Perché i medici hanno sempre detenuto il potere? Le radici della dominanza medica
Nel dibattito contemporaneo sulla sanità e sulla collaborazione interprofessionale, la dinamica di potere e la storica tendenza della classe medica a mantenere una posizione di preminenza rispetto alle altre professioni sanitarie (infermieri, fisioterapisti, ostetriche, tecnici) rappresenta un tema complesso e di grande interesse sociologico.
Per comprendere perché i medici abbiano storicamente teso a “primeggiare” o a difendere una centralità assoluta nel processo di cura, è necessario analizzare il fenomeno non come una semplice lettura di dinamiche individuali, ma come il risultato di precisi processi storici, sociologici e legislativi.
1. La radice storica: la nascita della “professione sovrana”
Per gran parte della storia umana, la cura della salute è stata un campo pluralistico e frammentato. Fino all’Ottocento, i medici coesistevano con speziali, cerusici, levatrici, guaritori e ordini religiosi, senza un reale monopolio scientifico o legale.
La svolta avviene tra la fine del XIX° e l’inizio del XX° secolo con la nascita della medicina scientifica moderna (fondata sulla batteriologia, l’anestesia, la chirurgia antisettica) e il consolidamento delle università. Il sociologo americano Paul Starr, nel suo saggio fondamentale The Social Transformation of American Medicine (1982), descrive questo fenomeno come la nascita dell’autorità culturale e professionale del medico.
La medicina è riuscita a:
- monopolizzare il sapere scientifico:validando i propri metodi attraverso l’università e dichiarando illegittime o subalterne le altre pratiche
- ottenere il supporto dello Stato:attraverso leggi che concedevano l’esclusiva della diagnosi e della prescrizione terapeutica, punendo l’esercizio abusivo della professione.
In questo modo, la figura del medico si è strutturata non semplicemente come una componente del sistema, ma come il vertice gerarchico ed epidemiologico dell’assistenza, definendo tutte le altre figure nate successivamente come “ausiliarie” o esecutive.
2. La prospettiva sociologica: la “dominanza medica”
In sociologia della salute, il concetto chiave per spiegare questa dinamica è la dominanza medica, teorizzata magistralmente da Eliot Freidson nel 1970. Freidson spiega che la professione medica ha ottenuto un livello di autonomia e controllo unico, che si manifesta su tre livelli:
- controllo sul proprio lavoro:il medico è l’unico professionista la cui attività non può essere valutata o diretta da un non-medico (autonomia clinica assoluta)
- controllo sul lavoro altrui:storicamente, le altre professioni sanitarie potevano agire solo dietro prescrizione o supervisione medica
- controllo sulle istituzioni:la direzione degli ospedali, dei ministeri e delle commissioni sanitarie è stata per decenni una prerogativa quasi esclusiva della classe medica.
La tendenza a voler mantenere questa preminenza risponde a una logica di autoconservazione professionale. Di fronte all’emancipazione culturale e legislativa delle altre professioni sanitarie (come l’evoluzione dell’infermieristica in disciplina scientifica dotata di propri dottorati di ricerca e modelli concettuali autonomi), la classe medica ha spesso percepito una minaccia alla propria identità storica e ai propri confini professionali.
3. L’evoluzione normativa italiana: dal controllo all’equiordinazione
In Italia, questa dinamica si riflette chiaramente nell’evoluzione legislativa, caratterizzata da una lunga resistenza all’autonomia delle professioni non mediche:
- il Testo Unico delle Leggi Sanitarie (R.D. 1265/1934):questa legge strutturava la sanità in modo rigidamente piramidale. Esistevano le “professioni sanitarie principali” (medico, veterinario, farmacista) e le “professioni sanitarie ausiliarie” (infermieri, levatrici). Il termine stesso “ausiliario” (dal latino auxilium, aiuto) sanciva la totale sottomissione giuridica al medico
- il superamento del mansionario (Anni ’90):con i Decreti Ministeriali sui profili professionali (es. D.M. 739/94 per l’infermiere) e con la Legge 42/1999, il legislatore ha abolito la qualifica di “ausiliario” e il concetto di mansionario. La legge ha stabilito l’equiordinazione delle professioni sanitarie: non c’è più una gerarchia di dignità professionale, ma una differenziazione di competenze e responsabilità (diagnostico-terapeutiche per il medico, assistenziali per l’infermiere, riabilitative per il fisioterapista).
Questo passaggio dal modello piramidale tradizionale a un modello multiprofessionale a rete ha generato inevitabili frizioni. Molte tensioni odierne (si pensi ai dibattiti sulle competenze avanzate degli infermieri nel triage d’urgenza o nella prescrizione di presidi) nascono dal contrasto tra una legge che prevede l’autonomia collaborativa e una cultura organizzativa interna che fatica a scardinare il vecchio paradigma della subordinazione.
4. Aspetti psicologici e clinici: la responsabilità ultima
Per completezza d’analisi, la tendenza del medico a voler mantenere il controllo ultimo è legata anche a un fattore di responsabilità giuridica e clinica. Nel vissuto professionale del medico, la percezione è che, in caso di esito infausto, la responsabilità penale e civile ricada prevalentemente sulla figura del medico in quanto “garante della salute” del paziente.
Questa pressione medico-legale alimenta una resistenza psicologica a delegare o a condividere processi decisionali complessi all’interno dell’équipe, traducendosi spesso in atteggiamenti di spiccato paternalismo o difensivismo istituzionale.
Conclusioni: verso la “collaborazione Interprofessionale”
Oggi, la letteratura scientifica internazionale sulla gestione dei sistemi complessi dimostra che l’antico modello della dominanza medica è disfunzionale e aumenta il rischio clinico. La sicurezza del paziente non dipende più da un leader unico e assoluto, ma dall’efficacia dell’équipe e dall’integrazione delle diverse competenze, dove il medico apporta l’eccellenza diagnostico-terapeutica e le altre professioni apportano l’eccellenza assistenziale, riabilitativa e tecnica, in una logica di pari dignità.
Riferimenti bibliografici
Freidson, E. (1970). Profession of Medicine: A Study of the Sociology of Applied Knowledge. New York: Dodd, Mead & Co. (Trad. it. La dominanza medica, Milano: FrancoAngeli, 2002).
Starr, P. (1982). The Social Transformation of American Medicine. New York: Basic Books.
Tovagliari, M. (2018). Sociologia delle professioni sanitarie. Milano: FrancoAngeli.
Benci, L. (2019). Le professioni sanitarie non mediche: aspetti giuridici, deontologici e medico-legali. Milano: McGraw-Hill.
World Health Organization (WHO). (2010). Framework for Action on Interprofessional Education & Collaborative Practice. Geneva: WHO.
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