Tfs: lo Stato trattiene la liquidazione, la banca incassa gli interessi: ecco il “rendistato”
Un articolo di Francesco Bisozzi su Pamagazine ci avverte sul lato oscuro di un nuovo termine con cui dobbiamo fare i conti, il rendistato; e che conti! Non certo a vantaggio di chi dal primo giorno di pensione si trova a lottare con uno stato che tiene in ostaggio i suoi soldi. Cerchiamo di capire di cosa si tratta.
Lo scenario attuale
Quando un dipendente pubblico va in pensione, la liquidazione a cui ha diritto non arriva subito. Può trascorrere un anno, possono passarne due, talvolta anche sette, prima che quei soldi finiscano effettivamente sul suo conto. Nel frattempo, se ha bisogno di liquidità, deve bussare alla porta di una banca. E la banca, naturalmente, non presta gratuitamente.
È questo il meccanismo al centro del dibattito sul Trattamento di fine servizio dei dipendenti pubblici, una questione che intreccia diritti maturati, ritardi dello Stato e guadagni del sistema finanziario. Il Tfs riguarda i lavoratori statali assunti a tempo indeterminato prima del 1° gennaio 2001, una platea che si stima coinvolga ogni anno circa 150.000 persone. Nel 2022 l'Inps ha liquidato ai dipendenti pubblici circa 8,781 miliardi di euro di Tfs, con un aumento dell'8,3% rispetto all'anno precedente. Sono cifre importanti, che restano però in attesa per lungo tempo nelle casse dello Stato.
Un paradosso semplice da descrivere. Nel settore privato il Tfr, che è l'equivalente del Tfs, viene versato al lavoratore in tempi molto brevi dopo la fine del rapporto. Nel pubblico, invece, vige un sistema di differimento e rateizzazione introdotto durante la crisi finanziaria del governo Monti, che avrebbe dovuto essere temporaneo e che invece si è trasformato in una misura strutturale. Le norme attualmente in vigore prevedono un differimento iniziale del pagamento e, per importi più elevati, anche una rateizzazione nel tempo, un sistema introdotto negli anni della crisi finanziaria per esigenze di contenimento della spesa pubblica ma diventato ormai, e abusivamente, una misura strutturale.
Il paradosso del Rendistato
Chi non vuole aspettare ha una sola strada: cedere il proprio credito a una banca. Il dipendente pubblico che si reca in banca per chiedere un anticipo di 45 mila euro a valere sul proprio Tfs paga di interessi circa 1.500 euro, il valore-guadagno della banca il così detto rendistato. Si tratta di un costo che ricade interamente sul lavoratore per ottenere prima ciò che gli è già dovuto. Il tasso di interesse su questo tipo di prestiti, determinato dalla somma del rendistato e dello spread, si aggira attualmente intorno alla cifra fuori controllo del 4 per cento. Per 45 mila euro di anticipo, la somma massima richiedibile in banca, un dipendente pubblico deve pagare un obolo compreso tra 1.500 e 2.000 euro.
L'alternativa offerta dall'Inps, che in passato erogava prestiti a tasso agevolato all'1%, non è più disponibile. L'ente ha chiuso i rubinetti il 25 aprile 2024 e, nonostante avesse dichiarato che avrebbe valutato un'evoluzione della prestazione, l'evoluzione non c'è stata.
Le pronunce della Suprema Corte
La Corte Costituzionale ha affrontato il problema in più occasioni. segnalando che il differimento prolungato del Tfs rischia di compromettere la funzione retributiva di tale indennità, che costituisce una parte della retribuzione maturata dal lavoratore nel corso della propria attività, nonostante le suggestive prese di posizione dell’Inps. La Corte ha anche chiarito che gli strumenti di anticipazione bancaria non bastano a sanare il problema: questi interventi riconoscono agli interessati la sola possibilità di conseguire immediatamente quanto dovuto mediante strumenti finanziari aventi carattere oneroso.
Nonostante questi moniti, il Parlamento non ha ancora approvato una riforma organica. Una proposta di legge ha provato ad accorciare i tempi anticipando la prima rata da dodici a tre mesi e innalzando le soglie economiche di riferimento, nella sentenza n. 130/2023 della Corte Costituzionale, che ha giudicato totalmente illegittimo il quadro normativo vigente e ha incaricato il Parlamento di apportare significative modifiche.
Il quadro attuale
Anche la legge di Bilancio 2025 ha deluso le aspettative. La manovra prevede un anticipo di tre mesi nel pagamento della prima rata, che dovrà avvenire, a partire dal 2027, dopo 9 mesi dall'uscita dal lavoro. Considerato però che l'età pensionabile verrà incrementata di 3 mesi nel 2028, di fatto non cambierà nulla.
La Corte Costituzionale è tornata sull'argomento nel marzo del 2026 con l'ordinanza n. 25, dando al Parlamento un anno di tempo per intervenire in modo sostanziale.
Nel frattempo, sulle scrivanie dell'Inps continuano ad arrivare centinaia di diffide. Il Consiglio di indirizzo e vigilanza dell'Istituto ha riferito che stanno pervenendo numerose diffide da parte degli iscritti con richiesta di pagamento del Trattamento di Fine Servizio a seguito di cessazione senza dilazione o differimento e con riconoscimento di interessi legali dal dovuto al saldo.
Quello che emerge, al di là dei tecnicismi previdenziali, è un problema di equità. Ogni anno decine di migliaia di lavoratori che hanno contribuito per decenni al sistema pubblico si trovano a dover pagare per ottenere ciò che è già loro. Il ritardo non produce solo disagio: produce profitto. E chi ci guadagna non è certo il pensionato.
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