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Buonuscita statali, cambia poco: meno attesa sulla carta, ritardi ancora lunghi

Andrea Tirottodi
Andrea Tirotto
Pubblicato il: 03/04/2026

Previdenza

La legge di Bilancio 2026 porta una piccola novità sui tempi di pagamento della buonuscita per gli statali. Ma i ritardi restano e l’ingiustizia anche

 

Cos'è il TFS e perché è diverso dal TFR del privato?

Chi lavora nel settore privato riceve il proprio Trattamento di Fine Rapporto (TFR), la cosiddetta liquidazione, nel giro di pochi giorni dalla fine del rapporto di lavoro. Per i dipendenti pubblici, invece, la storia è molto diversa.

Chi ha lavorato per lo Stato, gli enti locali, la scuola o la sanità pubblica si scontra con un sistema che prevede lunghe attese prima di ricevere quello che in gergo si chiama Trattamento di Fine Servizio (TFS) o TFR, per chi è stato assunto dopo il 2001. Non si tratta di un bonus, né di un regalo: è salario accantonato, denaro già guadagnato, che semplicemente viene trattenuto dallo Stato per mesi o anni dopo il pensionamento.

 

Quanto si aspetta oggi?

Nel caso più comune ossia per chi va in pensione di vecchiaia, la normativa prevede che la liquidazione venga corrisposta dopo 12 mesi dalla cessazione dal servizio, con un'ulteriore finestra di 3 mesi per il pagamento effettivo. Nella pratica, quindi, l'attesa può arrivare fino a circa 15 mesi.

Ma non è tutto. Per chi lascia il lavoro con pensione anticipata o dimissioni volontarie, i tempi si allungano ulteriormente: il TFR o il TFS viene pagato non prima di 24 mesi dalla cessazione, a cui si aggiungono sempre i 3 mesi per il pagamento.

E nei casi peggiori? I tempi di liquidazione possono variare dai 105 giorni fino ai 7 anni, a seconda del motivo della cessazione. I tempi si allungano sensibilmente, con quasi 5 anni di attesa, per i lavoratori andati in pensione con Quota 100 avendo appena compiuto 62 anni e 38 di contributi.

Infine, anche una volta maturato il diritto, l'importo non viene sempre pagato in un'unica soluzione: se la liquidazionesupera i 50.000 euro ma resta sotto i 100.000, il pagamento avviene in due tranche annuali; oltre i 100.000 euro si passa a tre rate. Un meccanismo che, di fatto, può allungare ulteriormente i tempi complessivi per ricevere tutta la liquidazione.

 

La novità della legge di Bilancio 2026

Con la circolare INPS del 27 marzo 2026, n. 30, l'Istituto ha fornito un quadro aggiornato dei termini di liquidazione e pagamento alla luce delle novità introdotte dalla legge di bilancio 2026. La principale novità riguarda la riduzione del termine di pagamento da 12 a 9 mesi, a partire dal 1° gennaio 2027, per i lavoratori che cessano dal servizio per raggiungimento dei limiti di età, di servizio o per collocamento a riposo d'ufficio.

Attenzione però: la modifica si applica esclusivamente a chi matura i requisiti pensionistici dal 2027 e non interessa i casi di pensionamento anticipato. Restano invece invariati i termini più lunghi previsti per altre causali di cessazione, come le dimissioni volontarie, il licenziamento o la fine di un contratto a tempo determinato.

In pratica: chi andrà in pensione di vecchiaia dal 2027 aspetterà 9 mesi invece di 12. Chi va in pensione anticipata, con Quota 100, Quota 102 o strumenti simili, non beneficia di alcuna riduzione.

I ritardi reali, al di là dei termini di legge

Se i tempi normativi sono già lunghi, quelli reali sono spesso ancora peggiori. Le pratiche di TFS liquidate entro 30 giorni sono passate dal 53,4% del 2024 al 57,4% del 2025. Nel caso del TFR si è passati dal 55,7% al 73,3%. Un piccolo progresso, ma la situazione rimane comunque insoddisfacente per gli eccessivi ritardi, che si aggiungono ai tempi già lunghi previsti dalla normativa. Sono parole del Comitato di Indirizzo e Vigilanza (CIV) dell'INPS stesso.

Ai ritardi nei versamenti contribuiscono le scoperture di organico negli uffici dell'INPS. Secondo la relazione approvata dal CIV, bisogna intervenire sull'assetto organizzativo e sulla dotazione organica degli uffici sia a livello centrale che territoriale, e investire con urgenza sull'infrastruttura informatica per migliorare l'automatizzazione del flusso TFR.

 

L'argomento delle "spese pazze" che ha fatto discutere

Nel corso dell'udienza pubblica del 10 febbraio 2026 davanti alla Corte Costituzionale, la posizione dell'INPS ha sollevato più di una perplessità: l'Istituto ha parlato di costi elevati, fino a 15,6 miliardi di euro, nel caso di eliminazione totale dei differimenti, e ha avanzato l'argomentazione secondo cui il pagamento immediato dell'intero TFS potrebbe spingere i neopensionati a "spendere di più" o a gestire male la somma ricevuta.

Una posizione che ha suscitato reazioni indignate nel mondo del lavoro pubblico. Come avevamo riportato, il TFS è un debito certo. E i debiti, soprattutto quando riguardano chi ha servito le istituzioni, si onorano: non si rinviano, non si riducono, e soprattutto non si giustificano mettendo in dubbio la capacità di chi li deve ricevere.

 

La Corte Costituzionale sollecita il Parlamento

Il tema non è solo sindacale: è anche giuridico. La legge di Bilancio 2026 ha ridotto da 12 a nove mesi i termini di pagamento del TFS e del TFR per i dipendenti pubblici che cessano dal servizio dal 1° gennaio 2027 per raggiunti limiti di età. Non molto meno ma il cambiamento è significativo, perché arriva a dare esecuzione a due sentenze della Corte Costituzionale che da anni attendevano risposta.

Le proposte di legge avanzate finora in Parlamento per superare il meccanismo del pagamento differito non sono andate in porto per un problema di coperture. Il dibattito, però, è tutt'altro che chiuso: con l'ordinanza n. 25 del 2026, la Consulta ha nuovamente chiesto al legislatore di intervenire in modo più strutturale.

 

Cosa fare in caso di ritardi?

Nel frattempo. È bene ricordare che il mancato rispetto delle scadenze comporta il riconoscimento degli interessi legaliper ogni giorno di ritardo. È una tutela importante: chi aspetta più del dovuto ha diritto a essere risarcito, e può attivare una diffida formale nei confronti dell'INPS per far valere i propri diritti. In caso di ritardi protratti, oltre agli interessi la somma spettante va adeguata all'inflazione tramite rivalutazione monetaria.

 

In sintesi

La riduzione da 12 a 9 mesi introdotta dalla legge di Bilancio 2026 rappresenta un primo segnale di risposta alle sollecitazioni della Corte Costituzionale. Ma la stessa novità appare del tutto insufficiente e quasi simbolica: non si tratta di una riforma, ma di un semplice aggiustamento che lascia intatto l'impianto di fondo. Riguarda solo chi va in pensione di vecchiaia dal 2027, lascia invariate le lunghe attese per chi esce prima, e non tocca il problema dei ritardi reali che si accumulano sopra ai termini già previsti per legge. Per migliaia di dipendenti pubblici la buonuscita resta un traguardo lontano, spesso raggiunto anni dopo aver lasciato il lavoro.

Una stortura che che si somma alle tante che tengono lontani i giovani dalle professioni sanitarie, infermieristiche in particolare, che non deve far meravigliare.