Infermieri, OSS e ostetriche: busta paga diversa per territorio, fino a 5.000 euro di differenza
Nel dibattito sul lavoro pubblico, la questione salariale è spesso letta solo in termini di rinnovi contrattuali e recupero dell’inflazione. Il Rapporto semestrale Aran sulle retribuzioni dei pubblici dipendenti – n. 1/2025 prova invece a spostare l’attenzione su un tema meno battuto ma cruciale: quanto si guadagna davvero, in busta paga, a parità di professione e a seconda del territorio, almeno per il personale non dirigente del comparto Sanità .
La scelta del comparto sanitario non è casuale. Parliamo di quasi 540 mila dipendenti non dirigenti, concentrati in larga parte nelle aziende sanitarie locali e ospedaliere, e di un settore dove la gestione regionale rende particolarmente visibili le differenze tra territori. Sullo sfondo, pesa anche il confronto politico sul federalismo differenziato e sull’ipotesi di una maggiore autonomia regionale in materia retributiva.
Profili professionali e livelli retributivi
Il punto di partenza dell’analisi è il nuovo sistema di classificazione introdotto dal CCNL 2019-2021, operativo dal 2023, che suddivide il personale non dirigente in cinque aree. Guardando ai profili prevalenti, emergono tre grandi gruppi:
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professionisti della salute e funzionari (in larga parte infermieri),
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operatori sociosanitari (OSS),
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assistenti amministrativi.
Le retribuzioni medie annue di fatto, riferite al 2023, si collocano poco sotto i 36 mila euro per i professionisti sanitari, intorno ai 28 mila euro per gli OSS e sui 29.500 euro per gli assistenti amministrativi. Fin qui, nulla di sorprendente: i differenziali riflettono la struttura delle aree contrattuali.
Più interessante è ciò che accade all’interno dello stesso profilo professionale. Tra le aziende che pagano meno e quelle che pagano di più, lo scarto medio arriva a circa 5.000 euro annui per i sanitari e gli amministrativi e a 4.000 euro per il personale sociosanitario. Non si tratta di casi estremi, ma di differenze “pulite” dagli outlier, quindi strutturali.
Il ruolo della parte accessoria
Il Rapporto chiarisce che questi divari non nascono tanto dalla parte fissa dello stipendio, rigidamente regolata dal contratto nazionale, quanto dalla retribuzione accessoria. Premi di produttività e altri istituti variabili spiegano oltre i due terzi del differenziale per le professioni sanitarie e sociosanitarie, e circa il 60% per quelle amministrative.
Il messaggio è netto: il CCNL garantisce una base omogenea, ma lascia spazi di manovra alle aziende, soprattutto attraverso gli strumenti incentivanti. Tuttavia, anche questi margini restano complessivamente contenuti, segno di una regolazione centrale che continua a pesare.
Non è una questione Nord-Sud
Quando l’analisi si sposta sul territorio, cade uno dei luoghi comuni più diffusi. Non emerge una frattura netta tra Nord e Sud, né un semplice effetto “regione”. Piuttosto, i dati mostrano modelli di contiguità territoriale: province vicine tendono ad allinearsi nei livelli retributivi.
Alcune aree della Lombardia e del Veneto presentano valori medi più elevati; l’Appennino centrale si colloca su livelli intermedi; ampie zone della pianura padana mostrano retribuzioni più contenute. Anche tra le regioni a statuto speciale non c’è uniformità: la Sardegna si posiziona su valori più bassi, mentre Sicilia e province autonome di Trento e Bolzano registrano livelli più alti.
È un dato politicamente sensibile: i differenziali esistono, ma non seguono automaticamente i confini regionali, rendendo più complesso il discorso su eventuali contrattazioni territoriali.
Autonomia gestionale e scelte aziendali
Il capitolo si chiude con un altro elemento chiave: gli stili gestionali. A parità di risorse, alcune aziende scelgono di accentuare la distanza retributiva tra professioni sanitarie e amministrative, altre tendono a ridurla. In media, i sanitari guadagnano circa il 22% in più degli assistenti amministrativi, ma questo rapporto varia sensibilmente da provincia a provincia.
Qui il territorio conta meno delle decisioni interne alle aziende. Non a caso, anche regioni complessivamente meno generose sul piano retributivo mostrano una forte differenziazione tra ruoli.
Una fotografia utile al confronto contrattuale
Il primo capitolo del Rapporto Aran non offre soluzioni, ma mette sul tavolo dati difficili da ignorare. I differenziali retributivi nel comparto Sanità esistono, sono misurabili e dipendono più da scelte aziendali e strumenti accessori che da automatismi geografici.
Per chi si occupa di contrattazione, il messaggio è chiaro: prima di invocare nuove autonomie o correttivi territoriali, occorre fare i conti con ciò che già oggi accade dentro il perimetro del contratto nazionale. E con una domanda di fondo che resta aperta: fino a che punto è accettabile che, a parità di professione, la busta paga cambi di migliaia di euro solo attraversando un confine provinciale?
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