Missed Nursing Care: infermieri invisibili per cure invisibili
Tutto iniziò nel 2006, quando Beatrice J. Kalisch, una docente della Scuola di Infermieristica dell’Università del Michigan, pubblicò il primo studio sulle cosiddette “Missed Nursing Care”, ovvero le cure infermieristiche non erogate al paziente, evento che dal punto di vista della sicurezza delle cure è da considerare errore di omissione.
Da allora la Kalisch ha prodotto numerosi studi sull’argomento ed ha individuato nove elementi di assistenza infermieristica non erogati (o erogati in ritardo) e ben sette cause che impedivano l’erogazione degli stessi interventi.
Tra questi primeggia la mancanza di personale (sia infermieristico, sia di supporto), ma anche il tipo di organizzazione del lavoro e, non ultimo, il livello di soddisfazione lavorativa e di burn-out dei lavoratori.
In buona sostanza, grazie anche agli studi internazionali che lo sanciscono, tutti noi abbiamo da tempo la sensazione che i carichi di lavoro stiano terribilmente aumentando e che il rischio di errori (sia quelli da azioni errate, sia quello da omissioni) si sia notevolmente alzato.
Qualche dato oggettivo a conforto di questa sensazione?
Eccoli: nelle corsie, soprattutto nei reparti di base, ma non solo, il turn over dei pazienti è più rapido di un tempo, facendo praticamente sparire dai reparti i cosiddetti “pazienti tranquilli” o “poco impegnativi” e, di conseguenza, il carico di lavoro diventa più gravoso; l’età media degli infermieri che aumenta progressivamente (legge Fornero che ha bloccato molti pensionamenti) e con l’aumentare dell’età, si sa, diminuiscono capacità di concentrazione, di memoria e di resistenza fisica; un aumento di burn-out e demotivazione, dovuto ai due punti precedenti ma anche ad una diffusa incapacità di molti dirigenti nella gestione del patrimonio umano (avendo, nel migliore dei casi, le attenzioni maggiormente rivolte alla gestione del budget economico, finanziario e patrimoniale); maggior burocrazia attribuita al personale sanitario e conseguente distrazione dello stesso da attività più strettamente assistenziali.
Tutto questo, come detto, aumenta il rischio di errori e gli errori, come noto, possono portare anche a pericolose complicanze nel decorso di malattia delle persone assistite, fino all’esito più infausto.
E’ necessario, oggi più che mai, fermarsi un attimo, sedersi intorno ad un tavolo e ridefinire, nell’interesse primario della sicurezza del paziente (e dei lavoratori) regole che restituiscano a tutti maggior serenità lavorativa, con la collaborazione di tutti, nessuno escluso, ovvero politici, amministratori, operatori sanitari, ordini professionali, sindacati, associazioni.
E con l’augurio che questo non sia l’ennesimo appello che cade nel vuoto…
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