L’Indice di Complessità Assistenziale (ICA) 2.0: intervista a Bruno Cavaliere
Oggi abbiamo il piacere di ospitare il Dott. Bruno Cavaliere, Direttore delle Professioni Sanitarie presso l’Ospedale Policlinico San Martino di Genova e figura di riferimento nel panorama del management infermieristico italiano.
Siamo qui per parlare di una rivoluzione silenziosa ma profonda che sta interessando le nostre corsie: l’ICA 2.0. Non si tratta solo di un sistema di calcolo, ma di una vera e propria lente d’ingrandimento capace di rendere visibile ciò che per troppo tempo è rimasto invisibile: il valore, la complessità e l’impatto dell’assistenza infermieristica sui pazienti e sul sistema salute. Con il Dott. Cavaliere esploreremo come questo strumento stia trasformando l’organizzazione del lavoro e la sicurezza delle cure.
Quali sono state le principali lacune del primo modello che hanno reso necessario questo aggiornamento e quali sono le differenze strutturali più rilevanti?
La prima versione dell’Indice di Complessità Assistenziale è nata alla fine degli anni ‘90, in un contesto nel quale la documentazione era prevalentemente cartacea e gli strumenti informatici nella sanita ospedaliera e territoriale erano limitati.
Per oltre venticinque anni ICA ha consentito di rendere visibile una parte importante del lavoro infermieristico, quindi non parlerei di lacuna ma piuttosto di un contesto applicativo differente, dove l'algoritmo originario per opportunità operativa registrava solo l'intervento di peso massimo per ciascuna categoria, con una inevitabile e consapevole perdita di informazioni sulla reale complessità dell'assistenza erogata.
ICA 2.0 nasce superare per proprio questo limite strutturale: oggi vengono considerati tutti gli interventi prescritti per il paziente, ciascuno pesato su 8 dimensioni di complessità, e il punteggio finale rispecchia in modo molto più fedele le caratteristiche assistenziali effettive.
Questa revisione è stata possibile grazie alla diffusione di sistemi informatizzati di documentazione clinico-assistenziale, che consentono la registrazione automatica e l'elaborazione di dataset più ricchi senza sovraccaricare l'operatore.
In che modo l'ICA 2.0 riesce a fotografare non solo l'aspetto clinico, ma anche la dimensione relazionale ed educativa dell'assistenza?
Uno degli obiettivi di ICA, fin dall'inizio, è stato quello di non ridurre la complessità assistenziale alla sola gravità clinica, ma di includere tutto ciò che rende il lavoro infermieristico e delle professioni sanitarie (applicato anche nell’assistenza ostetrica e assistenza riabilitativa) un processo ad alta intensità relazionale, educativa e organizzativa.
Questo principio è stato sempre presente attribuendo a ciascun intervento un peso costruito su dimensioni che includono anche la competenza richiesta e complessità relazionale.
In pratica, un intervento ad alto contenuto educativo o relazionale – ad esempio il supporto alla gestione di una terapia complessa a domicilio, o l’accompagnamento di pazienti e familiari in percorsi di cronicità – può esprimere un livello di complessità rilevante, anche se non associato a una procedura invasiva. Questo consente di rendere visibile, misurabile e quindi difendibile nelle sedi decisionali quella parte di lavoro che spesso rimane “silenziosa”, ma che è determinante per gli esiti di salute e per la sicurezza delle cure.
Come vengono pesate oggi le variabili all'interno dell'algoritmo per evitare che la complessità venga confusa con la semplice gravità clinica?
L’algoritmo ICA 2.0 attribuisce a ciascun intervento un peso calcolato come somma di otto dimensioni di complessità, ognuna valutata su scala da 1 a 5: competenze richieste, tempo, priorità, tecnica operativa, organizzazione logistica, rischio clinico, tecnologia/apparecchiatura, dimensione relazionale.
Il risultato è un peso compreso tra 8 e 40, successivamente classificato in cinque classi, dalla bassa alla massima complessità, che descrivono in modo articolato la complessità relativa dell’intervento generando appunto il “peso intervento”.
