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Corpo unico della Sanità militare: cosa prevede la riforma e perché scontenta tutti

Andrea Tirottodi
Andrea Tirotto
Pubblicato il: 16/03/2026

AttualitàParlamento

Il provvedimento
L'Atto del Governo n. 366 (al link tutti i documenti) è uno schema di decreto legislativo che ridisegna dalle fondamenta l'assetto della sanità delle Forze armate italiane. L'obiettivo dichiarato è mettere fine alla frammentazione attuale dei quattro corpi sanitari separati, uno per ciascuna Forza armata e unificarli in un'unica struttura interforze, operativa dal 1° gennaio 2027, che coinvolge circa 3.700 unità di personale. Il provvedimento trae origine dalla legge delega n. 201 del 2023 e in questi mesi è all'esame delle Commissioni riunite Difesa e Affari Sociali della Camera.

La nuova architettura
Il testo istituisce un Corpo unico della sanità militare e introduce la nuova figura del Comandante della Sanità militare, entrambi posti alle dipendenze del Capo di Stato Maggiore della Difesa. Tra le funzioni assegnate al nuovo Corpo figurano il supporto al Servizio sanitario nazionale in chiave sussidiaria, la medicina preventiva e l'intervento in situazioni di calamità o emergenza.
Sul piano dell'integrazione con il sistema sanitario pubblico, il decreto prevede la possibilità di raccordare le strutture militari con le aziende sanitarie locali e di aprire la rete ambulatoriale della Difesa, in via convenzionale, anche all'utenza esterna. Altra novità di rilievo è l'introduzione della libera professione intramuraria per medici e psicologi militari che finora non la contemplava.
Sul fronte del reclutamento, le norme transitorie consentono che nel periodo 2027-2033, nei limiti delle dotazioni organiche, siano banditi concorsi straordinari per soli titoli per l'accesso al ruolo marescialli del Corpo unico, riservati al personale dei ruoli indicati.

Il nodo finanziario
Il punto più controverso dell'impianto normativo riguarda la copertura economica. La legge di bilancio 2026 ha stanziato 2 milioni di euro annui per sostenere la riforma: una cifra considerata del tutto inadeguata rispetto alla portata di un'operazione che tocca migliaia di militari, strutture formative, sistemi informativi e infrastrutture sanitarie. I Servizi del Bilancio di Senato e Camera hanno segnalato che la promessa dell'invarianza finanziaria non è suffragata da dati concreti su fabbisogni, costi già esistenti e impatti organizzativi.
Un caso emblematico di questa lacuna riguarda i Carabinieri: i circa 377 militari dell'Arma con qualifiche sanitarie, confluendo nel Corpo unico, perderebbero le indennità legate all'appartenenza a una forza di polizia, a cominciare dall'indennità pensionabile. Il decreto salvaguarda le aspettative di carriera del personale già in servizio fino al 2033, ma questo significa che la logica unitaria del nuovo corpo convive di fatto con la frammentazione ordinamentale precedente, almeno fino a quella data.
Un'approvazione col freno a mano
Le Commissioni riunite hanno espresso parere favorevole, ma accompagnandolo con sedici osservazioni critiche, un numero che, secondo il deputato PD Stefano Graziano, testimonia una divergenza di vedute molto netta tra Parlamento e Governo sull'impianto originario del provvedimento.
A complicare ulteriormente il quadro, il Consiglio di Stato ha rilevato un'anomalia formale grave: nella documentazione trasmessa non figura la proposta del Presidente del Consiglio, requisito che la stessa legge delega n. 201/2023 considera essenziale. È stato inoltre contestato che il Governo abbia chiesto l'esonero dall'Analisi di Impatto della Regolamentazione adducendo un numero esiguo di destinatari, quando il provvedimento riguarda l'intero comparto militare e la collettività.

Le proteste dei sindacati: rivendicazioni disattese
Oltre venti associazioni professionali a carattere sindacale hanno espresso contrarietà alla riforma durante le audizioni parlamentari. Le contestazioni riguardano sia il metodo sia il merito.
Sul metodo, i sindacati denunciano che il dialogo avvenuto durante l'iter parlamentare è apparso più come un adempimento formale che un reale processo di costruzione condivisa. Alle associazioni sindacali militari sono stati concessi soltanto dieci giorni per esaminare un testo di estrema complessità tecnica.
Nel merito, le richieste avanzate dal personale sono rimaste in larga parte senza risposta. Tra le più pressanti figurano l'equiparazione degli inquadramenti con il SSN e il riconoscimento dell'autonomia professionale del personale sanitario non medico: le osservazioni parlamentari non hanno tenuto conto delle aspettative del personale sanitario non medico circa il riconoscimento della propria autonomia professionale, ai fini delle responsabilità previste dalla legge Gelli, né dell'allineamento ordinamentale con il SSN, come avrebbe richiesto una lettura coordinata delle leggi n. 43/2006 e n. 251/2000.
Sul versante degli infermieri, Unarma aveva chiesto che la libera professione intramuraria venisse estesa anche alle categorie infermieristiche, e non limitata ai soli medici e psicologi; chiedeva inoltre garanzie esplicite su continuità assistenziale, tutele previdenziali e mobilità tra sedi e ruoli. Nessuna di queste richieste è stata recepita nell'impianto del decreto.
Un ulteriore elemento di allarme riguarda le figure degli OLS, che nel testo non trovano alcuna concreta valorizzazione in vista del passaggio ad OSS, né vengono rimossi i limiti di età e le procedure ritenute ostative per il transito alle categorie superiori.
Sul fronte dei Carabinieri, il MOSAC denuncia che la riforma rischia di marginalizzare categorie come infermieri e fisioterapisti, cui viene offerta solo un'adesione volontaria al nuovo Corpo, a differenza di medici, psicologi e veterinari, che ricevono tutele esplicite già nel testo del decreto.
Un rischio trasversale a tutto il personale sanitario militare è quello della fuga verso il civile: i sindacati avvertono che un'unificazione mal calibrata potrebbe accelerare l'esodo di professionisti altamente specializzati verso il sistema sanitario nazionale, con conseguente perdita di competenze costruite internamente alla Difesa.


Cosa succede ora
Il Governo dovrà ora recepire, almeno in parte, le sedici osservazioni parlamentari prima di procedere all'adozione definitiva del decreto. I sindacati hanno dichiarato che continueranno a opporsi in tutte le sedi istituzionali e giuridiche disponibili, auspicando ancora un ripensamento da parte del decisore politico, pur ritenendo questa prospettiva, allo stato attuale, difficilmente realizzabile.
La riforma insegue un obiettivo strutturalmente condivisibile, superare la frammentazione di un sistema sanitario militare rimasto invariato per decenni ma sconta un metodo di elaborazione chiuso al confronto reale con il personale, incertezze finanziarie non risolte e scelte ordinamentali che rischiano di penalizzare proprio le figure professionali su cui il sistema dovrebbe poggiare.