progettazione dei servizi, affinché l’apporto come erogatrici dei servizi non possa essere un alibi per la loro esternalizzazione finalizzata alla sola diminuzione dei costi con la conseguente deresponsabilizzazione delle Istituzioni. Diamo voce al volontariato e creiamo norme CHE IN MODO CONTROLLATO rendano le onlus, un sistema che s’integra, ex legge, come parte integrante del sistema sanitario di emergenza urgenza.

Non permettiamo che il malaffare offuschi una cosa bellissima di cui mi onoro di fare parte da anni.

 

ph credit: protezione civile enna