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Accordo sulle Case di comunità: cosa cambia e perché salta la riforma Schillaci

Maria Luisa Astadi
Maria Luisa Asta
Pubblicato il: 25/06/2026

AttualitàGoverno

Alla fine è arrivato l'accordo. Dopo settimane di tensioni, trattative e scontri con i sindacati, Regioni e rappresentanze della medicina generale hanno trovato un'intesa che consente di avviare la presenza dei medici di famiglia nelle Case di comunità, uno dei pilastri della riorganizzazione dell'assistenza territoriale prevista dal Pnrr.

L'accordo, firmato dalla Sisac per conto delle Regioni insieme ai sindacati Fimmg e Fmt, introduce un obbligo fino a sei ore settimanali, per 48 settimane l'anno, nelle Case di comunità. L'attività dovrà svolgersi nella fascia oraria tra le 8 e le 20, con turni di almeno tre ore consecutive. Per ogni ora di servizio è previsto un compenso uniforme su tutto il territorio nazionale pari a 38,72 euro.

Spetterà alle singole Aziende sanitarie determinare il fabbisogno orario delle strutture e distribuire le ore residue tra i medici del territorio, dopo aver impiegato il personale già destinato ad attività orarie e consultato, dove presente, il referente dell'Aggregazione Funzionale Territoriale (Aft).

L'obiettivo è rispettare la scadenza del 30 giugno fissata dal Piano nazionale di ripresa e resilienza per rendere operative le 1.038 Case di comunità finanziate con i fondi europei. Senza un accordo nazionale il rischio era quello di ritardi nell'attuazione del progetto e, di conseguenza, di possibili contestazioni da parte della Commissione europea sugli obiettivi del Pnrr.

La retromarcia sulla riforma Schillaci

L'intesa rappresenta anche la definitiva presa d'atto del fallimento della riforma immaginata dal ministro della Salute Orazio Schillaci. Il progetto originario prevedeva infatti un cambiamento ben più radicale: trasformare progressivamente i medici di medicina generale da professionisti convenzionati a dipendenti del Servizio sanitario nazionale, così da garantirne una presenza stabile nelle Case di comunità.

La proposta aveva però incontrato una durissima opposizione dei sindacati della categoria, che avevano denunciato il rischio di perdere autonomia professionale e di vedere stravolto il modello della medicina generale. Di fronte alle proteste, il Governo ha progressivamente accantonato l'ipotesi legislativa, scegliendo la strada della contrattazione con le organizzazioni sindacali.

Il risultato è un compromesso: i medici restano convenzionati e mantengono il loro attuale status giuridico, ma assumono un nuovo obbligo orario destinato a garantire la presenza nelle strutture territoriali. Una soluzione che consente di salvare gli obiettivi del Pnrr senza affrontare la riforma strutturale della medicina generale.

Schillaci: "Una sanità più vicina ai cittadini"

Già nelle ore precedenti alla firma, il ministro Schillaci aveva accolto con favore il raggiungimento dell'intesa.

"Vogliamo fortemente che i medici di medicina generale siano all'interno delle Case di comunità, perché sono quelli che meglio conoscono i pazienti. Questo ci farà vedere una sanità più moderna e più di prossimità e vicina ai cittadini e spero che ciò porti anche a decongestionare i pronto soccorso", aveva dichiarato intervenendo all'assemblea pubblica di Farmindustria.

Nei giorni scorsi il ministro aveva inoltre aperto alla possibilità di consentire, su base volontaria e fuori dall'orario di servizio, anche ai medici ospedalieri di operare nelle Case di comunità, superando alcune incompatibilità oggi esistenti.

Sindacati divisi

La firma dell'accordo non chiude però il confronto. Fimmg, il principale sindacato della medicina generale, ha rivendicato una scelta di responsabilità, sottolineando la necessità di coniugare la sostenibilità del lavoro dei medici con il raggiungimento degli obiettivi del Pnrr ed evitare il rischio di perdere finanziamenti europei destinati al Servizio sanitario nazionale.

Sul fronte opposto restano invece Snami e Smi, che hanno rifiutato di sottoscrivere l'intesa. Secondo lo Smi, l'obbligo di prestare servizio nelle Case di comunità altera profondamente la natura del rapporto convenzionale, introducendo elementi tipici del lavoro subordinato senza però riconoscere le tutele previste per i dipendenti pubblici.

Per il sindacato si crea così un "grave squilibrio contrattuale", trasformando i medici di famiglia in una risposta al fabbisogno organizzativo delle Aziende sanitarie senza modificare il loro status giuridico.

Un compromesso che evita lo stallo

L'accordo consente ora di superare l'impasse che rischiava di bloccare l'avvio delle nuove strutture territoriali. Resta però aperta la questione di fondo: il futuro della medicina generale.

La riforma annunciata dal Governo, che avrebbe dovuto ridisegnare il ruolo dei medici di famiglia all'interno del Servizio sanitario nazionale, è stata di fatto accantonata. Al suo posto arriva una soluzione negoziale che permette di rispettare le scadenze del Pnrr, ma lascia irrisolto il nodo della governance della medicina territoriale, destinato a tornare al centro del dibattito nei prossimi mesi.