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Farmaci studiati sugli uomini: perché le donne rischiano di più

Andrea Tirottodi
Andrea Tirotto
Pubblicato il: 09/04/2026

Professione e lavoroStudi e analisi

 

C'è una forma di disuguaglianza di genere che agisce in silenzio, lontana dai riflettori del dibattito pubblico, eppure con conseguenze concrete sulla salute di milioni di persone: il bias sessuale nella ricerca farmacologica. Per decenni, la scienza medica ha costruito le proprie conoscenze su un unico modello di riferimento, il corpo maschile, trattando quello femminile come una variante trascurabile. Il risultato è che moltissimi farmaci oggi in commercio sono stati sviluppati, dosati e approvati sulla base di dati raccolti prevalentemente su uomini, con un impatto diretto sulla sicurezza e sull'efficacia delle cure per le donne.

 

Un pregiudizio antico con radici normative

La ricerca biomedica è stata a lungo condotta in prevalenza su individui, cellule e modelli animali di sesso maschile, determinando gravi lacune nella conoscenza delle differenze tra i due sessi, sia per quanto riguarda i processi fisiologici e patologici, sia per l'efficacia e la tossicità dei trattamenti.

Questo non è accaduto per caso. Nel 1977, la FDA l'agenzia americana che regola i farmaci pubblicò linee guida che raccomandavano di non includere le donne nelle fasi iniziali degli studi clinici, per evitare potenziali ripercussioni sulla gravidanza e sulla salute del feto. Quelle indicazioni erano nate sull'onda della tragedia del talidomide, un farmaco somministrato negli anni Cinquanta alle donne incinte contro la nausea, che si rivelò essere la causa di migliaia di casi di malformazioni neonatali. Un errore gravissimo, certo ma la risposta istituzionale fu paradossalmente quella di escludere ulteriormente le donne dalla ricerca, invece di tutelarle con più attenzione.

Gli studi clinici sono stati condotti solo su pazienti di sesso maschile fino al 1993, anno in cui il NIH statunitense ha finalmente reso obbligatoria l'inclusione di donne e minoranze nelle sperimentazioni finanziate con fondi pubblici. Ma il cambiamento è stato lento e parziale. Ad oggi le donne incluse negli studi rappresentano circa il 20-25% dei soggetti coinvolti nelle sperimentazioni relative alla sicurezza dei nuovi farmaci. E il problema non riguarda solo la fase clinica: nelle sperimentazioni precliniche, nove topi su dieci sono maschi, e le linee cellulari usate nei laboratori sono quasi tutte di provenienza maschile o di sesso non specificato.

 

Perché i corpi sono diversi e la differenza conta

La giustificazione tradizionale per escludere le donne dalla ricerca era che le variazioni ormonali avrebbero reso i risultati meno "puliti" e riproducibili. Ma questa logica, applicata alla scienza, ha prodotto un paradosso pericoloso: i farmaci vengono approvati come se fossero neutri rispetto al sesso, quando in realtà non lo sono affatto. Le donne assorbono, metabolizzano ed eliminano i farmaci con modalità che si discostano dallo standard maschile, sulla cui base è stata tarata la maggioranza dei terapie disponibili. Variazioni ormonali, peso, composizione corporea e acidità gastrica sono tutti fattori che differiscono tra i due sessi e possono influenzare l'assorbimento e l'efficacia dei farmaci. Poiché le dosi sono stabilite principalmente sugli uomini, che hanno un metabolismo diverso e di solito pesano di più, questo può risultare in una maggiore tossicità nella donna.

Le conseguenze si misurano in numeri precisi e allarmanti. Le donne hanno il 40% in più di effetti tossici da farmaci rispetto agli uomini, come ha sottolineato il farmacologo Silvio Garattini, fondatore dell'Istituto Mario Negri. E la letteratura scientifica conferma che le donne si rivolgono molto più frequentemente degli uomini al pronto soccorso per riferire tossicità ed eventi avversi inattesi, poiché le posologie sono state studiate sul campione maschile.

