Affidò ad una memoriale tutta la sua follia ed il suo disagio, era il 2004 quando Sonya Caleffi, infermiera, raccontò di aver ucciso almeno 5 pazienti.

Condannata a 20 anni di carcere, a settembre potrebbe tornare libera.

 

La Storia

Cinque i pazienti uccisi da Sonya Caleffi, 4 quelli confessati e diciotto i decessi avvenuti in reparto, nei due mesi e una settimana di servizio dell’infermiera, nel reparto di Medicina dell’ospedale Manzoni di Como.

Ricostruisce con pignoleria burocratica, la Caleffi, quelle settimane in reparto ed il motivo delle sue azioni assassine:

In concomitanza con l’espletamento di manovre infermieristiche a pazienti gravi e comunque sofferenti, senza nemmeno saperlo spiegare a me stessa, ho attuato manovre tali da peggiorare le condizioni degli stessi. Unico metodo usato è stato quello di iniettare aria attraverso l’ago permanente. Tali manovre sono state eseguite nel momento in cui mi trovavo sola con il paziente”.

Lucida nel ricostruire quanto è stata capace di attuare ed allo stesso tempo incredula di cosa l’abbia spinta mettere in atto un piano tanto crudele:

Intendo ribadire che non so capacitarmi né tantomeno spiegare ciò che mi ha spinto ad agire in tale maniera. Questi casi sono stati gli unici in cui ho agito in questo modo da quando svolgo la mia attività di infermiera professionale”. L’infermiera di 34 anni racconta i suoi disturbi psichici, l’anoressia di cui giura di aver sofferto da quando aveva dodici anni. Poi nega di aver desiderato veramente la morte dei pazienti che doveva assistere:

Non è mai stata mia intenzione provocare la morte, mai ho premeditato nemmeno lontanamente le mie azioni-”.

 

Fu condannata a 20 anni di carcere, ed oggi solo dopo 14 anni a settembre tornerà libera.

Lo sconto di pena sarebbe dovuto in parte alla sua buona condotta, in parte all’indulto del 2006: “Avrebbe dovuto saldare il suo debito con la giustizia alla fine del 2024”, ha detto il suo ex legale Claudio Rea al Giorno. “Tre anni di indulto e un anno di riduzione della pena ogni quattro di buona condotta”.

 

 

Da La Stampa