Monaldi. Dalle indagini alle polemiche: nel mirino l’autonomia infermieristica. Le parole di Anelli
La vicenda del piccolo Domenico, deceduto dopo un trapianto di cuore presso l’Azienda Ospedaliera dei Colli, presidio Monaldi, resta al centro di un’inchiesta della Procura di Napoli.
Come testata avevamo scelto, finora, di non dare notizia nel dettaglio degli elementi emersi, ritenendo il quadro ancora frammentario e privo di accertamenti definitivi sulle responsabilità. Le informazioni circolate in questi giorni provengono infatti da stralci di verbali e ricostruzioni giornalistiche, e la vicenda — per stessa ammissione di più fonti — non apparirebbe ancora del tutto chiara nei suoi passaggi tecnici e organizzativi.
Tuttavia, dopo le dichiarazioni rilasciate dal presidente della FNOMCeO, Filippo Anelli, riteniamo non sia più possibile restare in silenzio.
Le testimonianze riportate dalla stampa
Secondo quanto riferito da diverse agenzie, nei verbali acquisiti dagli inquirenti emergerebbero dichiarazioni di personale sanitario — in alcuni casi indicato come infermieri, in altri come OSS — relative alla gestione del cuore giunto per il trapianto.
Alcuni resoconti parlerebbero di un organo che, al momento dell’apertura del contenitore, sarebbe apparso completamente congelato. Sempre secondo quanto riportato, sarebbero stati effettuati tentativi di scongelamento utilizzando acqua a temperature diverse, in sequenza, nel tentativo di renderlo trapiantabile.
Le ricostruzioni giornalistiche fanno riferimento anche alla possibile presenza di ghiaccio secco nel contenitore di trasporto, elemento che — se confermato — porrebbe interrogativi sulla corretta gestione della catena di conservazione.
Va però ribadito con fermezza:
si tratta di elementi investigativi ancora al vaglio della magistratura, non di responsabilità accertate. Le qualifiche professionali coinvolte, inoltre, non risulterebbero uniformemente indicate dalle fonti: alcune agenzie parlerebbero di infermieri, altre di OSS. Un dettaglio non secondario, in un contesto dove competenze e attribuzioni hanno rilievo giuridico preciso.
Le parole di Filippo Anelli
Alla domanda di un giornalista:
“Che idea si è fatto intanto rispetto alle responsabilità che stanno emergendo?”
Filippo Anelli avrebbe risposto:
“Le responsabilità le accerterà la magistratura, ma da quello che trapela dai verbali delle testimonianze si profilano responsabilità che vanno dalla negligenza alla più grave imprudenza. Però dietro questa catena di errori c’è anche questa tendenza sempre più diffusa del passaggio di competenze dai medici agli infermieri che rischia di far abbassare la qualità dell’assistenza”.
Dichiarazioni che, pur nel richiamo alla necessità di attendere le determinazioni giudiziarie, introducono un elemento di riflessione — o meglio, di forte preoccupazione — sul tema delle competenze professionali.
Un commento necessario
È doveroso essere chiari.
Le responsabilità, se vi saranno, dovranno essere accertate nelle sedi competenti, sulla base di perizie tecnico-scientifiche e non di percezioni. Parlare oggi di “catena di errori” è già un’espressione che presupporrebbe una ricostruzione consolidata che, allo stato, non sembrerebbe ancora definitiva.
Ma ancor più delicato è il passaggio sul presunto “trasferimento di competenze” dai medici agli infermieri come causa di un abbassamento della qualità assistenziale.
Un’affermazione di questo tipo rischierebbe di riportare il dibattito professionale indietro di decenni.
La professione infermieristica italiana è regolata da norme precise, con un proprio profilo professionale, una formazione universitaria, responsabilità autonome e un sistema ordinistico. Il concetto di “passaggio di competenze” non è un arbitrario spostamento di funzioni, ma un’evoluzione normativa e organizzativa coerente con i modelli sanitari moderni, fondati su équipe multiprofessionali integrate.
Attribuire, anche solo implicitamente, un nesso tra ampliamento delle competenze infermieristiche e presunto abbassamento della qualità assistenziale rischierebbe di:
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delegittimare un’intera professione;
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alimentare conflitti corporativi;
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semplificare eccessivamente dinamiche complesse che riguardano organizzazione, governance clinica e responsabilità gestionali.
In un momento in cui la vicenda è ancora oggetto di indagine, appare quantomeno prematuro — e culturalmente pericoloso — suggerire che il problema possa risiedere nell’autonomia infermieristica.
Se vi saranno errori, andranno individuati con precisione tecnica:
errori organizzativi?
errori procedurali?
errori individuali?
Confondere il piano delle responsabilità penali o professionali con quello dell’assetto delle competenze rischierebbe di spostare il dibattito su un terreno ideologico.
In attesa della magistratura
Resta il dato fondamentale:
le responsabilità le accerterà la magistratura.
Fino a quel momento, prudenza, rispetto per la famiglia del bambino e rigore nell’analisi dovrebbero restare i cardini del dibattito pubblico.
Ma allo stesso tempo, non si può ignorare che certe dichiarazioni — se non contestualizzate — rischierebbero di riportare la professione infermieristica a una visione subordinata che la storia normativa e formativa degli ultimi trent’anni ha definitivamente superato.
E questo, indipendentemente dall’esito dell’inchiesta, merita una riflessione seria e non strumentale.
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