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Ansia nel 118, cosa protegge davvero gli infermieri? Lo studio su 150 professionisti

Maria Luisa Astadi
Maria Luisa Asta
Pubblicato il: 17/08/2026

Professione e lavoroStudenti infermieri

 

Un’indagine condotta su 150 infermieri dei servizi di emergenza territoriale del Centro Italia rileva livelli complessivamente moderati di ansia, ma evidenzia una maggiore vulnerabilità nel sesso femminile. Esperienza professionale, formazione avanzata e capacità di affrontare il problema sembrano esercitare un effetto protettivo, mentre il supporto strutturato del team risulta ancora troppo occasionale.

Lavorare nel 118 significa prendere decisioni rapide, spesso con informazioni incomplete, in ambienti imprevedibili e talvolta ostili, dove alla complessità clinica si sommano difficoltà logistiche, pericoli ambientali e una costante pressione emotiva. È proprio questo contesto a rendere gli infermieri dell’emergenza territoriale particolarmente esposti a stress, ansia, burnout e, nei casi più gravi, disturbo post-traumatico da stress.

A indagare quali fattori possano attenuare questo carico è lo studio osservazionale “Fattori protettivi dell’ansia in infermieri del Servizio 118”, pubblicato nel numero 2 del 2026 della rivista L’Infermiere e firmato da Antonio Capodilupo, Micaela De Santis e Francesca D’Ignazio. La ricerca ha coinvolto 150 professionisti del Centro Italia e si è concentrata su tre possibili elementi protettivi già individuati dalla letteratura: supporto del team, formazione professionale e strategie individuali di coping.

Centocinquanta infermieri del 118 sotto osservazione

Lo studio, di tipo trasversale, è stato condotto tra settembre e novembre 2025 attraverso un questionario online rivolto a infermieri dei Servizi di Emergenza Territoriale 118 del Centro Italia. Il campione era composto da 150 professionisti, 96 donne e 54 uomini, prevalentemente giovani: 44 avevano tra 22 e 25 anni, 53 tra 26 e 29 anni e 25 tra 30 e 35 anni, mentre 28 partecipanti avevano più di 35 anni.

La maggior parte possedeva una laurea triennale, precisamente 101 partecipanti, mentre 37 avevano conseguito un master, 9 una laurea magistrale e 3 un diploma equipollente. L’esperienza infermieristica media era di 6,6 anni, mentre quella specifica in area critica raggiungeva mediamente 4,6 anni. Il numero medio di codici critici gestiti nell’ultimo anno era pari a 50, ma con una forte variabilità tra i partecipanti.

La formazione tecnica risultava particolarmente diffusa: il 98,7% possedeva una certificazione BLSD/PBLSD, l’81,3% il PTC Base, il 60,7% il PTC Avanzato e il 70% l’ACLS. Quasi sei infermieri su dieci, il 59,3%, disponevano contemporaneamente sia del PTC Avanzato sia dell’ACLS.

Ansia presente, ma nel complesso moderata

Per misurare il vissuto ansioso, gli autori non hanno utilizzato una singola scala standardizzata, ma hanno costruito una valutazione composita che prendeva in esame quattro dimensioni: carico di lavoro percepito, sintomi fisici, sintomi cognitivi ed emotivi e supporto del team.

Il valore medio complessivo dell’ansia è risultato pari a 11,39, mentre il carico di lavoro ha raggiunto una media di 12,21, i sintomi fisici 10,49 e quelli cognitivi-emotivi 9,37. Il supporto del team, inteso come fattore protettivo, ha ottenuto una media di 13,47.

Considerando che ogni dimensione poteva oscillare tra 5 e 25 punti e che gli autori hanno individuato nel valore 10 una soglia oltre la quale carico e sintomi risultano presenti almeno occasionalmente, il campione mostrava quindi un quadro di ansia complessivamente modesta ma non trascurabile, soprattutto per quanto riguarda la percezione del carico di lavoro e i sintomi fisici.

Un elemento merita però particolare attenzione: anche il supporto del team, che dovrebbe rappresentare uno dei principali elementi di protezione, risultava presente solo in maniera occasionale. È uno degli aspetti più critici dell’intera ricerca, perché suggerisce che il sostegno tra colleghi e da parte dei responsabili non sia ancora strutturato in modo sistematico.

