Epidurale sì, ma “a metà”: la rivoluzione della walking epidural resta a macchia di leopardo
La walking epidural: partorire senza dolore restando in movimento
Che cos'è e come funziona
Con il termine walking epidural si indica una tecnica analgesica che consente alle partorienti di mantenere la mobilità durante il travaglio pur godendo di un significativo sollievo dal dolore. Si tratta di una variante dell'analgesia peridurale che, nella sua forma ottimale, consente i normali movimenti della donna sia nel periodo della dilatazione sia in quello dell'espulsione.
Dal punto di vista tecnico, la procedura si basa spesso sulla combinazione spinale-epidurale: si utilizza un ago che raggiunge il liquido che circonda il midollo spinale (a differenza dell'epidurale standard, che si ferma appena all'esterno della dura madre) somministrando i farmaci a dosaggi ridotti, tali da non bloccare le fibre motorie e da preservare la sensibilità alle contrazioni. Il vantaggio della via peridurale rispetto ad altre vie di somministrazione dei farmaci sta nel fatto che gli analgesici iniettati nello spazio peridurale agiscono direttamente sui nervi, permettendo dosaggi ridotti di anestetico e riducendo significativamente gli effetti collaterali sia sulla madre che sul bambino.
Va chiarito subito un equivoco comune: nonostante il nome, non tutte le donne recuperano abbastanza sensibilità da camminare in senso stretto. Il beneficio più importante è la possibilità di spostarsi nel letto, cambiare posizione e partecipare attivamente al travaglio. Per ragioni di sicurezza, la maggior parte degli ospedali richiede il monitoraggio continuo del battito fetale, strumentazione non sempre disponibile ovunque.
Un'ulteriore evoluzione della tecnica è la cosiddetta PCEA (Patient Controlled Epidural Analgesia): la somministrazione del farmaco anestetico viene controllata direttamente dalla mamma attraverso una pompa microinfusionale di piccolissime dimensioni; non appena si percepisce dolore, si può procedere a un'autosomministrazione di un quantitativo predeterminato di farmaco schiacciando un pulsante. La PCEA permette di massimizzare il controllo del dolore e il comfort, riducendo al minimo il rischio di sovradosaggio e degli effetti collaterali.
Il valore della mobilità: cosa dice la scienza
A rafforzare l'utilità clinica della libertà di movimento durante il travaglio contribuisce un'importante revisione sistematica della Cochrane Library, che ha analizzato i dati di oltre 9.000 donne: i risultati mostrano che mantenere posizioni erette e la libertà di movimento può ridurre la prima fase del travaglio di circa un'ora e diminuire il ricorso ad alcuni interventi medici. È un dato che conferisce alla walking epidural un valore aggiunto rispetto all'analgesia tradizionale: non si tratta soltanto di alleviare il dolore, ma di restituire alla donna un ruolo attivo in un processo che, quando lo permette, sembra andare meglio proprio se lei può muoversi.
L'esperienza italiana: tra diritti riconosciuti e divari territoriali
In Italia, la storia della partoanalgesia è lunga e travagliata. L'epidurale è stata inserita nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) già nel 2008, ma la sua diffusione è rimasta profondamente disomogenea. Secondo un'indagine della SIAARTI (Società Italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva) la percentuale di donne che effettuano l'epidurale durante un parto vaginale oscilla tra il 10% di Marche e Trentino e il 35% del Lazio, passando per il 18% della Toscana, il 20% dell'Umbria e il 26% di Liguria, Veneto e Lombardia. Al Sud mancano persino dati certi, ma si stima che le analgesie praticate siano in media molto meno frequenti che al Nord.
Meno della metà dei punti nascita italiani pratica l'analgesia epidurale per il travaglio e il parto, e non necessariamente per 24 ore al giorno. Garantire l'epidurale per 24 ore significa avere sempre un anestesista facilmente a disposizione della sala parto, che avvii la procedura in tempi utili per la partoriente.
La dottoressa Ida Salvo, già responsabile del Gruppo di Studio Ostetricia SIAARTI, ha spiegato che di notte o nel weekend, quando le guardie anestesiologiche sono ridotte al minimo, le donne si trovano spesso a doverci rinunciare nonostante abbiano svolto tutti gli accertamenti necessari. Ha anche indicato una via d'uscita concreta: concentrare l'offerta di partoanalgesia nei centri con più di mille parti l'anno permetterebbe di centralizzare le nascite nelle strutture più sicure e senza spendere risorse aggiuntive, di offrire l'epidurale gratuita a tutte le donne che la richiedono, riducendo contestualmente i cesarei richiesti per paura del dolore.
Sul nodo strutturale si è espresso Alessandro Vergallo, Presidente Nazionale di AAROI-EMAC, che ha stimato una carenza di almeno tremila medici anestesisti e rianimatori in Italia, una cifra che andrebbe raddoppiata per garantire davvero l'analgesia del parto in tutti gli ospedali.
