Sanità, stop agli appalti: piano per assumere e reinternalizzare i servizi
Un cambio di rotta nella gestione del personale sanitario e nell’organizzazione dei servizi del Servizio sanitario nazionale (SSN). È questo l’obiettivo della proposta di legge presentata alla Camera, che interviene su uno dei nodi più critici del sistema: la carenza di personale e il crescente ricorso all’esternalizzazione.
Un sistema sotto pressione
Negli ultimi vent’anni il SSN ha registrato una drastica riduzione del personale, passato da oltre 888 mila unità nel 2000 a poco più di 617 mila nel 2020. Una contrazione che ha inciso in modo particolare su medici e infermieri, già in numero inferiore rispetto alla media europea.
Alla base della riduzione, secondo il testo, ci sono soprattutto i vincoli di spesa e il blocco del turn over introdotti da diverse norme finanziarie. Per garantire comunque i servizi, molte aziende sanitarie hanno fatto ricorso a soluzioni alternative: appalti esterni e contratti flessibili.
Il risultato è stato un aumento significativo della spesa per servizi esternalizzati, che in alcuni casi supera il 50% del totale, con effetti anche sulla qualità delle prestazioni e sulla stabilità del lavoro.
Il cuore della riforma: piani triennali del fabbisogno
Il provvedimento introduce un obbligo preciso: tutte le aziende e gli enti del SSN dovranno adottare un piano triennale dei fabbisogni di personale.
L’obiettivo è duplice:
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garantire l’erogazione dei Livelli essenziali di assistenza (LEA);
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avviare una progressiva reinternalizzazione dei servizi sanitari oggi affidati all’esterno.
Il piano dovrà indicare in modo puntuale la dotazione organica necessaria e sarà integrato nella programmazione economica e organizzativa degli enti.
Il ruolo delle Regioni
La proposta assegna un ruolo centrale anche alle Regioni. Entro sei mesi, dovranno approvare un proprio piano triennale coerente con quelli delle aziende sanitarie.
Elemento chiave è il vincolo finanziario:
le risorse per il nuovo personale dovranno provenire dalla spesa storicamente sostenuta per i servizi esternalizzati, senza quindi determinare un aumento complessivo della spesa.
In altre parole, si punta a spostare risorse dagli appalti al personale interno.
Stop agli appalti e alle forme straordinarie
Tra le misure più incisive previste dal testo:
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divieto di proroga dei contratti di appalto per servizi sanitari esternalizzati;
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stop alla stipula di nuovi contratti dello stesso tipo;
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cessazione delle procedure straordinarie di reclutamento, comprese quelle introdotte durante l’emergenza Covid;
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fine dei contratti di lavoro autonomo per personale sanitario.
Si tratta di un intervento che mira a ridurre la frammentazione del lavoro e a riportare all’interno del sistema pubblico attività oggi affidate a soggetti esterni.
Un’inversione di tendenza
La proposta nasce anche da una valutazione critica dell’outsourcing sanitario, sviluppatosi a partire dagli anni Novanta. Secondo il testo, l’esternalizzazione non solo ha aumentato i costi, ma ha esposto il sistema a rischi di inefficienza e minore qualità dei servizi.
L’obiettivo dichiarato è quindi un’inversione di tendenza:
rafforzare il personale pubblico, stabilizzare i lavoratori e ricondurre al SSN funzioni considerate strategiche.
Le incognite
Resta da capire l’impatto concreto della riforma. Se da un lato il riassorbimento dei servizi potrebbe migliorare il controllo e la continuità assistenziale, dall’altro il vincolo della spesa invariata potrebbe limitare la reale capacità di assunzione.
La discussione parlamentare sarà decisiva per chiarire tempi, coperture e modalità attuative di una misura che punta a ridisegnare in profondità l’organizzazione del sistema sanitario pubblico.
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