Le infermiere mostrano livelli di ansia più elevati

Uno dei risultati più netti riguarda la differenza tra uomini e donne. Le infermiere hanno mostrato valori medi superiori in tutte le dimensioni ansiose considerate.

Per il carico di lavoro la media era di 13,36 nelle donne contro 10,14 negli uomini, mentre per i sintomi fisici risultava rispettivamente di 11,55 e 8,61. Anche i sintomi cognitivi ed emotivi erano più elevati nelle donne, con una media di 10,35 contro 7,63. Nel punteggio complessivo dell’ansia, le donne raggiungevano 12,30 rispetto a 9,75 degli uomini.

Le differenze risultavano statisticamente significative in tutte queste dimensioni, mentre non emergeva una differenza significativa nel supporto del team. Gli autori sottolineano quindi una maggiore vulnerabilità ansiosa nel sesso femminile, dato che dovrebbe essere approfondito ulteriormente anche alla luce della prevalenza femminile che caratterizza la professione infermieristica.

Più esperienza, meno ansia

La relazione più interessante emersa dallo studio riguarda l’esperienza professionale. Gli anni di servizio infermieristico, quelli trascorsi in area critica e il numero di codici critici affrontati nell’ultimo anno mostrano una correlazione inversa con le principali dimensioni dell’ansia: all’aumentare dell’esperienza, il vissuto ansioso tende a diminuire.

La correlazione appare particolarmente evidente per l’esperienza in area critica, associata a valori inferiori sia nel carico di lavoro percepito sia nei sintomi fisici e cognitivi-emotivi. Un professionista che ha già affrontato numerose situazioni critiche potrebbe infatti sentirsi maggiormente in grado di riconoscere rapidamente le priorità, controllare l’incertezza e gestire il proprio comportamento durante l’intervento.

L’esperienza non eliminerebbe quindi lo stress, ma potrebbe trasformarlo da elemento disorganizzante a componente maggiormente gestibile della pratica professionale.

Anche il livello di formazione sembra avere un ruolo

Un altro elemento che emerge riguarda il titolo di studio. Gli infermieri in possesso della sola laurea triennale presentavano mediamente valori ansiosi superiori rispetto ai colleghi con formazione post-base.

Il punteggio complessivo era pari a 11,99 tra i laureati triennali, rispetto a 10,37 tra chi possedeva un master e 9,47 tra i laureati magistrali. Anche sul carico di lavoro emergeva una differenza evidente: 13,05 per i triennalisti, 10,68 per chi aveva un master e 9,78 per i professionisti con laurea magistrale.

Gli autori interpretano il dato come un possibile effetto protettivo della formazione più avanzata, capace di incrementare conoscenze, capacità decisionali e senso di autoefficacia. Va comunque ricordato che lo studio è osservazionale e non consente di dimostrare che sia il titolo di studio, da solo, a causare la riduzione dell’ansia.

PTC Avanzato e ACLS associati a minore carico ansioso

La stessa tendenza compare analizzando le certificazioni specifiche per l’emergenza.

Poiché BLSD/PBLSD e PTC Base erano posseduti dalla quasi totalità dei partecipanti, gli autori hanno concentrato l’analisi soprattutto sulle certificazioni avanzate. Il possesso del PTC Avanzato e dell’ACLS risulta associato a valori più bassi del carico di lavoro percepito e dei sintomi cognitivi-emotivi, oltre che del punteggio complessivo dell’ansia.

Per il PTC Avanzato, la differenza risultava statisticamente significativa per carico di lavoro, sintomi cognitivi-emotivi e ansia complessiva; risultati analoghi sono stati osservati per l’ACLS. Il possesso congiunto delle due certificazioni mostrava invece una relazione significativa soprattutto con una minore percezione del carico di lavoro.

L’interpretazione proposta dagli autori è particolarmente rilevante per l’organizzazione dei servizi: sapere cosa fare può ridurre l’incertezza e, di conseguenza, il carico emotivo della prestazione. La formazione avanzata non servirebbe quindi soltanto a migliorare la competenza tecnica, ma potrebbe anche funzionare come fattore di protezione psicologica.

Il coping: affrontare il problema sembra essere la strategia più efficace

Lo studio ha analizzato anche il modo in cui gli infermieri reagiscono alle situazioni stressanti, individuando cinque strategie principali: ristrutturazione cognitiva, orientamento al problema, sostegno sociale, meditazione e strategie di evitamento.