La dottoressa Maria Grazia Frigo, responsabile dell'Unità Operativa di Anestesia Ostetrica all'Ospedale Fatebenefratelli Isola Tiberina di Roma, è stata ancora più diretta: sostenere che sia troppo tardi per praticare l'epidurale è un alibi utilizzato per mancanza di personale qualificato in grado di affrontare l'analgesia in qualunque momento del travaglio.
I centri di eccellenza: da Milano a Bergamo, da Torino a Bologna
Nonostante il quadro a macchia di leopardo, esistono in Italia strutture che hanno scelto di garantire questo diritto in modo sistematico, e la cui esperienza vale la pena citare tenendo conto che non si tratta di un elenco esaustivo.
La Clinica Mangiagalli di Milano è un punto di riferimento storico: l'analgesia peridurale viene effettuata in circa l'80% dei parti naturali della Clinica. Enrico Ferrazzi, responsabile del Mangiagalli Center, ha sintetizzato così la filosofia dell'istituto: “seguiamo le donne dalla nascita fino alla terza età, con un'attenzione particolare per l'età fertile e le problematiche legate al concepimento, consentendo un parto il più possibile naturale e garantendo l'analgesia epidurale 24 ore su 24 e 365 giorni all'anno”.
L'Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo è uno dei pionieri italiani: dal 2003 offre gratuitamente alle donne in travaglio la possibilità di sottoporsi alla partoanalgesia, 24 ore su 24, tutti i giorni dell'anno, grazie alla presenza continuativa di un anestesista dedicato alla sala parto.
L'Ospedale Niguarda di Milano garantisce anch'esso un anestesista-rianimatore in sala parto 365 giorni l'anno, 24 ore su 24. La sua particolarità è un percorso di accesso strutturato: le gestanti seguono una videolezione e compilano un questionario di autovalutazione medica, che viene valutato dall'anestesista prima del parto. L'obiettivo dichiarato è mantenere la mobilità delle gambe in modo da poter assumere le posizioni più adatte al parto, con sedazione del dolore ma senza immobilizzazione.
L'Ospedale San Giuseppe di Milano (MultiMedica) ha fatto un passo ulteriore introducendo la PCEA, con il servizio anestesiologico attivo 24 ore su 24 e completamente gratuito. Il centro dichiara esplicitamente che dopo aver ricevuto l'epidurale la partoriente è libera di muoversi e di camminare.
A Torino, sia il Sant'Anna (ora Città della Salute e della Scienza) sia l'Ospedale Mauriziano offrono la partoanalgesia h24: quest'ultimo ha persino attivato un servizio dedicato di ipnoparto come alternativa, con un indirizzo email specifico per organizzare il percorso a partire dalla trentaduesima settimana.
A Bologna, l'AUSL locale ha esteso il servizio a tutti i punti nascita della provincia, garantendolo gratuitamente sette giorni su sette.
Il ruolo delle ostetriche
Il ruolo delle ostetriche nella partoanalgesia è centrale e spesso sottovalutato nel dibattito pubblico, che tende a concentrarsi sulla figura dell'anestesista. È l'ostetrica ad accompagnare la donna per tutta la durata del travaglio: aiuta la partoriente ad assumere la posizione adatta alla procedura, posiziona le sonde per il monitoraggio del battito fetale, il saturimetro e il bracciale della pressione. Una volta posizionato il catetere, monitora costantemente l'efficacia dell'analgesia, i parametri vitali materni e il benessere fetale, coordinandosi con l'anestesista per eventuali aggiustamenti.
Con la walking epidural in particolare, è l'ostetrica a sostenere e guidare la mobilità della donna, verificando il mantenimento della sensibilità agli arti inferiori prima di consentirle di alzarsi, e accompagnandola nei cambi di posizione. A questo si affianca una dimensione di cura emotiva altrettanto importante fatta di comprensione e rassicurazione costruita nell’ affetto e nelle attenzioni attenzioni e praticata in un ambiente intimo e confortevole. Certamente va sottolineato come senza ostetriche formate e in numero sufficiente, nessuna tecnica analgesica può essere erogata in modo sicuro e pienamente umano.
Una scelta, non un privilegio
Al di là della questione organizzativa, il profilo clinico della walking epidural è largamente positivo. In caso di necessità di procedere con un taglio cesareo, il catetere già utilizzato per l'analgesia peridurale può essere impiegato per effettuare un'anestesia chirurgica, evitando il ricorso a un'anestesia generale. Le complicanze gravi sono estremamente rare: meningite, ematoma epidurale, trombosi cerebrale e danni neurologici permanenti si verificano in circa un caso ogni 200.000 epidurali.
Resta aperta, però, una riflessione più ampia. Un tema così ricco di implicazioni psicologiche, sociali ed emotive non si può ridurre all'alternativa "epidurale sì o no": l'ambiente in cui avviene il parto, il personale che assiste, le modalità tecnico-assistenziali, la presenza del partner e la preparazione durante la gravidanza sono tutti fattori che incidono profondamente sull'esperienza del dolore. La walking epidural non è una risposta universale, ma una scelta in più e in Italia la possibilità di scegliere dipende ancora troppo dalla latitudine in cui si nasce.
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