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Partorire senza assistenza: il lato oscuro del movimento che sfida la medicina

Andrea Tirottodi
Andrea Tirotto
Pubblicato il: 26/05/2026

Global NurseProfessione e lavoroStudi e analisi

C'è un fenomeno che si muove nelle pieghe di internet, lontano dai controlli istituzionali e dalla sorveglianza sanitaria: quello dei parti intenzionalmente non assistiti, detti freebirth. Piccolo per numeri, grande per ciò che rivela. Rossella Romano, specializzanda in Igiene e Medicina preventiva all'Università di Firenze, lo analizza in un dittico appena pubblicato su SaluteInternazionale che vale davvero la pena leggere per intero.

Il punto di partenza è una lunga inchiesta del Guardian, condotta per oltre un anno, sulla Free Birth Society (FBS): un'organizzazione multimilionaria con sede negli Stati Uniti fondata da Emilee Saldaya, che promuove il freebirth come approccio radicale al parto. Nel corso dell'indagine sono stati identificati 48 casi di morti neonatali in qualche modo riconducibili a FBS. Un numero che non include le conseguenze a lungo termine delle asfissie perinatali, né tiene conto di tutte le donne che abbiano avuto contatti con l'organizzazione senza esserne identificate.

Già questo dovrebbe far riflettere. Ma la vicenda della FBS è soprattutto una lente su qualcosa di più vasto.

 

Un'organizzazione costruita sul raggiro

La fondatrice afferma di aver esercitato come ostetrica per dieci anni, sia in ospedale sia fuori. Ma dall'inchiesta del Guardian emerge come non abbia alcuna formazione ostetrica: è una doula. Nel tempo la FBS ha costruito un apparato economico tutt'altro che trascurabile: corsi da tremila dollari per formare figure chiamate Radical Birth Keepers, consulenze individuali fino a ottocento dollari all'ora, kit introduttivi da quattrocento dollari. Il tutto senza contratti formali, senza affrontare il tema delle complicanze del parto nei corsi, e con istruzioni esplicite su come mentire al personale sanitario in caso di ricovero d'urgenza.

L'ideologia di fondo si ammanta di femminismo e autodeterminazione: il corpo della donna "sa già cosa fare", qualsiasi intervento medico è un sabotaggio. Eppure nei contenuti diffusi dalla FBS l'approccio appare fortemente fatalista, al punto da sostenere che "non è detto che la morte non sia l'outcome desiderato". Quando poi le cose vanno male, sono le donne stesse a interiorizzare la colpa, a percepire il lutto come un loro fallimento personale.

 

Il contesto che rende possibile tutto questo

Il secondo contributo allarga lo sguardo, ed è qui che la riflessione si fa più scomoda. Il freebirth non nasce nel vuoto: fiorisce in un sistema sanitario, quello statunitense che lascia indietro milioni di donne. Gli Stati Uniti sono l'unico paese ad alto reddito in cui la mortalità materna è aumentata negli ultimi decenni. Nel 2023 si attestava a 34,2 decessi per 100.000 nati vivi, a fronte di valori significativamente più bassi in paesi comparabili come l'Italia, dove si attesta intorno a 5 per 100.000. Circa 26 milioni di donne americane sono prive di assicurazione sanitaria, con le conseguenti barriere nell'accesso alle cure prenatali e postnatali. Le donne di etnie diverse da quella bianca pagano un prezzo ancora più alto.

In questo quadro, numerosi studi documentano episodi di trattamento non rispettoso, coercizioni, mancato consenso informato, discriminazioni razziali e sociali, oltre a una diffusa percezione di ipermedicalizzazione del parto. Molte delle donne avvicinatesi alla FBS avevano già partorito in ospedale e ne avevano riportato esperienze traumatiche. Il parto in casa con un'ostetrica qualificata, la scelta che avrebbero preferito, era semplicemente fuori dalla loro portata economica.