Il comportamento maggiormente utilizzato risultava l’orientamento al problema, con una media di 7,02 su 10, seguito dal sostegno sociale, pari a 6,85. Più contenuti risultavano l’impiego della ristrutturazione cognitiva, delle strategie di evitamento e soprattutto della meditazione.

Il dato interessante emerge quando queste strategie vengono confrontate con i livelli di ansia. Quasi tutti gli stili di coping aumentano parallelamente all’aumentare del disagio, probabilmente perché vengono attivati proprio quando il professionista percepisce maggiore stress. Fa eccezione l’orientamento al problema, che non mostra questa associazione e potrebbe quindi rappresentare una strategia maggiormente protettiva.

In termini pratici significa che concentrarsi sulla soluzione, organizzare le priorità, cercare risorse concrete e mantenere il controllo operativo potrebbe aiutare a contenere l’ansia più efficacemente rispetto a strategie utilizzate soltanto in risposta a un disagio già elevato.

Donne più orientate al sostegno sociale, ma anche all’evitamento

Le differenze di genere emergono anche negli stili di coping. Le donne ricorrono maggiormente al sostegno sociale, con una media di 7,19 rispetto a 6,26 degli uomini, ma utilizzano anche più frequentemente strategie di evitamento, con 5,75 contro 4,37. Entrambe le differenze risultano statisticamente significative.

Il dato restituisce un quadro complesso: da una parte le infermiere sembrano maggiormente inclini a cercare il confronto e il supporto degli altri, dall’altra ricorrono più spesso anche a forme di temporaneo disimpegno dal problema.

Gli autori precisano tuttavia che alcune strategie di evitamento possono avere un’utilità limitata nel breve periodo, consentendo alla persona di prendere momentaneamente distanza dall’evento e recuperare il controllo, purché non diventino la modalità prevalente di gestione dello stress.

Il vero punto debole sembra essere il supporto strutturato del team

È forse questa la parte dello studio che interroga maggiormente le organizzazioni sanitarie. Nonostante il lavoro di squadra rappresenti uno dei fattori protettivi maggiormente riconosciuti dalla letteratura, nel campione analizzato spazi e momenti di sostegno tra colleghi o offerti dai responsabili risultano soltanto occasionali.

Nel sistema dell’emergenza territoriale il professionista può essere esposto ripetutamente a eventi traumatici, decessi, incidenti gravi, soccorsi pediatrici, aggressioni e scenari complessi. L’assenza di momenti organizzati nei quali elaborare ciò che è accaduto può favorire l’accumulo progressivo del carico emotivo.

Per questo gli autori richiamano l’utilità del peer support e del debriefing, non soltanto per rivedere gli aspetti tecnici dell’intervento ma anche per consentire ai componenti della squadra di elaborarne l’impatto emotivo.

Il debriefing, in questa prospettiva, non dovrebbe essere considerato un accessorio o una pratica da utilizzare esclusivamente dopo gli eventi eccezionali, ma uno strumento di sicurezza organizzativa e di tutela degli operatori.

Il confronto con gli altri studi: il 118 resta un ambiente ad alto rischio psicologico

I risultati devono essere letti all’interno di un quadro più ampio. Gli autori richiamano lo studio BENE, condotto su oltre 3.200 infermieri di 38 presidi ospedalieri, nel quale il 47,3% dichiarava di sentirsi stressato e privo di energia, mentre il 40,2% presentava un elevato esaurimento emotivo.

Ancora più specifici sono i dati relativi all’emergenza territoriale. Una precedente indagine SET-118 condotta su 441 infermieri aveva rilevato un 17,01% di soggetti ad alto rischio di disturbo post-traumatico da stress e un 15,65% a rischio di depressione. Un altro studio aveva inoltre riportato una sindrome da burnout severa nel 90% degli infermieri dell’emergenza preospedaliera, contro il 60% osservato tra gli infermieri di Pronto soccorso.

Lo studio attuale restituisce un quadro meno estremo, con livelli di ansia complessivamente moderati, ma conferma che il contesto del 118 rimane caratterizzato da condizioni che richiedono attenzione preventiva e non soltanto interventi quando il disagio è ormai manifesto.