In questa modalità la gravità clinica non è l’unica variabile a orientare il punteggio: un paziente relativamente stabile può richiedere un'assistenza estremamente complessa sul piano organizzativo, educativo e relazionale, e ICA 2.0 lo registra in modo puntuale.
La stratificazione per classi di complessità, applicata all’intero piano assistenziale del paziente, riduce la componente soggettiva e restituisce un quadro più equilibrato tra dimensione clinica e dimensione organizzativo-relazionale.
L’ICA 2.0 si propone di essere uno strumento dinamico. Come riesce a seguire l’evoluzione del paziente durante la degenza?
La complessità assistenziale non è una fotografia statica: cambia di giorno in giorno, talvolta di ora in ora, al variare delle condizioni del paziente e del piano di cura.
ICA 2.0 è stato progettato come strumento nativamente dinamico perché collega il punteggio alla prescrizione assistenziale effettiva, che viene aggiornata in funzione degli obiettivi di assistenza.
L’integrazione con gli Early Warning Score (NEWS2 o MEWS) consente inoltre di incorporare nella stessa metrica sia la complessità degli interventi programmati sia l’instabilità clinica del paziente, generando un indice composito ICA-EWS articolato in cinque classi di gravità.
Questo permette di seguire l’evoluzione della degenza o della presa in carico domiciliare in tempo reale e di ricalibrare, quando necessario, l’allocazione delle competenze.
Uno dei temi caldi è l'uso dell’ICA per definire il numero di infermieri necessari. In che modo questo strumento può oggettivare il fabbisogno di risorse umane di fronte alle Direzioni generali?
Per anni le dotazioni organiche sono state discusse prevalentemente in termini di posti letto, tassi di occupazione e standard storici, con una limitata capacità di collegare il numero di professionisti alla reale complessità dei pazienti assistiti.
L’integrazione tra ICA 2.0 e la metodologia AGENAS per la determinazione del fabbisogno di personale consente di fare un salto di qualità, perché propone l’introduzione di coefficienti correttivi legati alle classi di gravità assistenziale.
In pratica, si parte dal fabbisogno “di base” calcolato secondo lo standard AGENAS e lo si applica secondo coefficienti proporzionali alla complessità rilevata con ICA 2.0/ICA-EWS, sia in ambito ospedaliero che territoriale. Ovviamente questa soluzione è una proposta da sperimentare empiricamente. Diciamo che rende disponibile alle direzioni una nuova possibilità.
Questo porta le Direzioni generali a confrontarsi con numeri trasparenti, riproducibili e coerenti con il quadro normativo nazionale, facilitando una governance più responsabile e motivata delle dotazioni di personale.
Esiste una correlazione dimostrata tra i punteggi ICA 2.0 e la riduzione delle esiti avverse (cadute, infezioni, errori terapeutici)?
La versione 2.0 dell’ICA nasce su una base robusta di applicazioni sul campo, che in questi anni hanno mostrato come la misurazione sistematica della complessità assistenziale sia associata a una maggiore consapevolezza organizzativa e a una migliore capacità di prevenire i rischi.
Nel lavoro pubblicato su “L’Infermiere” si sottolinea come l’integrazione tra complessità programmata e Early Warning Score apra la strada a studi multicentrici in grado di correlare in modo più diretto i punteggi ICA 2.0 con risultati clinici e indicatori di sicurezza.
Il passo successivo, che il modello ICA 2.0 rende più agevole, è proprio la validazione empirica dei coefficienti correttivi attraverso studi che colleghino in modo sistematico le classi ICA 2.0 con cadute, infezioni ed errori terapeutici, ecc…
Quanto è importante che l’ICA 2.0 sia nativo digitale e come faciliti il lavoro quotidiano dell’infermiere di corsia senza diventare un ulteriore carico burocratico?
Se ICA 1.0 è nato in un’epoca analogica, ICA 2.0 è stato pensato fin dall’inizio per vivere dentro le piattaforme digitali, le cartelle informatizzate e le dashboard gestionali.
Questo significa che la complessità viene calcolata automaticamente a partire dagli interventi prescritti e registrati, senza richiedere all’infermiere compilazioni aggiuntive o passaggi ridondanti.