Il freebirth appare quindi non come una scelta estrema, ma come una risposta coerente a un sistema percepito come inaccessibile e ostile, e diviene un indicatore di una frattura profonda tra donne e istituzioni sanitarie.

 

La violenza ostetrica come radice della sfiducia

Il secondo articolo affronta anche un tema che fatica a trovare spazio nel dibattito pubblico italiano: la violenza ostetrica. Romano riporta che secondo un'indagine commissionata dall'Osservatorio sulla violenza ostetrica (Doxa), il 21% delle donne intervistate ha dichiarato di aver subìto una qualche forma di violenza ostetrica durante la maternità, e il 6% ha vissuto un'esperienza talmente traumatica da decidere di non intraprendere una nuova gravidanza. Non si tratta di rarità eccezionali, ma di un fenomeno strutturale riconosciuto dall'OMS come "allarmante" e dalla Relatrice Speciale dell'ONU come forma di violenza di genere.

 

Parto a domicilio la situazione in Italia

In Italia il parto a domicilio è assolutamente possibile e legale, sebbene non sia ancora una pratica diffusa in modo uniforme su tutto il territorio nazionale.

1. Quando è possibile?

Il parto in casa è riservato esclusivamente alle gravidanze fisiologiche a basso rischio. I requisiti principali includono:

  • Salute della madre e del feto: assenza di patologie (come preeclampsia o diabete gestazionale grave) e feto in posizione cefalica.

  • Epoca gestazionale: Il parto deve avvenire tra la 37ª e la 42ª settimana di gravidanza.

  • Sicurezza logistica: L'abitazione deve trovarsi entro una determinata distanza (solitamente 30 minuti) da un ospedale con reparto di ostetricia e neonatologia per gestire eventuali emergenze.

2. Assistenza professionale

Non è consentito il "parto assistito da soli": è obbligatoria la presenza di almeno due ostetriche esperte. Queste professioniste monitorano il travaglio, assistono l'espulsione e si occupano delle prime cure al neonato, garantendo il passaggio in ospedale in caso di necessità.

3. Aspetti economici e regionali

La gestione economica varia notevolmente in base alla Regione di residenza:

 

  • Regioni con rimborso: in alcune regioni, come l'Emilia-Romagna (fino all'80% delle spese o circa 1.540€), il Lazio (800€) e il Piemonte (fino a 930€), è previsto un contributo pubblico per coprire i costi delle ostetriche libere professioniste.

  • Altre Regioni: Dove non esiste una normativa specifica, i costi (che possono variare tra i 2.000€ e i 3.000€) sono interamente a carico della famiglia.

4. La scelta

Per chi desidera un ambiente meno "medicalizzato" ma non può o non vuole partorire in casa, esistono anche le Case Maternità, strutture extra-ospedaliere gestite da ostetriche che offrono un ambiente domestico con garanzie di sicurezza professionale.

 

Perché vale la pena leggere questi articoli

La forza dei due contributi di Romano sta nel rifiutare la semplificazione. Il freebirth nella sua versione più radicale è pericoloso e va detto chiaramente. Ma liquidarlo come follia di poche esaltate significa perdere il segnale che porta con sé: quello di donne che si sentono abbandonate, non ascoltate, o addirittura maltrattate da un sistema che dovrebbe proteggerle. Se la polarizzazione del dibattito è stata la strada più facile da intraprendere, è anche quella più pericolosa: da un lato chi nega le esperienze negative delle donne, dall'altro chi rifiuta in blocco la medicina. Entrambe le posizioni mettono a rischio vite.

I temi che i due articoli toccano, salute di genere, accesso alle cure, violenza ostetrica, health literacy, fiducia nelle istituzioni, sono tutti collegati tra loro, e tutti urgenti. Per chi vuole capire davvero cosa sta succedendo nel rapporto tra donne e sistemi sanitari, questi due pezzi sono una lettura necessaria.

 

Parte 1 – Il caso Free Birth

Parte 2 – Mortalità materna, violenza ostetrica e sistemi