Formazione continua come protezione psicologica, non solo tecnica

Uno degli aspetti più interessanti dello studio è proprio il significato attribuito alla formazione. L’addestramento avanzato e la simulazione non servirebbero esclusivamente a insegnare procedure o protocolli, ma contribuirebbero a ridurre la percezione di incertezza.

In un intervento critico, sapere di possedere competenze solide consente al professionista di concentrare le energie sul ragionamento clinico e sulla gestione del paziente, invece di essere assorbito dal timore di non sapere cosa fare.

È questa la ragione per cui gli autori suggeriscono alle organizzazioni sanitarie di investire nella formazione continua, nelle certificazioni avanzate e soprattutto nelle simulazioni ad alta fedeltà, capaci di riprodurre scenari complessi e preparare non soltanto alle procedure, ma anche alla pressione decisionale che caratterizza l’emergenza reale.

Cosa dovrebbero fare le aziende sanitarie

Le conclusioni dello studio chiamano direttamente in causa l’organizzazione dei servizi. Gli autori suggeriscono di strutturare programmi di supporto, introdurre sessioni regolari di debriefing dopo gli eventi maggiormente stressanti e investire in formazione continua, simulazione e aggiornamento delle competenze.

Un ulteriore elemento riguarda il carico di lavoro, che dovrebbe essere gestito attraverso politiche di staffing capaci di evitare un’esposizione eccessiva e continuativa agli eventi critici.

Per i singoli professionisti, invece, vengono indicate come potenzialmente utili le strategie di coping adattive, la mindfulness, la regolazione emotiva e soprattutto l’attivazione di reti di supporto tra pari.

I limiti dello studio

Gli stessi autori invitano alla prudenza nell’interpretazione dei risultati. Il campione è stato formato sulla base dell’adesione volontaria e quindi potrebbe non rappresentare l’intera popolazione degli infermieri del 118. Il questionario utilizzato è stato costruito appositamente per lo studio e, pur mostrando una buona coerenza interna, non è stato sottoposto a validazione concorrente né è stata verificata la sua stabilità nel tempo.

La prevalenza di donne nel campione può inoltre influenzare alcune delle differenze osservate, mentre l’elevata variabilità negli anni di esperienza e nel numero di interventi critici affrontati rende necessarie ulteriori ricerche su campioni più ampi e omogenei.

Trattandosi di uno studio trasversale, infine, le associazioni osservate non dimostrano un rapporto diretto di causa-effetto: non si può affermare, ad esempio, che ottenere un master o una certificazione ACLS riduca automaticamente l’ansia, ma soltanto che nel campione esaminato queste caratteristiche erano associate a livelli inferiori di alcune dimensioni ansiose.

Il messaggio finale: proteggere chi lavora nell’emergenza significa prepararlo e sostenerlo

La conclusione più significativa è che l’ansia professionale nel 118 non può essere considerata esclusivamente una fragilità individuale. È il risultato dell’interazione tra esperienza, competenze, carico di lavoro, strategie personali e qualità dell’ambiente organizzativo.

L’esperienza e la formazione sembrano fornire strumenti concreti per affrontare meglio l’incertezza. L’orientamento al problema aiuta a mantenere il controllo operativo. Il sostegno tra colleghi può consentire di elaborare gli eventi più difficili. Proprio quest’ultimo elemento, tuttavia, è quello che nel campione appare meno strutturato.

Il risultato porta quindi a una conclusione organizzativa precisa: non basta formare gli infermieri del 118 a gestire l’arresto cardiaco, il trauma o l’insufficienza respiratoria. Bisogna anche costruire sistemi capaci di proteggerli dall’impatto psicologico di ciò che affrontano ogni giorno, perché la sicurezza dell’operatore e quella del paziente sono inevitabilmente parte dello stesso processo assistenziale.

 

 

da: 

Fattori protettivi dell’ansia in infermieri del servizio 118 –

studio osservazionale

Antonio Capodilupo1, Micaela De Santis2, Francesca D’Ignazio3

1Incarico annuale-correlatore, Dipartimento di Sanità Pubblica e Malattie Infettive Sapienza, Roma, Italia

2Infermiera, Master Infermieri in area critica Sapienza, Roma, Italia

3Infermiera-relatrice, Laurea Magistrale in Scienze Infermieristiche e Ostetriche Sapienza - sede di Latina, Italia