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Tfs subito? Per l’INPS il rischio sono le “spese pazze” dei neopensionati

Maria Luisa Astadi
Maria Luisa Asta
Pubblicato il: 23/02/2026

Punto di Vista

 

Davanti alla Corte costituzionale si è consumato l’ennesimo capitolo di una vicenda che riguarda migliaia di dipendenti pubblici: l’attesa, fino a sette anni, per ottenere il Trattamento di Fine Servizio. Non un beneficio accessorio, ma salario differito. Denaro maturato lavorando per lo Stato.

L’udienza pubblica del 10 febbraio ha riportato sotto i riflettori una questione che si trascina da tempo. La Consulta era già intervenuta con decisioni chiare, chiedendo al legislatore di intervenire. Eppure, tra rinvii e silenzi, il meccanismo di differimenti e rateizzazioni è rimasto sostanzialmente intatto.

In aula, la posizione dell’INPS ha sollevato più di una perplessità. Non solo per l’ipotesi di ulteriori slittamenti, quasi a rimandare ancora una volta la soluzione al Parlamento, ma per l’idea di riconoscere interessi e rivalutazione solo dopo la prima rata. Come se un diritto potesse essere concesso a tappe, in versione ridotta.

L’Istituto ha parlato di costi elevati, fino a 15,6 miliardi di euro, nel caso di eliminazione totale dei differimenti. Una cifra che, però, contrasta con le valutazioni della Ragioneria generale dello Stato, secondo cui una riduzione di tre mesi della prima rata comporterebbe un onere di 22 milioni, pari a 88 milioni annui. Numeri diversi, approcci diversi. E una distanza evidente tra allarme e sostenibilità.

Ma al di là delle cifre, è stato un altro passaggio a lasciare il segno. L’argomentazione secondo cui il pagamento immediato dell’intero Tfs potrebbe spingere i neopensionati a “spendere di più” o a gestire male la somma ricevuta. Un richiamo a studi sull’irrazionalità economica che, in quel contesto, è suonato come un giudizio sui diretti interessati.

È qui che il dibattito si sposta dal piano tecnico a quello culturale. Perché si può discutere di coperture finanziarie, di equilibri di bilancio, di sostenibilità nel medio periodo. Ma insinuare che la rateizzazione serva a proteggere i lavoratori da sé stessi significa ribaltare il problema. Il punto non è come spenderanno quei soldi. Il punto è che quei soldi spettano loro.

Il Tfs non è un premio discrezionale. È frutto di contributi versati per decenni. È parte integrante della retribuzione, accantonata nel tempo. Trasformarlo in un credito da liquidare con lentezza amministrativa significa scaricare sui pensionati il peso dell’inerzia politica.

La decisione della Corte arriverà a breve. E sarà un passaggio decisivo. Non solo per l’impatto economico, ma per il messaggio che lo Stato intende dare ai propri dipendenti.

La questione, in fondo, è semplice: un datore di lavoro pubblico può permettersi di pagare con anni di ritardo ciò che è già maturato? Se la risposta fosse affermativa, si introdurrebbe una pericolosa eccezione al principio di parità tra Stato e cittadini.

Il Tfs è un debito certo. E i debiti, soprattutto quando riguardano chi ha servito le istituzioni, si onorano. Non si rinviano. Non si riducono. E soprattutto non si giustificano mettendo in dubbio la capacità di chi li deve ricevere.