Iscriviti alla newsletter

Sei anni dopo il COVID-19: il mondo è davvero pronto per la prossima pandemia?

Andrea Tirottodi
Andrea Tirotto
Pubblicato il: 04/02/2026

Global NurseStudi e analisi

Sei anni dopo la dichiarazione di emergenza globale per il COVID-19 — una pandemia che ha tolto la vita a oltre 20 milioni di persone — durante la 158ª sessione del suo Executive Board, l'OMS ha offerto una valutazione onesta dello stato della preparedness pandemica del mondo. La risposta del Direttore Generale Tedros è eloquente: siamo più preparati, ma non abbastanza.

Perché il mondo è più preparato
Il risultato più significativo degli ultimi sei anni è l'approvazione, nel maggio 2025, del Primo Accordo Pandemico della OMS, adottato con 124 voti a favore e nessuno contro. L'accordo impegna i paesi a cooperare sulla prevenzione delle epidemie zoonotiche, sulla condivisione dei patogeni e sulla distribuzione equa dei prodotti sanitari durante le crisi. Nello stesso anno, gli emendamenti alle Regolazioni Sanitarie Internazionali sono entrati in vigore, completando un nuovo quadro legale globale per la risposta alle pandemiche.
Sul fronte tecnologico, oltre 110 paesi hanno rafforzato la sorveglianza genomica e l'OMS ha integrato l'intelligenza artificiale nei suoi sistemi di allerta precoce, permettendo di identificare e contenere focolai più rapidamente. Un nuovo Framework di Allerta e Risposta mira a ridurre i tempi di rilevamento a 7 giorni e quelli di prima risposta a 14.
La capacità di produzione è stata anch'essa rafforzata: la OMS ha firmato 19 contratti con produttori pandemici, garantendo l'accesso a oltre 900 milioni di dosi di vaccino e a antivirali e diagnostici. Il Fondo Pandemico ha mobilitato oltre 12 miliardi di dollari totali, sostenendo 67 progetti in 98 paesi, mentre un programma mRNA coinvolge 15 paesi a reddito medio per diversificare la produzione regionale.

Perché non lo è abbastanza
Nonostante i progressi, tre fattori mettono seriamente in discussione la solidità di questa preparedness.
Il primo è il ritiro degli Stati Uniti dalla OMS. Washington era il più grande contributore finanziario dell'organizzazione, con oltre 1,2 miliardi di dollari annui. Il ritiro ha causato tagli drastici ai programmi sanitari internazionali e, soprattutto, ha escluso il paese più potente per capacità di ricerca e produzione farmaceutica dalle regole dell'Accordo Pandemico. Tedros ha avvertito che, senza finanziamenti prevedibili, il mondo rischia di essere meno preparato, non più, per la prossima emergenza.
Il secondo fattore è la debolezza strutturale dell'Accordo Pandemico stesso. Human Rights Watch ha evidenziato che l'accordo non contiene meccanismi di enforcement né obblighi concreti di finanziamento: la maggior parte degli impegni resta volontaria. Il sistema di condivisione dei prodotti sanitari con i paesi a reddito medio-basso è stato definito da The Lancet come profondamente inequitabile.
Il terzo fattore è la persistente inequità tra i paesi. Il Global Preparedness Monitoring Board ha indicato che il monitoraggio resta frammentato, sottofinanziato e in larga parte auto-riportato. I sistemi sanitari primari nei paesi poveri sono ancora gravemente deboli, e la sfiducia verso le istituzioni internazionali — cresciuta durante la pandemia — rende più difficile la cooperazione.

La prospettiva
Il mondo nel 2026 ha strumenti più potenti e quadri legali più robusti rispetto al 2019. Ma quegli strumenti valgono solo quanto la volontà politica di usarli. Il High-Level Meeting delle Nazioni Unite, previsto per settembre 2026, sarà il momento in cui questa volontà verrà messa alla prova. I patogeni, come ha ricordato il GPMB, non rispettano i confini: la preparedness, per avere senso, deve essere davvero globale.

Luci e ombre che inquietano e che non lasciano spazio alle improvvisazioni con gli stati chiamati a completare i propri programmi e a sostenere quelli altrui perché è inutile avere i migliori piani pandemici nazionali se non si è in grado di impedire che le infezioni siano sotto controllo anche intorno ai propri confini. Il covid in questo ha dimostrato che che si può disporre anche della bomba atomica ma che lanciarla contro un virus è assolutamente inutile. L’unica vera arma di difesa di massa è la prevenzione.

E a proposito di prevenzione, che fine ha fatto il piano pandemico italiano inviato a settembre alla conferenza stato regioni per l’approvazione?

Andrea Tirotto

 

ph credit who.int