Quando il modello è integrato nei flussi informativi ordinari, l’operatore non “compila l’ICA”, ma documenta il proprio lavoro secondo buone pratiche clinico-assistenziali; è il sistema a restituire, in forma elaborata, il livello di complessità e i coefficienti per gli staffing.
In questo modo lo strumento non viene percepito come un adempimento burocratico, ma come un alleato che aiuta a dare voce, con numeri comprensibili dal management, all’impegno quotidiano dei professionisti.
Come possono i dati tramite raccolti l’ICA 2.0 influenzano le decisioni strategiche di un’azienda sanitaria a lungo termine?
I dati di complessità, se raccolti e letti in modo sistematico, diventano una vera e propria infrastruttura informativa per la programmazione strategica. L’algoritmo integrato contenuto in ICA 2.0 permette di confrontare nel tempo reparti, strutture e setting diversi, offrendo indicatori comparabili che possono orientare scelte su dotazioni organiche, modelli organizzativi, investimenti tecnologici e sviluppo di nuovi servizi. L’implementazione tramite dashboard consente alle Direzioni di monitorare in tempo reale l'equilibrio tra complessità assistenziale e competenze disponibili, individuando tempestivamente criticità e aree di miglioramento. A livello macro, la standardizzazione metodologica rende possibile anche un utilizzo regionale o nazionale dei dati, a supporto di politiche sanitarie più coerenti con i reali bisogni di assistenza della popolazione.
Ritiene che l’ICA 2.0 possa aiutare a rendere finalmente visibile e misurabile il valore economico e sociale dell’assistenza infermieristica?
Misurare la complessità assistenziale significa attribuire un valore strutturato a ciò che troppo spesso è stato considerato solo “costo di personale”. ICA 2.0 consente di collegare in modo più diretto il lavoro delle professioni sanitarie agli esiti di salute, alla sicurezza e all’efficienza dei percorsi, fornendo così una base concreta per riconoscere il valore economico e sociale dell’assistenza.
Quando la complessità diventa un linguaggio condiviso tra professionisti, management e decisori politici, si crea un nuovo terreno per negoziare investimenti, percorsi di sviluppo e modelli di carriera per le professioni sanitarie. In questo senso, l’ICA 2.0 non è solo uno strumento tecnico, ma anche un dispositivo culturale che contribuisce a spostare il focus dal “quanto costa un infermiere” a “quale valore produce l’assistenza erogata”.
Esiste già uno studio pubblicato nel 2018 su actabiomed dal titolo “Fee payment system for nursing performance: an operational proposal through the use of ICA (Index of Complexity of assistance) methodolgy” aveva proposto un sistema di tariffazione della prestazione infermieristica. (Acta Biomed for Health Professions 2018; Vol. 89, S. 6: 87-96 DOI: 110.23750/abm.v89i6-S.7451 © Mattioli 1885 autori Schenone Rasero, Cavaliere)
Nel ringraziarla per il tempo concesso, vorrei concludere chiedendole: se dovesse spiegare a un giovane infermiere neoassunto perché l’ICA 2.0 è il suo miglior alleato e non un nemico burocratico, cosa gli direbbe?
Direi innanzitutto che ICA 2.0 non è un modulo da riempire, ma uno specchio professionale: rende visibile, con un linguaggio comprensibile a tutta l’organizzazione, la complessità del lavoro che ogni giorno si svolge al letto del paziente.
Gli direi che, se correttamente integrati nei sistemi informativi, l'indice lavora “insieme” a lui, trasformando la documentazione assistenziale in un argomento forte per difendere la qualità delle cure e la sicurezza dei pazienti.
Aggiungo, in chiusura di intervista, che questo strumento dialoga con un quadro più ampio di competenze di leadership che oggi sono richieste a tutti i professionisti, non solo a chi ha un incarico formale di direzione. Proprio per questo nel nuovo libro del dott. Bruno Cavaliere “La leadership nelle professioni sanitarie in Italia. Una guida ai concorsi e alla tua carriera”, in uscita proprio in questi giorni, l’autore ha anche inserito la metodologia ICA 2.0 come uno degli strumenti chiave per coniugare responsabilità clinica, governo delle risorse e sviluppo di carriera.
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