Infermieri militari: autonomia clinica e responsabilità nel nuovo soccorso operativo
Le missioni militari degli ultimi vent’anni, dall’Afghanistan al Medio Oriente fino ai più recenti scenari di crisi, hanno messo in evidenza una realtà ormai incontestabile: nei contesti operativi moderni, soprattutto quelli ad alta intensità e in aree isolate, la sopravvivenza dei militari dipende in larga parte dalla capacità di fornire cure sanitarie immediate, spesso prima dell’arrivo di un medico.
È su questa base concreta, maturata sul campo, che nasce la proposta di legge A.C. 2719, ora all’esame della Camera dei Deputati, destinata a riformare in modo organico il sistema del soccorso sanitario militare italiano. Un intervento normativo che punta ad allineare le Forze armate agli standard già consolidati nei Paesi alleati e a colmare un vuoto operativo che le recenti esperienze belliche hanno reso evidente.
Le esigenze delle forze speciali
A pagare il prezzo più alto, in termini di esposizione al rischio sanitario, sono da sempre le forze speciali. Per la natura delle loro operazioni, questi reparti agiscono spesso lontano da basi strutturate, senza ospedali da campo o team medici immediatamente disponibili. In tali condizioni, il primo soccorso non è solo una fase iniziale dell’assistenza, ma può trasformarsi in una gestione prolungata del ferito, anche per ore.
Per questo motivo, il comparto delle forze speciali italiane si affida da tempo a percorsi formativi di eccellenza internazionale, come quelli offerti dal John Fitzgerald Kennedy Special Warfare Center and School di Fort Bragg, negli Stati Uniti, e dall’International Special Training Center di Pfullendorf, in Germania. Qui gli operatori frequentano il corso Special Operations Combat Medic (SOCM), riconosciuto e accreditato dall’NATO.
Un addestramento altamente selettivo
Il corso SOCM rappresenta uno dei livelli più avanzati di formazione sanitaria in ambito militare. Il programma è articolato e particolarmente selettivo: anatomia, fisiologia, patologia, clinica medica, farmacologia, medicina preventiva, ostetricia e gestione delle minacce CBRN (chimiche, biologiche, radiologiche e nucleari) costituiscono la base teorica.
Sul piano operativo, gli allievi acquisiscono competenze chiave nel combat trauma management e nel tactical combat casualty care, imparando a diagnosticare e trattare ferite complesse in ambienti ostili. La formazione include simulazioni avanzate, pratica su cadaveri e un tirocinio clinico supervisionato nei dipartimenti di emergenza, nelle terapie intensive, nelle sale operatorie e sui mezzi di soccorso.
Il superamento del corso, che rispetta rigorosi criteri accademici imposti da università statunitensi e irlandesi, consente anche il riconoscimento di crediti formativi universitari, equiparabili al primo anno di un corso di laurea in scienze paramediche.
Il cuore della riforma: l’articolo 213
La proposta di legge interviene in modo diretto sull’articolo 213 del Codice dell’ordinamento militare, sostituendolo integralmente. Il nuovo testo ridefinisce le “speciali competenze” del personale infermieristico militare e del personale non sanitario addetto al soccorso, distinguendo in maniera netta tra forze convenzionali e forze speciali.
Vengono introdotte e regolamentate figure operative precise: il soccorritore militare, il tecnico di emergenza medica militare, il soccorritore militare per le operazioni speciali e quello per le forze speciali, oltre alle relative qualifiche di istruttore. A ciascun profilo corrispondono competenze definite, limiti di autonomia chiari e protocolli diagnostico-terapeutici rigorosi adottati dal Servizio sanitario militare.
In assenza di personale medico, e nei casi di urgenza ed emergenza, il personale formato potrà effettuare manovre di sostegno vitale di base e avanzato, somministrare farmaci, utilizzare fluidi e prodotti emoderivati e gestire il ferito anche in situazioni di cura prolungata sul campo, in attesa dell’evacuazione.
Formazione continua e riconoscimento accademico
Un altro pilastro della riforma è rappresentato dalla formazione. Con l’introduzione degli articoli 213-bis e 213-ter, la legge disciplina in modo dettagliato i percorsi formativi, l’addestramento e l’aggiornamento periodico del personale militare non sanitario addetto al soccorso.
I corsi saranno svolti presso la Scuola di sanità e veterinaria militare e altre strutture autorizzate delle Forze armate, anche in cooperazione con istituti di formazione esteri. È inoltre prevista la possibilità di stipulare convenzioni con università e strutture del Servizio sanitario nazionale, aprendo la strada al riconoscimento di crediti formativi universitari, nel rispetto dell’autonomia accademica.
Integrazione con il Servizio sanitario nazionale
La riforma affronta anche il tema del coordinamento con il Servizio sanitario nazionale nei teatri operativi interni. In caso di emergenze che coinvolgano la popolazione civile, calamità naturali o eventi di protezione civile, le modalità di intervento saranno definite attraverso accordi tra Ministero della difesa, Ministero della salute e Regioni.
L’obiettivo è garantire integrazione con i sistemi regionali di emergenza-urgenza, continuità delle cure e sicurezza del paziente, evitando sovrapposizioni e incertezze operative.
Nessuna nuova professione sanitaria
Il testo chiarisce infine un punto politicamente e giuridicamente sensibile: le qualifiche introdotte non danno vita a nuove professioni sanitarie e non consentono l’esercizio di attività sanitarie in ambito civile. Si tratta di funzioni militari, esercitate esclusivamente all’interno dell’ordinamento delle Forze armate e sotto il coordinamento del Servizio sanitario militare.
In definitiva, la proposta di legge rappresenta un passaggio strategico per modernizzare il soccorso sanitario militare italiano. Un intervento che nasce dall’esperienza diretta dei teatri di guerra e che punta a salvare vite, rendendo più efficiente e credibile la capacità operativa delle Forze armate nei contesti più difficili e pericolosi.
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