Gli esempi concreti non mancano. La cardioaspirina è stata testata negli anni Ottanta su uno studio che ha coinvolto ventimila persone, ma solo uomini: ad oggi le informazioni sull'impiego di questo farmaco nella popolazione femminile restano carenti, e la molecola protegge molto più gli uomini rispetto alle donne dall'infarto e dall'ictus. Analogamente, l'infarto del miocardio nelle donne si presenta spesso con disturbi simili a quelli gastrointestinali, come nausea o dolore epigastrico anziché con il classico dolore toracico, portando più facilmente a errori diagnostici con conseguenze potenzialmente letali.

Il bias non è nemmeno simmetrico: la maggior parte dei farmaci per l'osteoporosi, malattia considerata "femminile", sono stati studiati solo nelle donne e non sono attualmente prescrivibili agli uomini, che pure ne soffrono in misura significativa.

 

La risposta: dalla legge alla pratica clinica

La consapevolezza del problema è cresciuta, e con essa gli interventi normativi e istituzionali. In Italia, la cosiddetta Legge Lorenzin del gennaio 2018 ha disposto che deve essere garantito in tutti gli atti medici, dalla ricerca alla pratica clinica, l'orientamento di genere. In attuazione di quella legge è nato un Piano nazionale per la diffusione della medicina di genere, che ha istituito anche un Osservatorio con il compito di monitorare l'applicazione delle misure regionali e riferire annualmente al Parlamento.

Sul fronte della ricerca, già nel 2014 il NIH statunitense aveva emesso linee guida per raccomandare di testare farmaci e studiare le malattie in modelli animali di entrambi i sessi. L'Istituto Superiore di Sanità, attraverso il suo Centro di riferimento per la medicina di genere, lavora alla definizione di percorsi di sensibilizzazione e formazione degli operatori sanitari, alla promozione di campagne rivolte ai cittadini, e allo studio diretto dei meccanismi fisiopatologici responsabili delle differenze di sesso. Nel 2024 è stato pubblicato dall'Osservatorio ISS un documento con raccomandazioni specifiche per integrare il sesso come variabile nei protocolli di ricerca preclinica, epidemiologica e clinica.

A livello farmacologico, la Società Italiana di Farmacologia ha ribadito in un recente position paper che l'inclusione del sesso negli studi preclinici non è un elemento accessorio, ma una condizione indispensabile per produrre conoscenze scientifiche solide e trasferibili. Si auspica che le agenzie regolatorie richiedano protocolli di ricerca e sviluppo specifici per i nuovi farmaci destinati alle malattie comuni ai due sessi, con analisi separate di linee cellulari maschili e femminili, e con casistiche adeguate in entrambi i sessi negli studi clinici.

Sul piano politico più ampio, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha previsto la parità di genere come priorità trasversale a tutte le sue missioni, con l'obiettivo di portare l'Italia tra i primi dieci paesi europei in materia di equità di genere entro un decennio.

 

Un cambiamento culturale prima ancora che normativo

Nonostante i progressi, la strada è ancora lunga. I primi farmaci sviluppati tenendo conto delle differenze di genere stanno arrivando sul mercato solo ora, a riprova di quanto profondo e radicato fosse il pregiudizio di partenza. Il 73% degli studi su nuovi farmaci analizzati da ricercatori italiani non riferisce dei diversi effetti su maschi e femmine, nonostante le evidenze scientifiche abbiano ormai abbondantemente dimostrato che quelle differenze esistono e contano. La medicina di genere non è una questione di quote o di bandiere ideologiche: è una questione di efficacia terapeutica ed equità nelle cure. Come sintetizza efficacemente la Relazione al Parlamento 2024 del Ministero della Salute, tenere conto del sesso e del genere nella salute non va considerato come "una componente aggiuntiva e opzionale, ma un aspetto necessario a garantire l'efficacia e l'equità del sistema sanitario”.

Curare bene le donne non significa curare diversamente gli uomini: significa semplicemente curare meglio tutti.